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Silvio Orlando al Sociale: “Racconto la solitudine di un uomo solo, (quasi) per scelta”

L'attore napoletano protagonista al Teatro Sociale con "Si nota all'imbrunire", sotto la regia di Lucia Calamaro

La solitudine ha il suo fascino, se usata con parsimonia. Lo stare da soli fa bene quando vogliamo ritrovarci, ma il fine ultimo deve sempre essere il ritorno alla vita con gli altri. Quando questo meccanismo si inceppa, la solitudine diventa patologica. Di “solitudine sociale” vuole parlare Lucia Calamaro, nota drammaturga, nello spettacolo “Si nota all’imbrunire (Solitudine da paese spopolato)”, ultimo titolo della stagione di Prosa al Sociale, in scena dal 4 al 6 aprile.

Silvio Orlando

Sotto la guida della preziosa regia di Lucia Calamaro, un grande Silvio Orlando nei panni del protagonista che porta il suo stesso nome di battesimo. “Lucia Calamaro è una certezza ormai consolidata”, dice Orlando ai microfoni di Bergamonews. Riccardo Goretti, Roberto Nobile, Alice Redini e Maria Laura Rondanini vestono i panni dei parenti amati ma non desiderati.

Uno stile semplice, diretto e a tratti tragicomico per raccontare un malessere personale e sociale

Signor Orlando, ci racconti a modo suo “Si noti all’imbrunire”.
È uno spettacolo scritto con la regia di Lucia Calamaro, oramai una sicurezza della drammaturgia più intelligente del teatro italiano. Parla della storia di un uomo che si è ritirato dalla vita civile e che ha totalmente rinunciato al rapporto con gli altri, probabilmente perché non riesce a sostenere le forme di ritualità sociale. Quest’uomo, Silvio, va in un paese spopolato come spopolata è la sua affettività. In questo due ore di spettacolo entriamo nel labirinto della sua testa e cerchiamo di capire perché sia arrivato alla soluzione estrema di rinuncia agli altri. Lo facciamo con la coscienza che si tratta di una vera patologia sociale, un frutto malato del nostro modo di stare al mondo.

Il protagonista è un uomo che decide di stare solo si ritrova la casa piena di parenti. Lei in una passata intervista ha detto “la famiglia è un’utopia”. Ci spieghi questa frase.
L’Italia è il paese che più ha investito nella famiglia nei secoli e che vede in questa un’utopia. Si parte sempre dal presupposto che due persone che decidono di stare insieme avranno per tutta la vita le stesse esigenze, le stesse speranze. ma non è così. Infatti, nel contratto matrimoniale il rapporto è visti come un sacrificio, di una parte verso l’altra, per la maggior parte dei casi la donna. ‘Si noti all’imbrunire’ nasce da una mancanza, dalla morte di una moglie che sconvolge il mondo del protagonista. Forse è anche questo il motivo della sua solitudine forzata. Le forme di chi si isola sono varie: un ragazzo che non riesce a entrare nella competizione sociale così forte, un uomo che perde il lavoro, e tanti altri casi. Il problema è che oggi l’uomo non ha più ammortizzatori affettivi, si ritrova da solo.

Siamo passati dall’idea di uomo come animale sociale a uomo come animale solo, senza possibilità di cura. È questo che intende?
Esatto.

Secondo lei la solitudine è causata anche dall’indifferenza?
Bisogna sempre guardarsi intorno. Purtroppo, le nostre città, per come sono state costruite, non sono state pensate per incontrarsi. Ecco che poi si sono create piazze virtuali che creano finte relazioni, il più delle volte basate sull’illusione. La disillusione porta alla necessità di andarsi a chiudere da qualche parte. Diciamo che, con le nuove tecnologie, avremo sempre più forme di irrilevanza sociale: sempre più persone si sentiranno irrilevanti. È da qui che nasce la solitudine.

Di che solitudine soffre il protagonista?
Una solitudine lucidissima, frutto di una riflessione del protagonista. Lui non ha nessuno patologia, non è nemmeno depresso. Certo, la solitudine è anche un’opportunità per riflettere su sé stessi e ripartire. Ma questa forma di autosufficienza può essere deleteria. L’ho paragonata all’anoressia: è un sentimento di potenza tale per cui credi di poter fare a meno di qualcosa. Ma non è così. Senza cibo, come senza cervello, il corpo si distrugge.

Da ultimo, come è stato lavorare con Lucia Calamaro.
Lucia è una donna molto intelligente. Devo confessare che, vedendo i suoi spettacoli passati, avevo provato una certa antipatia. Ovviamente è stata una falsa partenza. Insieme a lei abbiamo cercato di far emergere la sua forte capacità comunicativa. Il suo linguaggio contemporaneo, semplice, ma stratificato al tempo stesso, è quello che stavo cercando da tempo. Ricerco da sempre un recitare in modo semplice, l’essere parte del pubblico stesso senza sciatterie. In lei ho trovato tutto questo.

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