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Il punto su Gaetano Donizetti: la riscoperta del compositore bergamasco

L'articolo di Alberto Mattioli, brillante e competente critico musicale, su Donizetti, in scena a Lucca e a Palermo

Vi proponiamo un interessante articolo di Alberto Mattioli, brillante e competente critico musicale, pubblicato su La Stampa: è dedicato al compositore bergamasco Gaetano Donizetti di cui ha osservato a Lucca e a Palermo nei giorni scorsi “Lucia di Lammermoor” e “La Favorite”.

C’è un caso Donizetti. Dei quattro evangelisti dell’opera italiana dell’Ottocento, lui continua a essere il meno conosciuto e il più sottovalutato. Forse è inevitabile, con un catalogo di una settantina di titoli dove, come la bontà del Principe secondo don Magnifico, “più se ne cava e più ne resta a cavare”. Però, rivalutato in qualche modo il Donizetti musicista, tutt’altro che “facile” e men che meno facilone come si è ripetuto per troppo tempo, bisogna fare i conti con il Donizetti drammaturgo musicale che, invece, è ancora tutto da (ri)scoprire.

Permettono di fare il punto due Donizetti seri, e dei massimi, in tre giorni. Il Giglio di Lucca importa dal Verdi di Pisa una Lucia di Lammermoor (1835) interessante soprattutto per le scelte testuali e per quelle registiche. Le scene dell’opera ci sono, finalmente, tutte: il duetto “della torre”, d’accordo, ormai si fa quasi sempre; il recitativo fra Raimondo e Normanno dopo la morte di Lucia, però, quasi mai. Né è così frequente sentire la pazzia accompagnata dalla glassharmonica, trovata geniale se ce n’è una (e semplicissima come tutte quelle geniali). Ma allora non si capisce perché tagliare dei “daccapo” qua e là.

Stefano Vizioli mostra Lucia  per quel che è: la tragedia di una ragazza schiacciata da una società non solo maschile ma maschilista per la quale la donna è unicamente una merce di scambio. Queste fanciulle di Donizetti non si ribellano alla loro sorte, come faranno poi quelle di Verdi, ma le sfuggono rifugiandosi nella follia. Dunque, niente Scozia da etichetta di whisky ma un mondo borghese ottocentesco claustrofobico e violento sotto il velo ipocrita delle “buone maniere”. E poi luci accurate, coro che finalmente recita invece di mettersi in fila per due col resto di tre, concertati dinamici: bello spettacolo.

Michael Güttler ha capito che mettere l’orchestra di Donizetti in mera modalità accompagnamento come se fosse un organetto formato XXL significa mortificare lei e Donizetti. La sua direzione è piena di colori e di dettagli. I tempi sono più lenti di quelli cui siamo abituati, e va bene perché il melodramma italiano dell’Ottocento è sempre eseguito più velocemente di quanto sarebbe giusto. Però bisognerebbe pure sostenere un palcoscenico che di sostegno avrebbe assai bisogno: vedere dei cantanti diventare cianotici alla ricerca degli ultimi aliti di fiato per arrivare alla fine delle frasi non è esattamente donizettiano.

Quanto alla compagnia, se in una Lucia il migliore, e di gran lunga, risulta essere Enrico (Alessandro Luongo, bravissimo) vuol dire che qualche problema c’è. Sarah Baratta ha temperamento e presenza, anche scenica, ma gli acuti sono sparati alla o la va o la spacca (con preponderanza della seconda ipotesi) e le agilità tutt’altro che fluide. Forse è vero che non esistono cattivi cantanti, ma solo cantanti che sbagliano repertorio, e questo vale magari anche per il suo Edgardo, francamente improponibile. Interessante ma da disciplinare il vocione da basso di Andrea Comelli, mentre Didier Pieri dà un insolito rilievo a Normanno.

Poi si va a Palermo, al Massimo, per l’adorata (da me) Favorite e il discorso si rovescia: parte scenica banale, parte musicale folgorante fino alla rivelazione. Certo è un titolo non facile da mettere in scena. La trama è folle: nel solito Medioevo di pura convenzione, un quasi monaco si spreta per amore, compie prodigi di valore e ottiene dal Re la mano dell’amata. Da buon tenore babbeo, è però l’unico di tutta la corte a non sapere che la promessa è stata promossa ad amante del Re: quando finalmente lo capisce, grandi tragedie per l’onore perduto e ritorno al chiostro, dove la regia favorita viene a morirgli fra le braccia senza peraltro che ci sia alcuna ragione plausibile per farlo (insomma, come molte primedonne ottocentesche, muore perché muore).

In realtà, nel superfeuilletton scodellato a Donizetti dal trio librettistico composto da Royer, Vaëz e l’immancabile Scribe ci sono molti temi e situazioni tipici del “grand opéra” d’epoca Luigi Filippo, a cominciare dall’ossessione per i temi religiosi, proseguendo per un indistinto Medioevo stile “troubadour” e terminando con l’obbligatorio divertissement di danza, anche se nella Favorite, che è del 1840, le divagazioni spettacolari sono meno insistite che nei titoli coevi: nemmeno una processione né una marcia funebre né una strage né una carica di cavalleria, insomma stranamente latitano gli effetti speciali. In compenso, Fernand, questo il nome del babbeo, arriva sull’isola dove ha appuntamento con Léonor, la favorita, con gli occhi bendati come Raoul che va a incontrare la Regina di Navarra nel secondo atto degli Huguenots di Meyerbeer, libretto, guarda caso, di Scribe.

Il regista Allex Aguilera la butta sull’ipertradizionale: bei fondali dipinti di Francesco Zito, cappe e cappelli, farsetti e piume dello stesso, poi tutti elegantissimi a fare le solite cose che fanno i cantanti, apri le braccia, chiudi le braccia, e sull’acuto spalancale entrambe facendo un passo avanti. Lo spettacolo ideale per le care zie, che infatti hanno molto apprezzato. Va detto però che le ultime produzioni italiane della Favorite, alla Fenice e al Maggio, erano state talmente orrende che questa risulta quasi bella, o meno insulsa.

In ogni caso, qui il teatro, e che teatro, lo fa la musica. La direzione di Francesco Lanzillotta è sensazionale. Intanto, l’opera si esegue nell’originale francese invece che nella ridicola traduzione italiana d’uso e vabbé, ormai così fan tutti, ma anche integrale (perfino con un po’ di balletto, non tutto però), come non fa quasi nessuno. Gli accompagnamenti sono pulsanti, morbidi ed elastici allo stesso tempo; i concertati, perfetti per precisione e abbandono; le trovate strumentali e armoniche di Donizetti non solo rivelate, ma esaltate. L’ultimo dei quattro atti, il più bello dell’opera, è da brividi: tutto un colore orchestrale livido e cinereo per il Preludio, i cori dei frati e l’aria del capofrate, “Spirto gentil” accompagnata e cantata come un soliloquio invece che come uno sfoggio di tenorilità, un’entrata drammaticissima e urgente di Léonor. Quando Fernand le dice finalmente “Je t’aime!” e partono dolcissime l’arpa e il do maggiore di “Viens! Je cède éperdu”, che sono insieme la redenzione della fedifraga e della cabaletta, commuoversi è stupido ma inevitabile. Ancora e sempre, non possiamo non dirci romantici.

Poi ci sono anche i cantanti, cosa che per La favorite è indispensabile ma tutt’altro che scontato, segno che a Palermo c’è qualcuno con uso di orecchie. Con quasi trent’anni di carriera, è stupefacente che la voce di Sonia Ganassi sia ancora così fresca, senza un suono che “balli” in tutta la tessitura, dal grave all’acuto. In più, Ganassi condivide con il suo tenore, John Osborn, il gusto per la dinamica sfumata e la capacità tecnica di realizzarla: non c’è una nota tenuta che non venga rinforzata o smorzata, e sempre non per puro sfoggio vocalistico ma sulla parola e sulla situazione scenica. Osborn continua, anche lui, a sparare do acuti con una disinvoltura spettacolare (anche nell’aria che tagliano tutti, quella dopo il primo duetto con lei, messa lì solo per dare un po’ di rilievo eroico all’altrimenti sospirosissimo Fernand, e quando si fanno confronti con i grandi del passato anche prossimo bisogna ricordare che loro queste opere monstre si guardavano bene dal cantarle tutte), però non è solo una macchina da acuti, ma un interprete. Forse un po’ freddo nella cavatina, va in crescendo fino al ricordato “Ange si pur” (il caro vecchio “Spirto gentil”, appunto) dove, grazie anche all’orchestra di Lanzillotta, è semplicemente entusiasmante.

Il giovin baritono Mattia Olivieri fa Re Alphonse e rivoluziona la concezione del personaggio, da sempre appannaggio di baritoni «grand seigneur» impegnati nei casi migliori a renderne il cinismo a forza di mezzevoci e fraseggi melliflui o, in quelli peggiori, a cantarsi addosso. Anche Olivieri sa cantare, che poi vuol dire saper cantare piano, e infatti esegue così tutto il daccapo della sua cabaletta. Ma fa di Alphonse un uomo davvero innamorato di Léonor, un Re dispotico ma giovane, ardente, appassionato. E, per inciso, anche aitante, il che rende plausibile che Léonor se ne sia innamorata prima di Fernand, e senza secondi fini di promozione sociale. Insomma, quella di Olivieri è una prova maiuscola: attenzione, non da giovane promettente che si farà, ma da grande artista che si è già fatto. Se dovessimo scommettere sul futuro da star di qualcuno, sarebbe il suo, ammesso che non faccia o non gli facciano fare imprudenze.

Infine, Clara Polito è una buona Inès, Marko Mimica un Balthazar morbido, elegante ma all’occorrenza anche tonante e Blagoj Nacoski un Don Gaspar di encomiabile finezza vocale e interpretativa, che oltretutto canta il francese migliore di tutti.

Insomma, gran serata, da cui si esce felici per il Massimo, per l’opera, per noi e per quell’immenso uomo di musica e di teatro che fu Gaetano Donizetti.

(foto Rosellina Garbo)

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