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I Rolling Stones nel 1969: "Let it bleed", l'ultimo lp in cui suona Brian Jones - BergamoNews

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Gli anni d'oro del rock

I Rolling Stones nel 1969: “Let it bleed”, l’ultimo lp in cui suona Brian Jones

Con la delicatezza che da sempre li caratterizza nel giugno del ’69 i Mick Jagger e Keith Richards accompagnano Brian Jones all’uscita, liquidandolo con un bel pacco di sterline. Non avrà tempo per spenderle tutte; il 3 luglio morirà annegato nella sua piscina.

Siamo alla quinta puntata e quindi al quindo disco del 1969: annata rock di altissimo livello.

29 novembre – Let it bleed (The Rolling Stones)

Quando, all’inizio del ’69, i Rolling Stones si ritrovano in studio per dare seguito al “Banchetto dei mendicanti”, sono sull’orlo del tracollo. Non tengono concerti da oltre due anni; per di più Mick Jagger e Marianne Faithfull, così come Keith Richards e Anita Pallenberg sono seguiti a vista dai cani antidroga della polizia; Brian Jones è sempre più perso nel suo universo parallelo.

Provano ancora ad imitare i Beatles, ma l’esito è discutibile. I Fab four hanno fondato la Apple e loro vorrebbero una loro “Pear”. Quale frutto più indicato a suggerire gli hobbies preferiti dai nostri eroi? Gli scarafaggi girano “Let it be”, le Pietre Rotolanti rispondono con “R’n’R’ Circus”; non esattamente la stessa cosa, tanto che il film resterà nel cassetto sino al 1996.

Con la delicatezza che da sempre li caratterizza nel giugno del ’69 i Glittering Twins accompagnano Brian Jones all’uscita, liquidandolo con un bel pacco di sterline. Non avrà tempo per spenderle tutte; il 3 luglio morirà annegato nella sua piscina.

Nel frattempo, Il 13 giugno viene assoldato il giovane Mick Taylor, chitarrista dal talento sopraffino, giunto dalla corte di John Mayall. Il 5 luglio gli Stones tengono un concerto a Hyde Park davanti ad una folla immensa. Doveva essere lo show del grande ritorno; visto quanto accaduto, verrà dedicato a Brian Jones.

Saranno anche un poco stronzi, ma comunque di pregi i ragazzacci ne hanno in quantità; come di amici. Se poi gli amici si chiamano Gram Parsons, Ry Cooder, Nicky Hopkins, Jack Nitzsche, Al Kooper, Leon Russell, Ian Stewart e il magnifico Bobby Keys, cioè il meglio sulla piazza per fare bagordi di ogni genere e suonare suonare suonare, beh l’atmosfera si surriscalda e può nascere una musica meravigliosa.

Ed è quello che capita per “Let it bleed”. Parliamo di blues, di country, di rock, come solo gli Stones sanno macinare.

rolling stones

Giù la puntina e parte “Gimme shelter”, un capolavoro che tratta temi apocalittici. Guerra, omicidio, stupri. Intro di Richards meravigliosa; poi il pezzo cresce fino al duetto di Jagger con la cantante soprano Merry Clayton. La pelle d’oca è d’obbligo.

Love in vain” è invece un reinterpretazione di un blues del diabolico Robert Johnson, indicato nelle prime stampe con lo pseudonimo Woody Payne, poi corretto nelle edizioni successive, per evitare problemi di copyright. Interpretazione molto sentita; Ry Cooder al mandolino sa il fatto suo.

Terzo pezzo è “Country Honk” che altro non è che una versione di “Honky Tonk Woman” in stile country. Poi ci mette le dita Mick Taylor e si trasformerà nello spettacoloso 45 giri che tutti conosciamo. Con “Live with me” si torna al rock bello tosto; giro di basso ad imbastire la trama e chitarre acide ad impreziosire il vestito. Bello il piano in sottofondo di Nicky Hopkins e Leon Russell; splendido il sax di Bobby Keys.

Chiude il primo lato “Let it bleed”; altro pezzo country, contraddistinto da una bella parte di piano da saloon suonata da Ian Stewart. Molto crudo il testo: ”Tutti abbiam bisogno di qualcuno su cui sanguinare… se lo vuoi baby puoi sanguinare su di me”.

La seconda facciata si apre con “Midnight rambler”, che racconta le gesta di Albert De Salvo. Detto “lo Strangolatore di Boston”, terrorizzò la città uccidendo tredici donne, tra il ’62 e il ’64. Un blues elettrico perfetto per l’improvvisazione; cavallo di battaglia di tanti concerti. Armonica e chitarre slide in evidenza. Bello il finale in crescendo.

“You got the silver” è una ballata blues di Richards, che per la prima volta canta da solista. La dedica alla sua nuova fiamma Anita Pallenberg, appena soffiata a Brian Jones. Ironia del caso è l’ultimo brano in cui Jones suona (l’autoharp, una specie di dulcimer).

Segue “Monkey man”, un rock, con un’intro tesa e vibrante. Alla chitarra un brillantissimo Richards, sia solista che ritmico. Molto polemico il testo: “Tutti i miei amici
sono dei drogati” così come “spero che non ci consideriate troppo satanici”. Non a caso inserita nella Colonna Sonora di “Quei bravi ragazzi” di Martin Scorsese, ove
il protagonista narratore, Ray Liotta, inala l’impossibile.

Si chiude con un l’ennesimo capolavoro; “You can’t always get what you want”. Coro angelico ad introdurre una chitarra acustica ed il corno francese suonato da Al Kooper; commovente. Poi la voce di Jagger a incantare e la band compatta in un crescendo fantastico. Il testo tratta della disillusione dopo la fine del sogno hippy; gli
Stones non sanno cosa li aspetta ad Altamont, meno di un mese dopo l’uscita del disco. Perfetta per introdurre la scena iniziale, quella del funerale, ne “Il Grande Freddo” di Lawrence Kasdan. Scena in cui venne tagliato un giovanissimo Kevin Costner, che interpreta(va) il caro estinto. Strepitoso il coro finale del London Bach Choir; chiusura perfetta per un grande album.

Altro disco da avere, senza alcun dubbio. Fa parte della quadrilogia che ha visto gli Stones al massimo della forma; album come “Beggars banquet” (1968), “Let it bleed
(1969) appunto, “Sticky fingers” (1971) e “Exile on main street” (1972). Mai i ragazzacci saranno più così sporchi, tosti e mai i loro dischi altrettanto ispirati.

10 pallini su 10: altro non si può chiedere a un disco rock.

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