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La casa di Jack: torna Lars von Trier, il genio folle di Nymphomaniac

Immagini crude, intermezzi didascalici altissimi, psicosi alienanti: tutte tracce inconfondibili del classico cinema del regista danese

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Titolo: La casa di Jack

Regia: Lars von Trier

Attori: Matt Dillon, Bruno Ganz, Uma Thurman, Siobhan Fallon Hogan, Sofie Gråbøl, Riley Keough

Durata: 155 minuti

Giudizio: ***

Programmazione: UCI Cinemas Orio

A distanza di 4 anni dal suo ultimo film, Lars von Trier, forse una delle figure più border line del cinema contemporaneo, torna sul grande schermo per raccontare una storia che, ancora una volta, mostra il lato oscuro dell’essere umano. Tuttavia, se in Nymphomaniac si trattava di perversione sessuale, qui si indaga la mentalità omicida.

America, anni ’70. Jack ci racconta la sua storia in prima persona nel dialogo con una voce fuori campo, come in una sorta di confessione, e decide di scandire gli eventi secondo 5 “incidenti” scelti in maniera casuale.

Di professione ingegnere, anche se avrebbe voluto fare l’architetto, Jack conduce una vita apparentemente tranquilla e solitaria. Su una collina in riva a un lago, sta costruendo con le sue stesse mani una casa. Butta le fondamenta, costruisce i muri; prima di mattoni, poi di cemento, poi di legno, ma finisce sempre con il radere tutto al suolo. C’è sempre qualcosa che non va con il materiale, non riesce a trovare quello giusto. Dopotutto, soffre di un disturbo ossessivo compulsivo che lo costringe ad essere ossessivamente meticoloso, attento e calcolato.

Eppure, c’è qualcosa di oscuro in lui; una forza primordiale, bestiale, che lo spinge a commettere omicidi di una violenza sadica estrema. Jack è un serial killer, e quello che stupisce di lui e che rende il tutto ancora più disturbante, è la lucida, misurata consapevolezza che Jack ha del suo disturbo. Lo spiega molto bene: per lui uccidere è una necessità, una dipendenza che crea astinenza; e quando il senso di appagamento scema gradualmente, sempre di più, dopo un omicidio, il dolore cresce, è insostenibile, a tal punto che uccidere diventa l’unico modo per alleviarlo.

Tuttavia, non è dall’atto omicida in sé che Jack trae più soddisfazione. Il piacere vero viene dopo, quando trasforma i suoi cadaveri, che chiude gelosamente in una cella frigorifera, in opere d’arte. Qui, può fare di loro ciò che vuole. Disporli a suo piacimento, facendogli assumere le pose e le espressioni facciali che ritiene più artistiche. Scatta innumerevoli foto, e nel negativo della pellicola trova il lato oscuro della luce. Quello che lui ha dentro. Ed è allora che si sente più appagato.

Certamente un film non adatto a deboli di stomaco. La violenza di per sé non è eccessiva, ma le circostanze malate in cui si manifesta e la sua assoluta arbitrarietà possono effettivamente creare disturbo.

Immagini crude, intermezzi didascalici altissimi, psicosi alienanti: tutte tracce inconfondibili del classico cinema del regista danese. E forse sta proprio qui il problema. Per carità, film interessante, ma si tratta ancora una volta dello stesso tema, osservato da un punto di vista diverso. Forse von Trier, per costruire il suo prossimo film, dovrà servirsi di materiale più vivo.

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