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Dalmine, cent’anni fa la prima storica occupazione dello stabilimento: partecipò anche Mussolini

Il 20 marzo 1919 il futuro dittatore arrivò allo stabilimento per parlare agli operai che avevano da poco concluso quello che i libri di storia definiscono "il primo vero sciopero italiano"

C’erano diverse richieste, tutte rifiutate dalla direzione, alla base della prima storica occupazione dello stabilimento della Dalmine compiuta nel marzo del 1919 – esattamente un secolo fa – dagli operai dello stabilimento.

Un’azione dimostrativa che ai tempi è stata unica nel suo genere, e che ha attirato l’attenzione di tutta l’Italia sul Comune dell’hinterland bergamasco.

All’epoca dei fatti la Dalmine usciva dal primo conflitto mondiale in una situazione poco chiara: la proprietà tedesca era passata in mano italiana (Franchi-Gregorini), ma con poca fortuna. Essendo stabilimento ausiliario aveva aumentato la forza lavoro di molte centinaia di unità, ma le strategie della proprietà italiana privilegiavano le altre fabbriche del gruppo, tutte situate a Lovere, sul Lago d’Iseo.

Come in tutti gli altri stabilimenti sottoposti al necessario processo di riconversione nel dopoguerra, anche la Dalmine conosceva parecchie tensioni tra proprietà e lavoratori, tensioni generate non solo dai licenziamenti inevitabili in fabbriche troppo cresciute in un contesto ben preciso come quello bellico, ma anche da un risvegliarsi di rivendicazioni che prendevano corpo una volta esaurite le necessità della guerra.

Tutto, infatti, ha avuto inizio a febbraio con una piattaforma di richieste rifiutate dall’azienda: i lavoratori chiedevano la riduzione dell’orario di lavoro da 48 a 44 ore settimanali, il sabato pomeriggio libero, l’aumento dei salari e le richieste del parere operaio sui miglioramenti tecnici da apportare allo stabilimento.

Di fronte alle mancate risposte da parte della proprietà, il 15 marzo 1919 scatta l’occupazione. Al timone dell’iniziativa quattro persone: Secondo Nosengo, Antonio Croci, Gian Battista Pozzi e Alfonso Vajana. I primi tre sono dipendenti della Dalmine, il quarto è un cronista de “Il Popolo d’Italia”, quotidiano fondato da Benito Mussolini.

L’occupazione della fabbrica non interrompe il lavoro, anzi.

Su un pennone dello stabilimento viene esposto il Tricolore, mentre vengono organizzati turni di guardia affidati alla guida di Angelo Leris, futuro organizzatore di una cellula comunista clandestina di Dalmine. All’interno, niente alcolici come segno di serietà. Possono uscire solo i vedovi con figli.

L’occupazione dura due giorni, poi, nel pomeriggio del 17 marzo, uno squadrone di soldati e carabinieri in arrivo da Bergamo fa irruzione nella Dalmine e riporta tutto alla normalità.

Nessuna richiesta fatta dagli operai viene accettata dalla proprietà che, in compenso, si dice disposta al riconoscimento dell’organizzazione sindacale che aveva preso il controllo dello stabilimento nei giorni di sciopero.

Il 20 marzo, un lunedì, a bordo di un’automobile arriva a Dalmine il “compagno Mussolini”, così come viene presentato da Nosegno. Parla a un migliaio di lavoratori nella sede della cooperativa sociale della Uil, li ringrazia per la loro azione che definisce “uno sciopero creativo”.

Voi oscuri lavoratori del Dalmine, avete aperto l’orizzonte. È il lavoro che parla in voi, non il dogma idiota o la chiesa intollerante, anche se rossa, è il lavoro che ha consacrato nelle trincee il suo diritto a non essere più fatica, miseria o disperazione, perché deve diventare gioia, orgoglio, creazione, conquista di uomini liberi nella patria libera e grande oltre i confini (Benito Mussolini – Dalmine, 20 marzo 1919)

Il dittatore tornerà a Dalmine nel 1924, ormai capo del governo fascista. Il suo discorso fatto nel 1919 verrà celebrato in occasione del ventennale, nel 1939.

A cent’anni dallo sciopero, si terrà una giornata di studio giovedì 21 marzo alle 15, nella sala riunioni del centro culturale di Dalmine (guarda qui).

(foto: Dalmine, panoramica dello stabilimento anni venti. © Fondazione Dalmine)

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