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“La fotografia può migliorare il mondo”: a Bergamo i dieci scatti di Denis Curti

L'appuntamento è per sabato 16 marzo alle 17.30, al Museo della Fotografia Sestini di Bergamo

“Si dice sempre che la fotografia non può cambiare il mondo, però sicuramente una buona fotografia può contribuire a migliorarlo, perché le immagini ben scattate contengono al loro interno sempre un contributo, un pensiero, un punto di vista”. Parte da questa riflessione la scelta di Denis Curti, (critico della fotografia, direttore e fondatore di Still, direttore artistico della Casa dei Tre Oci a Venezia) che sabato 16 marzo alle 17.30, al Museo della Fotografia Sestini di Bergamo, presenterà i dieci scatti che, secondo lui, sono i più importanti della storia. Una sfida lanciata dal Museo delle Storie di Bergamo con un evento, “Dieci scatti con” che è parte di “L’Ora Blu”, un’ora speciale per conoscere la fotografia e le sue storie sotto una luce diversa.

“Ho scelto dieci immagini che hanno cambiato l’approccio nei confronti della fotografia o che addirittura sono state in grado di generare delle reazioni da parte dell’osservatore. Fotografie che rivelano la propria centralità e importanza perché portano appresso contenuti e situazioni che ci hanno fatto riflettere così tanto al punto che qualcuno poi ha cambiato le proprie idee, le proprie abitudini, le proprie convinzioni nei confronti della società”. Istantanee importanti, delle quali Denis Curti racconta le storie che si celano dietro di esse e dei fotografi che le hanno scattate.

Fotografie importanti proprio per la loro pregnanza semantica e di contenuto. “Significative soprattutto perché hanno generato dei cambiamenti. Alcune sono importanti in assoluto, nella storia della fotografia, perché hanno contribuito alla modificazione di alcuni aspetti della stessa. Altre lo sono anche perché mi legano a una vicenda personale, privata, o perché ho conosciuto l’autore, o perché trasmettono un contenuto che ho vissuto direttamente, quindi il valore intrinseco, in un certo senso, viene raddoppiato. Un esempio su tutti è la fotografia iconica che Robert Capa, allora fotoreporter per la rivista Life, ha scattato durante lo sbarco in Normandia nel 1944 (La spiaggia di Omaha, in Normandia, 6 giugno 1944). Una foto che dal punto di vista tecnico è sbagliata, perché mossa e sfocata e nella quale si può notare anche una certa casualità da un punto di vista compositivo, ma che veicola un contenuto e un messaggio forte. Piuttosto che l’aspetto estetico, infatti, in una fotografia mi interessa più la dimensione ideale, l’aspetto etico. Una fotografia che diventa immortale, proprio perché veicola un messaggio e una testimonianza”.

Fotografie importanti dal punto di vista storico, ma anche della narrazione della sfera privata. “Un fotografo che ha lavorato anche in questo senso è lo statunitense William Eggleston. La sua fotografia a colori di un triciclo, in particolare, segna un momento di cambiamento enorme nella storia perché, per la prima volta, al MOMA di New York, viene allestita una mostra di fotografie a colori che non guardano più ai fatti ed ai grandi eventi, ma che raccontano una dimensione quasi privata della vita dell’autore. Da quel momento in avanti inizia una nuova scuola di pensiero sulla fotografia contemporanea, che smette di guardare all’idea di una narrazione intesa così come la conosciamo, per privilegiare una dimensione più privata. Una scuola che oggi sembra appannaggio dei social network, ma che in realtà nasce prima degli anni Sessanta. Una fotografia che messa nelle mani di un autore fortemente consapevole del proprio progetto diventa occasione per diventare un diario minimo, intimo, dove la fotografia smette di assomigliare alla pittura per avvicinarsi quasi alla scrittura e alla letteratura”.

Social network che sembrano aver rivoluzionato, in un certo senso, il ruolo della fotografia, anche grazie all’evoluzione tecnologica. “Io credo che i social oggi svolgano la funzione che un tempo era appannaggio degli album di famiglia. Oggi, purtroppo, nessuno più stampa le fotografie su carta, queste continuano a vivere sugli schermi dei nostri pc e dei nostri smartphone, sperando che non vengano dimenticate e perse nel web. Sicuramente è una modalità nuova, che dobbiamo ancora comprendere fino in fondo e della quale non abbiamo ancora colto le potenzialità”.

Nonostante il rischio dell’oblio nella rete, però, per Denis Curti lo sviluppo tecnologico ha permesso una diffusione di massa della fotografia che porta con sé anche una diffusione nuova, più semplice e veloce, delle storie narrate attraverso gli scatti. “Per me è un fenomeno molto interessante quello della diffusione di massa della fotografia, perché dal mio punto di vista privilegiato di osservatore, devo dire che vedo comunque delle storie molto interessanti. La diffusione della fotografia è diventata così capillare che è normale, logico e spontaneo che arrivino a noi delle storie che prima facevano fatica ad essere realizzate e raccontante. La fotografia oggi è ovunque, anche in luoghi dove, una volta, si sarebbe dovuto mandare appositamente un fotografo per testimoniare una storia. Oggi questo non è più necessario, perché in un ipotetico altro capo del mondo c’è sicuramente qualcuno dotato di smartphone e quindi quella storia, prima o poi, ci arriverà. È un aspetto interessante, perché non è soltanto legato alla documentazione, quanto alla narrazione di vicende che prima non potevano vedere la luce”.

Storia della fotografia ed evoluzione tecnologica, un incontro testimoniato dal Museo della Fotografia Sestini di Bergamo, dove si terrà la conferenza di sabato. “Esiste un’idea, non così strampalata, per la quale tutto ciò che non viene più utilizzato finisce dentro un museo. Da una parte, quando sento parlare di museo della fotografia rimango un po’ sbalordito, perché per me la fotografia è viva e vegeta, è parte del nostro quotidiano. Entrando nel merito, però, se il museo serve per conservare e tutelare le fotografie e la testimonianza del passato, allora viva i musei: credo che il museo Sestini vada proprio in questa direzione. Il problema dei musei che esiste, soprattutto in Italia, è la mancanza di un processo di sistematizzazione nei confronti della fotografia. C’è un patrimonio diffuso così ampio di collezioni di fotografi, di fototeche, di realtà le più diverse tra di loro che rischiano un po’ di perdersi, perché, in particolare, la fotografia analogica ha bisogno di essere messa in sicurezza, digitalizzando le fotografie in modo da riuscire a salvarle. Il processo di sistematizzazione in Italia è molto in ritardo: temo che buona parte di questo patrimonio rischi di essere messo un po’ in crisi. Mi auguro che l’esempio di Bergamo possa essere seguito da altre città, con l’obiettivo di salvaguardare questo patrimonio così fragile”.

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