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Giovani e sport: “Dimostriamo che si può fermare il razzismo in campo” foto

"Oggi vi parlerò del mondo del calcio, e in particolare di una piaga del mondo calcistico, che purtroppo, ancora oggi, non è stata sanata"

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Ciao! Sono Emanuele Dabbene e amo il calcio, perché sia da giocatore sia allenatore dei più piccoli, mi sono reso conto di quanto il calcio possa far crescere e di quanto lo sport, in generale, aiuti a migliorare giorno dopo giorno, senza mai arrendersi.

Classe 1996, sono palermitano d’origine e bergamasco d’adozione, vivo con la mia famiglia ad Alzano Lombardo. Oggi studio con passione e dedizione Economia aziendale presso l’Università degli studi di Bergamo e sono allenatore di calcio presso l’Oratorio Immacolata di Alzano Lombardo. Il mio sogno è diventare allenatore di calcio professionista, ma non escludo la possibilità di farmi strada anche come manager, un giorno.

Oggi vi parlerò del mondo del calcio, e in particolare di una piaga del mondo calcistico, che purtroppo, ancora oggi, non è stata sanata: il razzismo sul campo.

Appassionati di sport, e non solo!

Vorrei parlarvi di un argomento molto dibattuto negli ultimi anni, e soprattutto nelle ultime settimane nel mondo del calcio, ma non solo. È qualcosa che mi sta a cuore e di cui se ne è parlato talmente tanto, da sembrare assurdo non essere ancora giunti a una soluzione. Proviamo a discuterne insieme.

Non è una frase fatta: “Nel ventunesimo secolo ci troviamo ancora qui a commentare certe cose?”, eppure è ancora così, ebbene sì. Senza ulteriori indugi, vi svelo l’argomento di cui parlerò: il razzismo sul campo.

Razzismo, una parola forte, capace di rendere meno nobile il calcio, ma che in verità, svaluta e snobilita soprattutto e principalmente l’animo umano tutto. Ci sono diverse forme di razzismo, in diversi ambiti. Io parlo di calcio, nello specifico, perché il calcio è il mio sport, non perché le altre discipline sportive siano meno importanti; semplicemente perché noi, italiani, abbiamo un amore particolare e speciale per il pallone che rotola sul campo da gioco, e per me, il calcio vale tantissimo. Pier Paolo Pasolini aveva detto: “Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo”, e aveva ragione.

Senza divagare oltre, cercherò di spiegare come parole, cori, gesti, atteggiamenti, striscioni, possono essere altamente offensivi e umilianti nei confronti degli sportivi, ma anche del pubblico. Ultima premessa, da calciatore e grande tifoso quale sono, non dico che non ci debba essere lo sfottò, ma non deve assolutamente mancare il sostegno e il rispetto, sia verso la nostra squadra sia verso i rivali, perché è questo quello che il sano fair play regola, perché il tifo non diventi un’arma facile per colpire, e soprattutto ferire una persona, il suo talento, l’impegno, e il suo lavoro.

Ho scelto di riportare il caso della calciatrice Cristiana Girelli, attuale giocatrice della Juventus woman. Durante l’importantissima partita con la Fiorentina, giocatasi il 22 novembre scorso – per lo più partita che valeva le prime posizioni in classifica, la calciatrice juventina ha ricevuto insulti e cori riguardanti il suo aspetto fisico, ai quali lei ha risposto, come aveva fatto in precedenza il collega Bonucci, fischiato dai tifosi durante la partita Italia-Portogallo a San siro il 17 novembre 2018.

La Girelli si è quindi così espressa: “La mamma degli imbecilli è sempre incinta”, superando con grande indifferenza e maturità ciò che le era stato detto in campo. Un altro esempio recente è quello di Kalidou Koulibaly, criticato solo per il colore della sua pelle attraverso cori simulanti il verso di una scimmia. Dall’aspetto fisico al colore della pelle, il tifoso di oggi sta scivolando sempre peggio nel miserabile e nella maleducazione. Paragonare una persona ad un animale… siamo forse tornati all’età della pietra?

L’allenatore del Napoli, Carlo Ancelotti, ha dichiarato che se in futuro dovessero verificarsi altri casi simili, impedirà ai suoi giocatori di giocare. Chi è riuscito in questo intento, invece, è stato già il Pontisola, squadra della nostra piccola realtà bergamasca, che il 5 maggio 2018, durante il match con il Rozzano, ha ritirato la squadra in quanto a un atleta della squadra erano stati riservati insulti pesanti, e da qui la decisione dell’allenatore, dello staff e dei giocatori del Pontisola di fermare la partita. Accettate, in seguito, le scuse del Rozzano, ma di fronte a tanta prepotenza verbale, è di dovere reagire per trovare una soluzione concreta, una volta per tutte.

Enzo Bearzot disse: “Allo stadio non vado da molto: la tribuna d’onore è ormai una vetrina di urlatori. Ho sentito insulti ferocissimi”, ed è proprio a questo punto che si è arrivati, per questo a volte sono necessari gesti forti, eclatanti, per dire basta, io non ci sto. Quei gesti che mettono di fronte le persone al fatto compiuto, che magari creano anche disagio, ma che servono a correggere chi sbaglia.

Il mio messaggio è che sì, si può dire basta al razzismo in campo. Io vorrei che ognuno possa farsi un’idea, un’opinione, magari anche opposta o diversa dalla mia, anche una critica se fosse necessario, ma è giusto, su un argomento così importante e delicato, sviluppare un parere personale, perché è utile parlarne e attivarsi per mettere fine ai comportamenti che stanno prendendo piede ultimamente in tribuna. E ricordarsi sempre, come diceva Bob Marley, che “il calcio è libertà”.

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