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Il professore e il pazzo: genio e follia nell’incredibile storia (vera) della nascita del dizionario inglese

Le peripezie di James Murray, professore che diede inizio alla realizzazione del famoso dizionario Oxford English Dictionary. Mel Gibson e Sean Penn memorabili

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Titolo: Il professore e il pazzo
Regia: Farhad Safinia
Attori: Mel Gibson, Sean Penn, Eddie Marsan, Natalie Dormer, Jennifer Ehle, Steve Coogan
Durata: 124 minuti
Giudizio: ****
Programmazione: Cinema Capitol

Il professore e il pazzo

Londra, 1872. Per le strade buie della città un uomo rincorre a perdifiato un altro uomo, puntandogli contro la pistola. Sta rincorrendo il suo acerrimo nemico, che lo perseguita da tempo; dopo una corsa dissennata, arrivano in un vicolo cieco; la sua vittima bussa disperatamente a una porta, in cerca di riparo; ormai ce l’ha in pugno, gli spara. La sua vittima cade a terra ed esala l’ultimo respiro tra le braccia incredule della moglie che, nel frattempo, era accorsa ad aprire la porta. Vittorioso, l’uomo si avvicina al cadavere della sua vittima, convinto di aver messo fine al suo peggiore incubo. Solo allora, con incredibile orrore, si accorge di aver ucciso l’uomo sbagliato. Un innocente, che lascia una vedova e 6 figli orfani.

Da questo terribile incidente, ha inizio la storia vera del dottor William C. Minor (interpretato da un invecchiatissimo Sean Penn), chirurgo americano che ha servito nell’esercito durante la guerra di secessione. Minor riporta segni evidenti di disordine da stress post traumatico: ha vividissime allucinazioni che, contro la sua volontà, lo spingono ad essere violento, spesso anche contro se stesso. Viene dichiarato colpevole di omicidio e condannato alla reclusione nel manicomio di Broadmoor.

Parallelamente, ad Oxford, il film introduce la figura, altrettanto barbosa e incanutita, del professor James Murray (interpretato dal sempre fascinoso Mel Gibson); un intellettuale autodidatta, senza laurea, ma estremamente colto che, seppur con l’iniziale diffidenza del comitato, viene scelto per condurre una delle imprese più impegnative della storia: redigere un dizionario unico e completo della lingua inglese; quello che, 70 anni dopo, sarebbe diventato l’Oxford Dictionary of English.

Le parole sono innumerevoli, data la perpetua evoluzione della lingua e la vastità dell’impero inglese. Così Murray escogita un modo per farsi “aiutare”: in ogni libro del paese, inserisce un appello alla popolazione inglese perché segnali le parole da inserire nel dizionario. Il metodo funziona, riceve molte segnalazioni; tuttavia, riscostruire l’attestazione storica di ciascuna parola, diventa piuttosto ostico. Finché un giorno, riceve dal manicomio di Broadmoor un pacco con centinaia di segnalazioni; ciascuna parola con la sua attestazione, perfettamente ricostruita. Per Murray è una manna dal cielo. Lo manda un certo W.C. Minor.

I due stringono un fitto rapporto epistolare che si trasforma presto in una sincera amicizia. Ammirato e riconoscente nei confronti dell’impegno di Minor, Murray decide di andare personalmente a trovarlo in manicomio; ma quello che vede, lo preoccupa profondamente. Trova lì, per terra, in un angolo, un uomo divorato dai suoi demoni e dal senso di colpa, alienato dal mondo, la cui luce vitale si sta lentamente spegnendo, sottoposto, come un animale da laboratorio, a barbare sperimentazioni mediche. Lasciarlo lì significherebbe condannarlo a morte certa. Dunque, Murray si impegnerà anima e corpo per salvare Minor, ormai per lui un fratello, non solo dalle istituzioni e da chi lo vorrebbe veder marcire in cella, ma soprattutto dal suo più grande nemico: se stesso.

Un’incredibile storia vera che, con i suoi risvolti didascalici e gli spaccati – atroci ma interessantissimi – su una malattia mentale che non perdona, tiene lo spettatore incollato allo schermo, in un dilaniante stato di apprensione che lo avvicina al protagonista.

Assolutamente vincenti le interpretazioni sia di Mel Gibson che di Sean Penn, entrambi fenomenali. Tuttavia quest’ultimo ha raggiunto un livello che non si vedeva dai tempi di “This must be the place”: con quegli occhi languidi, stracolmi di dolore, e l’espressione del volto straziata, buca lo schermo e arriva dritto a stritolare le budella dello spettatore con una forza espressiva sublime e terrificante allo stesso tempo.

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