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Bergamo Film Meeting, spicca ancora un argentino: El moto-arrebatador

BORDERS, RAINDROPS, regia e sceneggiatura di Nikola MIjovic e Vlastimir Sudar, Bosnia – Erzegovina, Montenegro, Serbia, Svezia, Gran Bretagna 2018; con Kristina Stevovic (Jagoda), Vahidin Prelic (Zdravko).

OBEY, regia e sceneggiatura di Jamie Jones. Gran Bretagna 2018; con Marcus Rutheford (Leon), T’Nia Miller (Chelsea), Sophie Kenendy Clark (Twiggy).

EL MOTO-ARREBATADOR, regia di Agustìn Toscano. Argentina, Uruguay, Francia, 2018

Keep calm and keep going… Come sempre accade durante la partecipazione assidua a un festival c’è un momento in cui nasce il desiderio forte di vedere qualcosa di veramente fresco che spicca tra le pellicole in corso di presentazione. E chi la dura la vince.

Per un poco, martedì sera, “Borders Raindrops” ci ha dato la sensazione di averlo scovato, ma è stato un fuoco di paglia. Un film solare – dove la regia dimostra dall’inizio capacità nei movimenti di macchina, talento nel gusto compositivo dell’immagine e inizialmente anche nel montaggio- si rivela strada facendo un pot pourri di scenette dove si sovrappongono spunti di tutti i tipi, molti velleitari, che offuscano la forza dell’idea alla base del film.

Si tratta di tre episodi, ambientati in Bosnia-Erzegovina, Montenegro, con epilogo in Croazia, e legati tra loro dal personaggio di Jagoda, una giovane che dalla città torna d’estate a trovare cugini e nonni che vivono in uno sperduto villaggio, su un territorio che le guerre hanno diviso con tre confini.

borders raindrops bfm 2019

Il film parla di identità, radici e conflitti in modo originale ma confuso. Si percepisce una certa nostalgia degli anziani per la Jugoslavia, lo spaesamento di una comunità sofferente per legami spezzati e traumi non ancor dimenticati e sanati, il timore e il desiderio di superarli – bello lo sfrontato rapporto tra i due ragazzini e il giovane soldato croato, guardia di confine-, traspare anche l’amore per un territorio naturale bellissimo violato da scontri e confini. D’altro canto molti elementi disseminati nella pellicola– sogni, racconti, testi di Baudrillard e Laclau, simboliche serpi, tartarughe e docili asinelli, fondi di caffè, musiche folk e pop insistentemente didascaliche nei testi, e altri ancora- evaporano nella sonnolenta calura estiva che avvolge tutto il film.

E non basta la figura leggiadra e sorridente di Jagoda (significa “fragola” ed è forse un po’ una fata della montagna) a tenere il bandolo di una narrazione via via sempre più centrifugo e sfilacciato. Il finale al mare è però segno inequivocabile di speranza. Più misterioso il titolo, spiegato da uno degli autori a fine proiezione: “nulla è più innaturale dei confini (borders) e nulla è più naturale delle gocce di pioggia (raindrops)”. Di goccia non se ne vede una in tutto il film ma che importa?

Mercoledì sera è stato il turno di “Obey” dell’inglese Jamie Jones. In questo caso il film è assolutamente centripeto perché ruota attorno al personaggio di Leon, giovane diciannovenne alle prese con la madre alcolizzata, un quartiere difficile, e la scelta tra studiare, lavorare o continuare a ingannare il tempo tirando di boxe in palestra. Sullo sfondo le rivolte scoppiate a Londra nel 2011 a causa di una presunta esecuzione della polizia verso un uomo di colore. Anche qui l’abilità nei movimenti di macchina e nel montaggio, la spontaneità dei dialoghi iniziali nella gang di coetanei, la personalità forte e tenera di Leon, ci hanno illuso di trovarci di fronte a una pellicola incisiva. Invece, nonostante il film abbia una buona tenuta combinando l’escalation dei guai di Leon, la sua tensione interiore e la violenza nelle strade, molti aspetti si rivelano scontati e il finale
prevedibile.

obey bfm 2019

Belli i momenti fuori quartiere e poi fuori città, in battello sui canali e in campagna, che immergono Leon in una dimensione – il silenzio, la quiete – che lo fa stare meglio e gli consente di pensare, come afferma lui stesso. Ma che la ribelle biondina fosse una “sòla” si capiva lontano un miglio…

Poi giovedì arriva “Lo scippatore” di Agustìn Toscano e la musica cambia. Quello che sembrava un altro film su povertà e disagio sociale – i disordini nell’Argentina nel 2013, con scioperi della polizia e saccheggi ovunque – e individuale – le difficoltà di Miguel a sbarcare il lunario – si impenna. Lentamente, ma si impenna.

E il regista arriva talvolta a segnalarci momenti drammatici e cruciali con inquadrature oblique in cui sembra che tutto stia per scivolare verso il basso dello schermo.

Durante uno scippo alla guida della sua moto, Miguel involontariamente ferisce gravemente Elena, un’anziana signora. Il rimorso lo spinge a cercarla e a rintracciarla in ospedale, dove scopre che a causa del trauma la donna oltre a qualche contusione è affetta da un’amnesia totale. Non ricorda neppure il proprio nome. Miguel, senza fissa dimora e alle prese due giorni alla settimana con il piccolo figlio di pochi anni, decide di insediarsi in casa di Elena e di occuparsi di lei senza rivelarle la
sua vera identità.

La crime story prende accenti di commedia, senza troppo calcare la mano, e ci troviamo a riflettere su temi di sapore pirandelliano: l’amnesia di Elena offre a entrambi la possibilità di iniziare una nuova vita, di essere persone “nuove”, un po’ Enrico IV, un po’ Mattia Pascal. Verità e finzione si intrecciano efficacemente nelle vite dei due conviventi, sembrano davvero generare cambiamenti e l’improbabile rapporto si consolida.

Il film non conosce cadute di ritmo e con un crescendo di svolte inattese si avvicina al finale tutt’altro che prevedibile. Il pregio
ovviamente non sta nella capacità di sorprendere, ma in quella di delineare strada facendo psicologie credibili, rivelando un’umanità che annulla ogni pregiudizio e apre alla possibilità di riscatto.

Finora i due film più validi, assai diversi tra loro, sono entrambi argentini: y que gane el mejor!

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