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BFM: divide il pubblico il film romeno “A decent man”

Lunghi silenzi nel terzo film in concorso al Bergamo Film Meeting 2019 dove il regista Hadrian Marcu ha scelto di fare a meno della colonnai

Titolo: A decent man

Regia e sceneggiatura: Hadrian Marcu

Produzione: Romania, 2018

Interpreti: Bogdan Dumitrache (Petru), Ada gales (Laura), Madalina Constantin (Sonia)

Pubblico diviso per la terza pellicola in concorso. I commenti in uscita a fine proiezione testimoniano stanchezza e irritazione per l’esasperante lentezza ma le domande poste al regista – alla sua opera prima – dimostrano una finezza di sguardo che ha colto molte delle scelte autoriali.

Ecco la trama: Petru è un ingegnere esperto in trivellazioni che sta per avere un figlio dalla fidanzata Laura. All’inizio del film va in chiesa, in campagna, a fissare la data delle nozze, e il sacerdote in merito alla gravidanza già in corso lo rassicura affermando che “si è al mondo per fare figli e famiglia”. Quando Sonia – una collega con cui Petru aveva una relazione segreta – ha un incidente che determina l’amputazione di una gamba, Petru va in crisi e va spesso a trovarla in ospedale, all’insaputa di Laura che è medico e lavora proprio lì. È innamorato di Laura, responsabile verso il figlio che porta in grembo, ma allo stesso tempo legato a Sonia. Il suo comportamento è
apparentemente “decent”, ovvero onesto e rispettabile, ma si rivela doppio e inadeguato a gestire la situazione, soprattutto quando Laura viene a sapere della relazione segreta.

Tutto il film è incentrato su Petru, le sue difficoltà a guardarsi dentro, le sue telefonate ruvide e le piccole bugie con la madre distante, i suoi rapporti franchi con i colleghi con cui passa lunghi periodi sul sito di trivellazione, le sue affettuosità verso Laura – e verso Sonia -, gli scambi tesi con Laura. La cinepresa lo riprende spesso di spalle, lo segue a distanza si direbbe, perché questo personaggio vuole tenere le distanze da tutti. Il regista utilizza per le scene sul lavoro una fotografia ariosa che rivela lo spazio circostante in cui Petru e i colleghi si muovono con sicurezza e quasi armonia nell’armeggiare attorno ai diversi macchinari, mentre negli ambienti chiusi – gli appartamenti, l’ospedale…- emergono geometrie e angoli retti che sembrano costringere il protagonista e rivelare le sue difficoltà di relazione.

Ai dialoghi asciutti ma franchi con i colleghi si contrappongono dialoghi stentati con Laura e con Sonia. E lunghi silenzi. La scelta di Marcu di fare a meno della colonna sonora sottolinea i silenzi e in particolare il silenzio di quest’uomo che non riesce ad ascoltare i propri sentimenti, a decifrarli.

Il film si conclude con Petru che di notte si reca in ospedale da Sonia e si sdraia accanto a lei. Capiamo che, nonostante le diverse ecografie mostrate durante il film, prevarrà l’immagine di Laura sempre presentata snella e “poco incinta”, e probabilmente quella famiglia non si formerà.

Il film è in sostanza tutt’altro che sciatto, e il regista ha spiegato con sicurezza le proprie scelte, ma restano onesti interrogativi rispetto alle perplessità del pubblico: forse non siamo educati a un cinema contemplativo (Marcu cita Antonioni, Nuri Bilge Ceylan…), forse siamo viziati da ritmi narrativi forzati di serie tv? O forse Marcu ha esagerato nel dosare i silenzi e le lentezze? Forse il cinema d’autore da sempre può arrischiarsi di perdere per strada un po’ di pubblico? Noi crediamo che Marcu debba trovare ancora la misura.

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