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“Sfida accettata: i miei sei giorni senza smartphone”

Tutto è iniziato quando mio papà ha confuso il suo cellulare con il mio prima di partire per un viaggio…

In questa nostra esistenza abbiamo, chi prima, chi dopo, tutti intuito e compreso che le persone care sono veramente poche.
Sono proprio pochi coloro i quali ci sostengono, ci aiutano e sono ‘’sempre’’ presenti nel bene e nel male.

Quindi, dopo evoluzioni sociali e tecnologiche, abbiamo consolidato un rapporto così intimo con uno di quegli aggeggi chiamati smartphone.

Proprio questi compagni di avventure ci possono testimoniare ogni tipo di attività della nostra vita: dove eravamo, quando, cosa facevamo, con chi eravamo, ci mette in contatto con chiunque e così via in una lista infinita di servizi che ogni santo giorno noi utilizziamo in modo rutinario ed automatico.
Ormai è parte di noi.

Ebbene, fino a quando non succede quello che è successo a me: il mio babbo ha avuto la buona idea di confondere il suo telefono col mio e partire per un viaggio col mio smartphone.

Sì, proprio così.
Risultato? 6 giorni senza il mio dannatissimo telefono.

Ma partiamo con ordine:
mi sveglio lunedì 7 gennaio, ancor prima di sciacquarmi la faccia o lavare i denti, ancor prima di aprire bene gli occhi: cerco il mio telefono, ma non lo trovo; metto in subbuglio la mia casa, faccio analisi spericolate nella mia memoria (dove l’avrò lasciato?!!!!) ma non trovo assolutamente nulla.
Panico. Ansia.
Dove sarà?
Chi l’avrà preso: gli alieni, gli ufo o semplicemente invasioni barbariche?
Che senso avrà la mia vita senza il mio telefono?
Il timore di perdere tutto ciò che avevo nel telefono era molto alto: sempre più gravoso, sempre più incombente, sempre più asfissiante.

Fortunatamente non mi era stato rubato e non si sono registrati eventi apocalittici ma, banalmente, ce l’aveva mio papà. Ancora qualche giorno. Per sbaglio.
Bene, la mia vita doveva comunque continuare: ci provo.

Esco, senza telefono naturalmente, ed il tic morboso di controllo del telefono, di ricerca nelle tasche, si reitera continuamente fino a risolversi in un sorriso di uno sbadato che si era dimenticato che non lo aveva più con sé.
La sensazione di essere più libero: non più dipendente di qualcosa che richiede un bel impegno ogni giorno (almeno 2 ore di screen time e sono tollerante) si fa sempre più piacevole.

Uscire, in modo istintivo, e non curarsi di cuffie che si avvitano al collo, di connessioni internet o di vibrazioni di jeans o pantaloni: è un ritorno all’infanzia dei parchi, delle giostre, della leggerezza passionale di una camminata noncurante di compagni digitali.
Questo telefono, diventato oggetto obbligatorio per ognuno (come si può stare fuori dal mondo?!), in questo giudizio in contumacia mi ha fatto capire quanto fossi legato a lui e quante ore destinassi a quello che posso definire ‘’vizio tecnologico’’.

Sto maldetto vizio, la nomofobia in termini più sofisticati, ha delle caratteristiche simili agli altri vizi: dipendenza e perdita di tempo ed energia sono gli elementi più imponenti in un fantomatico paragone.

Non è questo un anatema contro la tecnologia, la quale è il nostro presente ed il nostro futuro, la quale ha assicurato un insieme di attività e soluzioni impensabili per l’umanità semplicemente 20 anni fa, ma richiamo ad una riflessione profonda riguardo l’utilizzo dei nostri cari smartphone.

Così si conclude la mia storiella di 21 enne uscito dai circoli di WhatsApp per ben 6 giorni.

Devo confidarmi con voi: non attendevo altro che tornasse mio papà.
Ma non per riavere il telefono, bensì per ringraziarlo dell’esperienza.