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Il dolore della onlus: "A Matteo, Carlo e Gabriella intitoleremo l'ospedale in Sudan" - BergamoNews
Dopo il disastro aereo

Il dolore della onlus: “A Matteo, Carlo e Gabriella intitoleremo l’ospedale in Sudan” fotogallery

La struttura sanitaria, meta dei volontari di Africa Tremila morti in Etiopia, era prossima all'inaugurazione: "Adesso porterà i loro nomi"

Sono increduli e amareggiati. Piangono, si abbracciano, ma cercano anche di guardare avanti i volontari di Africa Tremila, la onlus bergamasca con la quale collaboravano Matteo Ravasio, Carlo Spini e Gabriella Viciani, morti nell’incidente aereo in Etiopia.

Il prossimo 21 marzo avrebbero inaugurato il Sant Ursula HealtCenter di Giuba, nel Sud Sudan, l’ospedale verso il quale erano diretti i tre cooperanti per portare dell’attrezzatura medica. A mancare erano giusto gli ultimi dettagli, tant’è che avevano con loro anche la targa da apporre all’ingresso (leggi qui). Ora la struttura porterà i loro nomi. “È un gesto doveroso nei confronti di tre persone che hanno perso la vita mentre portavano avanti una missione e facevano del bene – commenta il presidente onorario della onlus Roberto Spagnolo -. Matteo, Carlo e Gabriella erano tre colonne portanti della nostra associazione. Tre persone dal cuore grande, generose e altruiste”.

“Continueremo a lottare anche per loro – ha scritto su Facebook la consigliera e segretaria dell’associazione, Romina Russo -. Con passione, rispetto e tanta umanità. Come ci hanno insegnato e come abbiamo sempre condiviso”.

Ravasio, 52 anni, commercialista di Bergamo, sposato con Manuela e padre di una bimba di tre anni, era il tesoriere della onlus. Carlo Spini, 74 anni, medico in pensione, originario di Sansepolcro (Arezzo), era diventato presidente da un anno; mentre la moglie Gabriella, 74enne infermiera e instancabile volontaria, lo seguiva ovunque fosse necessario a sostenere l’attività dell’associazione, non solo in Africa. La coppia abitava in Toscana e aveva quattro figli.

Insieme erano partiti sabato sera da Roma. Domenica mattina avevano preso il volo che da Addis Abeba, Etiopia, li avrebbe portati a Nairobi, in Kenya, dove però non sono mai arrivati. Il Boeing 737 della Ethiopian Airlines sul quale viaggiavano è precipitato vicino Bishoftu, a circa 62 chilometri a Sud-Est di Addis. Era decollato alle 8,38 ma i contatti radio si sono interrotti 6 minuti dopo il decollo, alle 8.44 locali. Centocinquantasette i morti. Nessun sopravvissuto.

Le cause del disastro sono tutt’ora da chiarire. Se le prime ipotesi facevano riferimento ad un possibile guasto informatico (in particolare del software che assiste i piloti durante il volo) alcune testimonianze emerse lunedì riferiscono di più persone che avrebbero visto l’aereo perdere fumo e detriti, sintomo di un problema di natura meccanica.

Per capire cosa sia veramente successo sarà necessario attendere le analisi della scatola nera, parzialmente danneggiata al momento del ritrovamento.

Per il rientro in Italia delle salme potrebbero volerci settimane. Sull’accaduto anche la Procura di Roma ha aperto un fascicolo, attualmente senza indagati e ipotesi di reato.

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