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“Casa del popolo”, al Sociale quel “noi” che non esiste più foto

La stagione di “Altri percorsi” della Fondazione Donizetti porta sul palco una storia d'altri tempi. "Lo spirito di fratellanza è sparito, oggi è l'epoca dell'io. Dov'è finita quella voglia di fare cosa assieme”? si domanda il regista

C’è “popolo” e “popolo”. Esiste la faccenda del “prima il popolo italiano”, del “potere al popolo”, “prima noi, poi gli altri”. C’è poi il popolo del “noi”, quello raccontato nella serata di giovedì 14 marzo al Teatro Sociale di Città Alta. La stagione di “Altri percorsi” della Fondazione Teatro Donizetti ha portato sul palco “Casa del popolo”, una storia di altri tempi.

Casa del Popolo

È la storia di “popolo ottimista che credeva in sé e si impegnava in realtà improduttive, tipo costruire case dove ritrovarsi tutti insieme e fare cose ricreative – dice il regista Andrea Paolucci – per esempio ballare o giocare a carte”. “Anche oggi c’è il popolo – prosegue il regista – di solito viene evocato, ridotto a puro suono, nei dibattiti politici o nei comizi di piazza”.

Per questo c’è “popolo” e “popolo”. La case del popolo erano di tutto, nessun proprietario: ciascuno contribuiva per quel che poteva a mantenere viva questa realtà. Il senso di appartenenza legava le persone.

“Non c’entra la politica – spiega Lupo –. Certo, influisce: la parola popolo è oggi abusata, soprattutto in via demagogica. Ma questo egoismo nasce proprio da noi, dalla società. Penso sia più un fatto antropologico che politico.”

“Casa del popolo” è una sorta di favola in cui i personaggi continuano ad aggiungere punti all’ordine del giorno dell’assemblea di fondazione. Passa un secolo, ma i personaggi rimangono sempre gli stessi. Cambiamo i tempi e la società.

Viviamo nell’epoca del “io vengo prima di tutto”. Perché parlare oggi delle case del popolo?

“Per domandarsi che fine ha fatto quel “noi”, che era il punto di partenza di incredibile esperienze sociali come la costruzione delle Case del Popolo, luoghi creati con le vive mani di persone semplice, spesso senza istruzioni, dopo quindici ore di lavoro nei campi o in fabbrica. Dopo tante ore di fatica quotidiana, avevano comunque voglia di trovarsi con gli altri e stare insieme. Lo spirito di fratellanza è sparito: oggi è l’epoca dell’io. Dove è finita quella voglia di fare cosa assieme”?

Cosa succedeva nelle case del popolo?

“Erano luoghi dove poter imparare. Nelle prime case si tenevano corsi per insegnare a scrivere in italiano perché molti erano analfabeti: il maestro del paese faceva lezioni ai contadini del paese. Erano realtà in cui si cercava di dar vita a belle esperienze: il teatro, la musica. Erano mossi dalla voglia di guardare uno spettacolo, fare dibattito dopo la messa in scena. La casa del popolo erano posti in cui stare insieme e stare bene”.

Poi cosa è successo?

“Inizialmente erano case di tutti, senza proprietari. Le persone si dividevano le spese per il mantenimento. Poi i costi sono diventati eccessivi e spesse volte i Comuni rilevavano questi immobili per adibirli a uffici”.

Casa del Popolo

Esistono ancora le case del popolo?

“Si, ci sono poche realtà che sopravvivono. Li troviamo in Emilia Romagna e in Toscana, spesse volte sotto le vesti di circoli Arci – come ho detto poco fa. Però hanno perso la funzione di luogo di aggregazione per le persone, per stare insieme”.

Dal vostro punto di vista, cosa ci resta oggi?

“Vogliamo riflettere su due aspetti. In primo luogo sulla parola “popolo”, oggi abusata, come baluardo della democrazia. Vogliamo capire come si è arrivati al punto in cui non rispondiamo più al citofono se vediamo un estraneo. Ci siamo poi chiesti dove sia finito lo spirito di stare assieme. La risposta è triste: oggi si vanno a fare “le vasche”, avanti e indietro, per i corridoi dei centri commerciali. Come siamo arrivati a questo punto? Nello spettacolo avanziamo timidamente l’ipotesi che siano i teatri i nuovi centri di incontro, la nostra speranza”.

Pensiamo a famiglie con entrambi i genitori lavoratori. Forse ci manca il tempo per stare con gli altri?

“Penso che ci sia ancora possibilità, nonostante tutto. Se ci fosse la volontà, saremmo in grado di ricreare spazi come le case del popolo. È possibile”.

Si può tornare a stare insieme, a condividere spazi di nessuno e di tutti, per il piacere di scambiare alcune parole con il vicino di casa o con il fornaio del quartiere. È possibile, ma dobbiamo cambiare atteggiamento: usciamo dai centri commerciali e lasciamo gli smartphone a casa.

Casa del Popolo

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