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Otto marzo: dopo la festa la donna resta maltrattata e discriminata - BergamoNews
Lo sguardo di beppe

Otto marzo: dopo la festa la donna resta maltrattata e discriminata

La violenza fatta di tante sfumature, sembra essere diventata il segno della forza di una parte della razza umana, di quella forza che si esprime solo a pugni e calci quando non ricorre alla pressione di un grilletto d'arma da fuoco o ad una lama di coltello per lacerare le carni altrui.

E quando la festa sarà finita, che ne sarà delle donne? Se ne parla come se fossero qualcosa di diverso nel contesto sociale e si fanno leggi per proteggerle.

Tutto giusto, ma questo è il segno che le donne vengono considerate una categoria di esseri umani a parte. I notiziari sono pieni di soprusi subiti dalle donne, sì, sono pieni di notizie di donne stuprate, di donne massacrate, di donne uccise dalla violenza di un’altra razza, quella degli uomini violenti ai quali, spesso, anche la legge attribuisce attenuanti.

Ma che sta succedendo? Anche sul posto di lavoro sono quasi sempre discriminate, fatta salva qualche rara eccezione. Dopo anni e anni di auguri per la ricorrenza della festa a loro dedicata, non si è ancora riusciti a togliere il discrimine che fa sì che vengano pagate meno a parità di mansione e quasi sempre, obbligate a svolgere il doppio lavoro, quello dell’ufficio o della fabbrica e quello di casa per accudire i figli e il marito o compagno che sia.

Il termine uomo che non individua solo un essere di sesso maschile, porta con sé una serie di altri significati tra i quali dovrebbe essere preminente quello di essere intelligente e razionale.

Ma questo nome si è spesso ridotto ad una mera distinzione di sesso, mentre dovrebbe identificare l’essere di sesso maschile che, a parità di condizioni e di diritti, divide con la donna tutto, anche il lavoro di casa, la responsabilità della gestione del ménage familiare, dell’educazione dei figli e di tutto ciò che ha attinenza al nucleo complesso rappresentato dalla famiglia. Non è sempre così. In molti, troppi casi, per la donna c’è scarsa considerazione, c’è lo stipendio inferiore, il lavoro doppio e se qualche lamentela sfugge, allora, il macho che crede di ammantarsi di saggezza citando detti assurdi, farfuglia parole vuote di senso e cariche di stupidità, con l’intento di far valere l’assurda realtà che nel passato vedeva la donna praticamente schiava del marito: “Non esistono più le donne di una volta”.

Quali donne, quelle considerate poco più o poco meno di un animale da compagnia? Quelle che non avevano diritto di parola, quelle che quando arrivava “l’uomo” dovevano stare zitte, e mettere a disposizione tutto, proprio tutto, includendo in quel tutto anche se stesse?

Quante volte ad una donna si è dedicato un sentimento svenduto, abusato come termine commerciale, adattato a qualsiasi cosa e svuotato del suo vero significato, l’amore?.
Quante volte si è ridotta la donna al rango di serva, scambiando le sue attenzioni per un dovere, quasi abbia un cromosoma caratterizzante che le condanna al rango di moglie o di compagna?

Quante mani si sono alzate per cadere in faccia e sul corpo delle donne, non per dare carezze, ma per ferire, per infliggere dolore, per creare sofferenza fisica e talora per infliggere anche la morte! Se non fosse che l’uso della violenza assurta a codice di comportamento appartiene, per nostra fortuna, ad una insignificante minoranza di esseri umani di sesso maschile, potremmo, senza ombra di smentite, affermare che non siamo solo in recessione economica, bensì in regressione proprio come modo di considerare la donna. La figura femminile non è antagonista della figura maschile, perché entrambe le realtà sono pariteticamente complementari e dovrebbero fondere le loro differenze nell’unicità di una relazione in cui rispetto, sentimento ed uguaglianza costituiscono la base del rapporto.

La violenza fatta di tante sfumature, sembra essere diventata il segno della forza di una parte della razza umana, di quella forza che si esprime solo a pugni e calci quando non ricorre alla pressione di un grilletto d’arma da fuoco o ad una lama di coltello per lacerare le carni altrui.

Chi pronuncia la parola amore attribuendole il corretto significato di sentimento che spinge un essere verso un’altra realtà umana diversa da sé, rischia di essere canzonato o di essere considerato un debole, un debosciato perché i nuovi eroi sono i violenti, quelli che mettono paura, quelli che menano, quelli che urlano più forte, coloro che usurpano e abusano della forza fisica facendone strumento di sopraffazione. Chi costruisce una relazione che alla base pone la parola amore, sentimento che sottintende un legame che non conosce sfruttamento, che non chiede nulla per forza, che spinge a scambiare tutto con la persona alla quale ci si rivolge con quel termine, è tutt’altro che debole.

È un uomo che conosce il sentimento e lo traduce in delicate carezze, in rassicurazioni per l’altra persona, che divide con lei non solo il pane ma la gioia, la fatica, la gestione della vita. Chi suggella e completa il senso della famiglia è proprio lei, la donna che ricambia un gesto d’amore con il quale l’uomo si unisce a lei, regalandogli la gioia di un nuovo essere vivente, un figlio, che crea ed offre perché rappresenti un’altra realtà con la quale spartire l’amore.

Non passa giorno senza che si sentano notizie di violenze, di stupri e di femminicidi. Poi, all’improvviso scoppia la festa della donna e con un rametto di fiori si pensa di liquidare colei che spartisce la vita con l’uomo e alla quale, terminata la festa, in molti casi, si regala noia, fatica, oblio, e indifferenza, dietro la quale si cela , nella quasi totalità dei casi, il tradimento, se non perpetrato fisicamente, immaginato e desiderato come atto liberatorio da una vita ridotta a insensata e piatta routine.

E nella convinzione di molti uomini, ovviamente, la colpa di questo calo di attrazione, di pulsione amorosa e di desiderio è tutto da addebitare alla donna. L’uomo è sempre stato abile nel giocarsi gli alibi e le giustificazioni. Intendiamoci, nemmeno tutte le donne sono esseri da adorare. Come in tutte le situazioni che la vita ci propone, non tutte le responsabilità sono da addebitare ad una sola delle parti. Talora la scelta di percorrere strade diverse diventa non solo legittima ma auspicabile sia per l’uomo che per la donna.

Ma anche in questo caso, di norma ed i fatti lo dimostrano, è l’uomo che si arroga il diritto di dire fine ad una relazione, è lui che deve rompere l’unione, perché se la donna lo sostituisce in questa decisione, allora, nella nostra terra nella quale solo da poco il delitto d’onore è stato cassato dal codice di procedura penale, l’uomo rivendica il potere sull’essere oggetto delle sue libini e non più d’amore e, spesso, mette fine alla vita della donna pur di non concederle la libertà e il diritto ad una nuovo sentimento che la ripaghi del fatto di essere stata da tempo ignorata, sfruttata o semplicemente di essersi sbagliata nella scelta del compagno di vita. Ed in questo mondo dove la tecnica ha superato in velocità la nostra capacità di comprensione, ci son paesi dove nascere donna rappresenta già di per sé un grande rischio.

Non so quanto tempo sarà necessario a far sì che la donna riacquisti la sua collocazione sociale paritetica. La famiglia, nata come entità matriarcale, iniziò a complicarsi con l’avvento del patriarcato. Nacquero le recinzioni, i confini e tra questi paletti, con il passare del tempo, l’uomo ha intrappolato l’unico essere in grado di dare la vita, la donna.

Non ci vuol molto a comprendere che la differenziazione sessuale non costituisce una gerarchia secondo la quale è il più forte fisicamente a dettare le regole. Se provassimo a pensare che l’essere considerato debole è quello che crea la vita, sfido chiunque a sostenere il concetto che la forza vera appartenga a qualcun altro, ad un altro essere incapace di dare continuità alla specie ed al mondo, all’uomo, inteso solo nella sua accezione di maschio.

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