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“Dopo le minacce dall’estrema destra ora vivo sotto scorta, ma non mi fermeranno”

Il giornalista bergamasco di Repubblica: "Non è facile vivere con due carabinieri che mi seguono dalla mattina alla sera, in ogni caso li ringrazio. Proposte politiche? Sì, ne ho ricevute"

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“Il Fascismo può ancora tornare sotto le spoglie più innocenti. Il nostro dovere è di smascherarlo e di puntare l’indice su ognuna delle sue nuove forme”. La frase scritta da Umberto Eco nel suo saggio Il Fascismo eterno è diventata un mantra per il giornalista bergamasco Paolo Berizzi.

L’inviato di Repubblica, 46 anni, ha realizzato diverse inchieste sui gruppi di estrema destra, che ha raccontato anche nel suo libro NazItalia. Un lavoro delicato, a causa del quale ha ricevuto diverse minacce, sia nei suoi confronti che dei suoi familiari, mamma, compagna e figlioletta tredicenne. Auto danneggiata con svastiche e croci celtiche, volantini appesi fuori da alcune redazioni di giornali (tra cui quella di Bergamonews), scritte sui muri della palazzina di Città Alta in cui vive e invettive attraverso i canali social.

Per questo motivo gli è stata assegnata prima la sorveglianza dinamica nel marzo 2017, poi, visto le intimidazioni sempre più gravi, nei giorni scorsi la scorta. Due carabinieri lo accompagnano dalla mattina alla sera, in ogni suo spostamento. Anche nella visita a Bergamonews, dove ha tenuto una lezione alla nostra Academy.

Berizzi, perché ha la scorta?

Per le minacce ricevute in seguito al mio lavoro di denuncia dei nuovi gruppi di estrema destra. L’episodio che in particolare ha portato il Viminale a prendere questa decisione è accaduto al funerale dell’ultrà dell’Inter Daniele Berardinelli, il 25 gennaio scorso, quando a fine esequie un gruppo di nazisti dei Do.Ra. mi si sono avvicinati e mi hanno urlato “Sei senza vergogna, vai via”. Nei giorni successivi, poi, hanno continuato a inviarmi intimidazioni, come fanno da due anni. Questa è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso.

Come si sente a essere seguito dalla mattina alla sera da due carabinieri?

Non è facile, è una situazione che ti cambia la vita. Una zavorra. Preciso che sono grato a chi mi protegge, ma vivere così è complicato. A inizio settimana devo comunicare i miei impegni nei sette giorni successivi, lavorativi e professionali, così la scorta si organizza. Anche se esco a cena loro devono seguirmi. Sono costretto a rinunciare a molte cose.

È pentito per le sue inchieste che l’hanno portata a questa situazione?

Assolutamente no. Anzi. Se questa battaglia, anche civile, può essere utile per debellare questi gruppi neonazisti e neofascisti, accetto volentieri la scorta e tutto ciò che comporta. Il mio lavoro continua come e più di prima.

Comunque non è l’unico giornalista “scomodo” in Italia…

Vero, siamo in 22 in totale a essere scortati. La maggior parte per mafia, un altro cancro del nostro Paese. Io però sono il primo a cui è stata assegnata per motivi politici. E questo è un segno preoccupante del clima che stiamo vivendo. Siamo nel 2019, non negli anni ’70 del secolo scorso. La nostra costituzione dice che siamo antifascisti. Per questo penso che sia assurdo tutto ciò.

Berizzi, ha paura?

Sono intimorito solo dal silenzio di chi decide di non parlare, di non denunciare. Da chi mi dice che sono un ossessionato, un visionario, che vedo gruppi di estrema destra ovunque e senza motivo. Da chi finge che non esistano. Questo mi fa paura. Chi mi minaccia invece no, non mi impaurisce e non mi fermerà.

Ha ricevuto proposte dal mondo politico?

Sì, qualcosa c’è stato. Ma io amo troppo il mio lavoro. Nonostante la crisi dell’editoria e i denigratori che definiscono i giornalisti puttane e sciacalli, come alcuni esponenti dei Cinque Stelle, io voglio continuare a scrivere. E a denunciare.

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