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“Usavano la ‘ndrangheta” i fratelli fruttivendoli arrestati al mercato di Celadina fotogallery video

Carlo e Alessandro Santini di Cenate Sotto da buoni bergamaschi erano grandi lavoratori. Sono finiti in manette all'alba di lunedì insieme a 17 persone con pesanti accuse

Secondo chi indaga avevano rapporti con la ‘ndrangheta per recuperare i soldi dei loro debitori. Da buoni bergamaschi, però, i fratelli Santini ogni giorno si alzavano prestissimo per iniziare a lavorare nella loro azienda ortofrutticola.

Lunedì mattina alle 4 i carabinieri del comando provinciale di Bergamo li hanno arrestati al mercato della Celadina, mentre stavano scaricando cassette di mele e pere. 61 anni Carlo, 56 Alessandro, entrambi sposati e con figli, abitavano ad Azzano San Paolo, dove ha sede anche la società che porta il loro cognome.

Sono finiti in manette insieme ad altre 17 persone tra le province di Bergamo, Brescia e Reggio Calabria, nell’ambito dell’operazione della Direzione Distrettuale Antimafia, denominata Papa per il nome del protagonista principale della vicenda, Giuseppe Papaleo. Pino, questo il suo soprannome, originario di Crotone ma residente in una lussuosa villa di Predore affacciata sul lago d’Iseo, stava preparando una festa in grande stile per i suoi 50 anni, il 20 marzo.

Pesanti le accuse per i 19 indagati. Associazione mafiosa, estorsione aggravata dal metodo mafioso, danneggiamento a seguito di incendio, riciclaggio e trasferimento fraudolento di valori. L’operazione è stata ricostruita nel palazzo di giustizia di Brescia dal procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero de Raho.

Un’indagine scaturita da un incendio in una ditta di autotrasporti di Seriate, la P.P.B. di Antonio Settembrini, nativo di Matera ma residente a Grassobbio. Era il 6 dicembre del 2015 e alle 3.30 di notte presero fuoco 14 automezzi pesanti, sette trattori, cinque motrici e due rimorchi, del valore complessivo di 300mila euro. Un rogo, per gli inquirenti, organizzato da Papaleo, titolare di un’altra azienda di autrotrasporti, la Mabero di Bolgare. L’obiettivo era ottenere il monopolio dei servizi da offrire alla Sab Ortofrutta di Telgate, che fino a quel momento utilizzava entrambe le aziende.

Ad appiccare le fiamme i bresciani Domenico Lombardo (calabrese d’origine), che porta la benzina, Giovanni Condò e Mauro Cocco, che si ferisce a una mano e lascia tracce di sangue sul piazzale della ditta. Il titolare, Settembrini, denuncia l’episodio ai carabinieri. Al contempo, intimorito, decide a sua volta di rivolgersi ad altri due ‘ndranghetista, Carmelo Caminiti e Antonio Pizzi, del gruppo dei De Stefano di Reggio Calabria. In particolare il primo, con precedenti penali anche di carattere associativo, è genero di Michele Franco nonché cognato di Carmelo Consolato Murina. 

Mettendo sotto controllo i cellulari dei due, i carabinieri del R.O.S. hanno appurato come Caminiti si occupasse con metodi mafiosi del recupero dei crediti per i fratelli Santini. Circa centomila euro il denaro recuperato.

Caminiti inoltre, muovendosi tra la Calabria e la Lombardia insieme ad altri suoi affiliati, tra i quali il 44enne Antonio Rago, nato a Torino ma residente a Cenate Sotto, era al vertice di un’organizzazione criminale di stampo ‘ndranghetista dedita alle attività di recupero crediti e di estorsione. Circa 500mila euro i soldi incassati, attraverso una carta Postepay, in un anno.

Il comunicato di S.A.B. Ortofrutta

In relazione alle notizie pubblicate l’11 marzo scorso da alcuni organi di stampa locali e Nazionali sulla presenza della ‘Ndrangheta nel settore ortofrutta, S.A.B. Ortofrutta S.R.L. si dichiara completamente estranea ai fatti e semmai parte lesa (cosa che si capisce peraltro chiaramente leggendo l’articolo qui sopra, ndr).

La posizione della Santini

L’amministratore unico Cristian Santini ci chiede di “specificare la nostra estraneità e collusione con i fatti accaduti tra PPB Srl , sig. Settembrini Antonio e Mabero Srl essendo loro solo nostri fornitori regolarmente pagati. Ci riteniamo pertanto totalmente estranei ai loro comportamenti criminosi non associabili al nostro modus operandi ed al nostro nome. Per un errore commesso da sig. Alessandro Santini affidandosi incautamente ad individui che si spacciavano come agenzia recupero crediti senza approfondirne le provenienze siamo stati già indagati e condannati in primo grado per estorsione, ma assolti da tutte le aggravanti di cui all’art. 7 L. 203/91. La Procura di Brescia con gli stessi protagonisti della precedente indagine ha emesso custodia cautelare per un caso già noto alla Procura di Firenze per cui siamo già stati giudicati; in questo momento abbiamo posto appello alla sentenza di primo grado per far valere le nostre attenuanti”.

 

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