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“Il corriere”, e il maestro Clint Eastwood fa un altro buco nell’acqua

Clint è un attore meraviglioso, su questo non ci sono dubbi. Ma ho personalmente trovato la sua interpretazione troppo stereotipata e di conseguenza sgradevole. Si riferisce apertamente ai messicani chiamandoli “mangia fagioli”, chiama “negro” un automobilista...

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Titolo: Il corriere – The mule

Regia: Clint Eastwood

Attori: Clint Eastwood, Bradley Cooper, Laurence Fishburne, Michael Peña, Dianne Wiest

Durata: 116 minuti

Giudizio: **

Earl Stone è l’incarnazione perfetta dell’americano medio di oggi, quello che alle elezioni avrebbe votato Trump: novantenne, bianco, repubblicano, razzista e misogino. Veste i suoi panni un ultraottentenne Clint Eastwood, leggenda assoluta del cinema, che però, ultimamente, trovo abbia perso un po’ di quel fuoco sacro che lo ha animato in grandi capolavori come Gran Torino e American Sniper.

Earl è un floricoltore: ha dedicato la sua vita intera a coltivare fiori, tanto belli quanto effimeri, che vivono solamente un giorno. E, arrivato alla veneranda età di 90 anni, si rende finalmente conto di aver avuto più a cuore essere qualcuno fuori dalle mura di casa sua, piuttosto del fallimento che era dentro. La moglie e la figlia (interpretata peraltro dalla vera figlia di Clint Eastwood) non gli parlano più, lo hanno tagliato fuori completamente dalle loro vite, nello stesso modo in cui si estirpa un’erbaccia. L’unica con cui è riuscito a mantenere un debole contatto è la nipote, che per qualche strana ragione, ancora gli vuole bene. Così Earl, colpito dalla crisi e rimasto senza lavoro e senza casa, si presenta, dopo anni di assenza ingiustificata, alla festa per il fidanzamento della nipote, sperando in un riavvicinamento.

Furiose, figlia e madre lo cacciano via, ma uno degli invitati, un losco personaggio latino, vedendolo in difficoltà, gli offre un lavoretto. “Ti pagano per guidare” gli dice, da un garage a un motel. Niente di più semplice per uno che, come Earl, ha guidato attraverso 41 dei 50 stati americani; e senza mai prendere una multa, per giunta. Così Earl accetta e fa uno, due, tre viaggi, canticchiando vecchie canzoni alla radio e senza porsi troppe domande sui tipi tatuati che caricano borsoni dall’aria sospetta nel retro del suo pick-up. Ben presto però, si rende conto di essersi messo in affari con un cartello della droga messicano. E il boss lo adora, perché chi sospetterebbe mai di un vecchio tutto ossa, veterano di guerra, bianco e repubblicano?

Tuttavia, divorato dal senso di colpa, Earl cerca di fare ammenda per gli errori del passato investendo somme da capogiro in buone azioni, quali il matrimonio della nipote e il restauro del centro per i veterani. Se da un lato, grazie ai soldi guadagnati, riesce a riprendere in mano la sua vita e a ricostruire un rapporto con le persone che gli stanno intorno, dall’altro la consapevolezza di essere affiliato con il crimine lo sta lentamente logorando. Nel frattempo, l’agente dell’FBI che è sulle sue tracce, interpretato dall’ormai fedele pupillo Bradley Cooper, riesce ad avvicinarsi a lui sempre di più, costringendo Earl, ormai esausto, a prendere una decisione che cambierà per sempre il resto dei suoi giorni.

Clint è un attore meraviglioso, su questo non ci sono dubbi. Ma ho personalmente trovato la sua interpretazione troppo stereotipata e di conseguenza sgradevole. Si riferisce apertamente ai messicani chiamandoli “mangia fagioli”, chiama “negro” un automobilista in difficoltà sul ciglio della strada, sbeffeggia un gruppo di motocicliste chiamandole “lesbiche”. Battute spiacevoli e di cattivo gusto, buttate lì a casaccio per descrivere una realtà che purtroppo esiste ancora, ma in maniera del tutto sgraziata e fuori luogo. Poi i viaggi, uno, due, dieci, venti, si ripetono identici all’infinito: una noia mortale.

Mi dispiace molto, perché alla fine chi sono io per giudicare un mostro sacro del cinema come Clint Eastwood? Ma se devo essere sincera, ho trovato noioso e svilente il modo in cui ha deciso di raccontare la storia vera di Leo Sharp, il novantenne mulo della droga del cartello Sinaloa.

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Commenti

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  1. Scritto da Danko Hunter

    Lei definisce il protagonista di questo film razzista e misogino, io non la penso assolutamente così. Crede davvero che Earl, il protagonista, possa essere definito razzista per aver chiamato negra quella coppia rimasta ferma sul ciglio della strada? Le ricordo, invitandola a rivedere la scena da lei menzionata, che un vero razzista non si sarebbe fermato a prestare aiuto a quei “negri” fermi sulla strada ma se ne sarebbe altamente infischiato. Per questo motivo reputo che in questa scena l’uso di tale termine da parte del protagonista vada interpretato come una semplice battuta, probabilmente spontanea per tradizione gergale americana. Inoltre, per quanto riguarda la presunta misoginia da lei indicata nei confronti del protagonista, credo che sia ugualmente smentibile, almeno per quanto riguarda la scena delle bikers “lesbiche”. Infatti Earl le chiama in tal modo in maniera evidentemente scherzosa dopo che loro, che poco prima gli si erano presentate come delle “lesbiche in moto” con tono anche beffardo, lo salutano dandogli del vecchio. Detto ciò penso sia esagerata la sua interpretazione del personaggio, che tra l’altro non mi è sembrato nè razzista nè misogino nemmeno sul “mangia fagioli” dato ai due messicani (che è stato detto anche in questo caso a mo’ di battuta).

  2. Scritto da Gabriele Iago Sesti

    [Causa precedente errata corrige, tel chí il commento corretto]
    Chi scrive questa pregevole recensione, rimbrottando un – legittimamente – mostro sacro come Clint (peraltro meraviglioso regista più ancora che attore), si prende il discreto rischio – anzi, qualcosa di più – di farsi dare una sonora tirata d’orecchi da tutti quei fans accaniti, e sicuramente di parte, che non possono accettare critiche al loro idolo, con o senza cappello.
    All’accorato recensore va quindi riconosciuta una certa dose di coraggio.
    Ciò non toglie che dalla prima all’ultima riga, egli – seppur ella – dimostri di conoscere poco del lavoro di Clint e ancor meno di cinema, snocciolando (in un ritaglio di tempo, si vuole sperare) un giudizio così piccino e zavorrato di tale miopia e banalità che, “se devo essere sincero”, fa quasi tenerezza. Quasi.

  3. Scritto da Giorgio Maurizio De Lillo

    Sig.ra Marialuisa Aldeghi, dice molto bene alla fine del suo articolo: chi è lei per giudicare un mostro sacro di questo calibro?
    Perchè parliamoci chiaro, qua si tratta di giudicare invece che criticare, si tratta solo di mettere in mostra il suo punto di vista politico e nemmeno in merito tutto sommato, al solo film in questione.
    Menziona capolavori come “Gran Torino” ma se lo avesse visto veramente, saprebbe che il personaggio interpretato è esattamente lo stesso, stesso razzista dal cuore tenero. Adesso siamo talmente messi male che un regista e/o attore viene pure giudicato se il personaggio è filo conservatore o di sinistra? Quindi per un Oscar o interpreti Marx o niente…

    1. Scritto da brixxon53

      Pienamente d’accordo!

  4. Scritto da DIO

    Cara Marialuisa Aldeghi, mi sono fermato alle righe sotto il titolo principale…tanto mi è bastato…credo che tu sia del 1988 o giù di li….dovresti farti qualche annetto a mangiare pane e Clint prima di scrivere certe castronerie