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A Ilaria Galbusera la medaglia di Mattarella: “Noi sordi non siamo invisibili”

La capitana della Nazionale femminile di pallavolo sorde verrà insignita dell’Ordine al merito della Repubblica Italiana: "Spero che tutto ciò possa creare rumore su una disabilità invisibile"

“La sordità è spesso una disabilità invisibile. Spero questo riconoscimento possa creare rumore su di essa e possa permettere di conoscerla meglio”. C’è anche Ilaria Galbusera, capitana della nazionale italiana femminile di pallavolo sorde, nella lista delle personalità che nelle prossime settimane verranno insignite dell’Ordine al merito della Repubblica Italiana dal presidente Sergio Mattarella.

Ilaria Galbusera

Ventisette anni, originaria di Sorisole, Ilaria racconta in questa intervista la sua passione per la pallavolo, una passione che, grazie al supporto della famiglia e della Federazione Sport Sordi Italia (FSSI), le ha permesso di raggiungere la medaglia d’argento ai Deaflympics 2017.

Ilaria Galbusera sarà speaker di TedXBergamo il prossimo 16 marzo.

Ilaria Galbusera, come nasce la sua passione per la pallavolo?
“È nata a dodici anni, quando guardavo giocare mio fratello. In realtà da piccola mi sono sempre cimentata in sport individuali, tuttavia osservandolo giocare ho notato la grande possibilità di socializzare, una possibilità che a dodici anni mi ha spinto ad iniziare nelle giovanili dell’Excelsior Bergamo. Dopo quindici anni posso affermare che questa passione non è mai cessata”.

Nel corso della sua carriera ha raggiunto molti traguardi, ma quello che spicca su tutti è l’argento ottenuto ai Deaflympics 2017 da capitana della nazionale italiana di pallavolo sorde. Ci racconta com’è andata?
“È stato bellissimo perché siamo arrivate ai Deaflympics e puntavamo ad arrivare al podio, ma non essendo l’Italia mai salita su podio internazionale, riuscire a conquistare l’argento è stato un traguardo veramente importante. Ricordo ancora adesso con la pelle d’oca i quarti di finale con la Polonia e la semifinale con gli Stati Uniti, due delle partite più belle che abbia mai giocato, partite in cui in campo non eravamo dodici ragazze, ma una sola perché in testa avevamo un solo obiettivo in testa, quello di vincere. È chiaro che la finale con il Giappone è stata complessa perché loro sono professioniste, hanno un campionato dove giocano assieme, hanno a disposizione tutte le risorse economiche necessarie per poter giocare a livello professionistico, per cui a maggior ragione l’argento è stato un quadro importante per noi anche perché ci abbiamo messo tutta la passione per poter arrivare a un simile risultato”.

Quanta responsabilità serve per poter svolgere il ruolo di capitana?
“Sicuramente una responsabilità grandissima perché ci si trova a gestire undici ragazze, tutte con un carattere diverso. Quando mi è stato affidato questo ruolo ho avuto quasi paura, tuttavia, grazie a Laura, la mental-coach della nazionale, sono riuscita a dare il meglio di me e ora sono orgogliosa della mia squadra perché, se ogni ragazza da sola è un pezzettino del puzzle, tutte assieme siamo una corazzata incredibile”.

Durante i Giochi siete divenute famose per aver cantato l’inno con la lingua dei segni. Vi aspettavate di aver una così grande visibilità?
“No, non ce l’aspettavamo perché questa idea è nata dal fatto che, per regolamento, prima dei match il capitano si pone davanti alle altre giocatrici e segna l’inno. Visto che non tutte le ragazze lo conoscevano, con l’allenatrice abbiamo deciso di usare i pochi momenti liberi per impararlo e ciò ci ha dato una visibilità inaspettata, una visibilità che giunge in parte dalla novità, ma probabilmente anche dal fatto che in molti non sapessero dell’esistenza di questo inno. Il video sui social ha raggiunto 4 milioni di visualizzazioni, è stato condiviso da politici, persone dello spettacolo e probabilmente è giunto anche al presidente Mattarella. Ma quel che è più importante è sapere che questo video ha permesso all’Italia di sapere che noi esistiamo”.

Passando alla decisione presa dal presidente della Repubblica Mattarella, come ha appreso questa notizia?
“È stata una sorpresa perché, a ventisette anni, non mi sarei mai aspettata di ricevere un riconoscimento simile, un premio che mi gratifica e che mi spinge a proseguire su questa strada. Ho appreso la notizia tramite un giornalista che mi ha chiesto un’intervista in merito, quando non ne sapevo ancora nulla. Nei giorni precedenti il telefono aveva squillato più volte e con ogni probabilità si trattava del Quirinale ma non avendo la possibilità di sentirlo non ho potuto venir a conoscenza della notizia e così ho deciso di non accettare l’intervista. Voglio precisare che questo non è un riconoscimento soltanto mio, ma di tutte le persone sorde che ogni giorno si trovano a combattere le sfide della vita quotidiana e di tutte quelle che hanno collaborato e collaborano con me per progetti di inclusione dedicate a persone sorde. Spero che tutto ciò possa creare rumore su una disabilità invisibile”.

Se ne avesse l’occasione, cosa vorrebbe dire al presidente?
“Sicuramente lo ringrazierei moltissimo per il riconoscimento che mi ha dato. Spero che oltre a ciò il presidente ci possa dare la possibilità di farci sentire”.

Diversi organi di stampa l’hanno definita un’eroina.
“Ma io non mi sento un’eroina, perché sinceramente quelli che sto facendo sono progetti che amo e che continuo ad amare. Gli eroi sono altre persone che combattono ogni giorno diverse sfide più grandi delle mie”.

Tornando alla pallavolo, lei milita in due squadre, la Virtus Petosino Lemen e l’Associazione Sportiva Dilettantistica Ludovico Pavoni Brescia, la prima composta da ragazze udenti, la seconda da ragazze sorde. Quali sono le differenze fra le due tipologie di squadre?
“Non ci sono grandi differenze, se non quella che, essendoci diverse tipologie di sordità, noi giochiamo senza protesi. Le uniche differenze che si possono segnalare sono da una parte la necessità di agitare le braccia per chiamare la palla in quanto, non potendo sentire, è necessario comprenderci fra noi in questo modo; dall’altra è che con le ragazze sorde è necessario sapere già a priori quale palla arriva, per cui serve avere molta fiducia nelle proprie compagne di squadra. Secondo me tutto ciò è molto più bello e, se devo esser sincera, gioco meglio con le ragazze sorde”.

Essendo lei affetta da sordità, quanto è stato importante l’aiuto dei suoi genitori durante il suo percorso professionale e sportivo?
“I miei genitori sono stati fondamentali in tutto questo percorso, in particolare per superare tutti gli ostacoli che la sordità porta e tutte le sfide che la vita pone davanti a noi. Loro mi hanno sempre spronata a dare il meglio di me, anche dal punto di vista professionale e anche quando, a cavallo fra la terza media e la prima superiore, mi sono sentita per la prima volta diversa, o meglio, mi facevano sentire diversa. In quel caso i miei genitori sono stati importantissimi per aiutarmi a superare le difficoltà presenti e sono stati loro a permettermi di raggiungere gli obiettivi che mi ero prefissata”.

Oltre alla pallavolo una delle sue più grandi passioni sono i corto visivi. Nel 2016, in compagnia di Antonino Guzzardi, si è infatti cimentata nel ruolo di regista e ha raccontato attraverso il documentario “Il rumore della vittoria” la storia di sei atleti sordi. Qual è stata la reazione del pubblico di fronte al suo documentario?
“Si tratta di un documentario amatoriale nato da una sfida mia e di Antonino che, attraverso il cinema, abbiamo voluto far conoscere la sordità, un mondo di cui si sa veramente poco perché, essendo una disabilità invisibile, a maggior ragione c’è mancanza di informazione, di sensibilizzazione e su questo fronte ancora oggi c’è molto da fare. Dopo aver visto il documentario molti degli spettatori sono rimasti stupiti e ci hanno confessato di non conoscere questo mondo, oltre al fatto di sorprendersi vedendo i ragazzi sordi fare le stesse cose delle persone udenti. Fra le storie inserite nel film vi è per esempio quella di Pasquale che sogna di entrare in Polizia per poter proseguire la propria carriera da atleta, ma questa possibilità non è prevista nella legge italiana, per cui oltre allo stupore negli spettatori nasce anche un sentimento di solidarietà”.

Quali saranno i suoi prossimi progetti?
“I progetti sono talmente tanti che vorrei avere più tempo per realizzarli, in particolare quelli riguardanti i bambini piccoli sordi. Il prossimo progetto in programma è il Champions Camp 2019 che partirà quest’estate e che quest’anno durerà quattro settimane, due in montagna e due al mare. Si tratta di una serie di campi estivi sportivi di integrazione per ragazzi udenti e sordi dai 7 ai 17 anni, campi estivi molto importanti perché vengono garantite tutte le esigenze dei ragazzi sordi. Questa è la quinta edizione e ad oggi siamo gli unici in Italia che organizziamo campi estivi continuativi. L’altro appuntamento che vedrà impegnata nei prossimi mesi la Nazionale Italiana sono gli Europei, una competizione in programma dal 6 al 16 giugno a Cagliari e per la quale ci stiamo già allenando”.

In conclusione, qual è il messaggio che vuol lanciare Ilaria Galbusera ai lettori di Bergamonews?
“Li vorrei ringraziare tantissimo per il supporto che mi danno ogni volta. Continuate a sostenerci, tutti, perché noi abbiamo bisogno di tifo, ma anche di far conoscere la nostra realtà”.

 

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