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Un anno dopo

Disastro di Pioltello, il sindaco sopravvissuto: “Non si può morire su un treno nel 2018” video

Beatrice Bolandrini era nelle prime carrozze del convoglio: "Ogni volta che prendo il treno e sento un sobbalzo, una frenata o un rallentamento improvviso, la testa torna a quel giorno"

Il numero 10452 segnerà per sempre la vita di molte persone della Bergamasca e della pianura lombarda. È il numero identificativo del convoglio che all’altezza di Pioltello, alle 6.57 dello scorso 25 gennaio, è deragliato causando il disastro ferroviario che ha portato alla morte di tre donne: Ida Milanesi, 61 anni; Pierangela Tadini di 51 (entrambe originarie di Caravaggio) e Giuseppina Pirri, che di anni ne aveva 39 e risiedeva a Capralba, sul confine tra la province di Bergamo e Cremona.

Un evento drammatico che ha segnato non solo i parenti delle vittime, ma anche i tanti passeggeri che si trovavano a bordo quella mattinata di fine gennaio. Tra loro Beatrice Bolandrini, sindaco di Brignano Gera d’Adda, fortunatamente scampata al disastro. In viaggio di lavoro, sedeva nelle prime carrozze del convoglio. A quasi un anno di distanza, le ferite dell’anima non si sono ancora rimarginate: lo racconta in un’intervista che “vuole essere una testimonianza e un impegno per fare in modo che questa tragedia non venga dimenticata”.

Sindaco, qual è la prima cosa che le viene in mente pensando a quella giornata?

Il silenzio. Ma anche gli sguardi quando s’incrociano per strada persone che nemmeno si conosce, che hanno vissuto con te quell’esperienza.

Di quei momenti qual è la cosa che le è rimasta più impressa?

Lo ripeto sempre: nella sfortuna ho avuto il privilegio di essere sulla prima carrozza, toccata marginalmente dal disastro. Finché non siamo scesi dal treno, non avevamo assolutamente la percezione di quello che era successo alle altre carrozze. Era ancora buio, erano le sette del mattino, pioveva e quando siamo scesi le prime scene che ricordo sono anche le più convulse, perché si faceva fatica a capire che quello fosse stato un treno. Il mio è stato un impatto visivo prima ancora che emotivo. È una cosa che non dimenticherò mai.

Subito dopo il deragliamento si è avviata la macchina dei soccorsi. C’è qualcosa che non ha funzionato o che, al contrario, ha funzionato bene?

È una domanda a cui è difficile rispondere, visto che non sono rimasta ferita. All’inizio c’era stato detto di non muoverci e di non scendere dal treno, per cui sono passati diversi minuti rispetto a quanto era successo fuori. Una volta scesi, ci abbiamo messo un attimo a capire dove fossimo. Io, ad esempio, ero occupata a fare altro mentre ero sul treno in corsa: stavo leggendo un libro e l’unica cosa che in quel momento sapevo era che il treno sarebbe arrivato a Milano entro pochi minuti. Non avevo la chiara idea di dove fossi. Solo in un secondo momento l’ho capito. Attorno, però, c’era il nulla. I soccorritori iniziavano ad arrivare a piedi da punti diversi, fino a quando non sono stati creati dei varchi nelle palizzate a fianco della ferrovia. Da lì hanno iniziato ad entrare per portare aiuto.

Beatrice Bolandrini

A distanza di un anno riprendendo lo stesso treno quali sono le sensazioni?

Quando è successo sono stata una settimana senza viaggiare in treno. Poi, anche grazie al sostegno di mio fratello Claudio (sindaco di Caravaggio, ndr) l’ho ripreso in occasione del viaggio intrapreso dai sindaci una settimana dopo il disastro, per commemorare le vittime. Sono da sempre stata una pendolare, ma da quando sono sindaco prendo molto meno il treno. Su quel convoglio mi capita di salirci una volta ogni tanto, anche se il vero problema non è legato a quella corsa ma a una sensazione spiacevole che è rimasta quando prendo il treno. È inutile negarlo: ogni volta che c’è un sobbalzo, una frenata, un rallentamento improvviso la testa ritorna a quel giorno.

Come ci si sente ad essere uscita indenni dall’incidente?

I primi giorni è stata una fortuna difficile da accettare, perché il primo pensiero non poteva che andare alle tre donne decedute in mezzo a quelle lamiere e a tutte le persone rimaste ferite, fisicamente e psicologicamente.

Venerdì ci sarà una commemorazione della strage che coinvolgerà sia i paesi di provenienza delle vittime che la città di Pioltello. In quell’occasione, se non l’ha già fatto, incontrerà i parenti delle tre donne?

È piuttosto complesso cercare le parole giuste per queste persone. Hanno visto i parenti perdere la vita, in un modo che reputo ancora oggi assurdo. Resta una profonda rabbia per chi ha vissuto quell’esperienza e il mio abbraccio, sia fisico che emotivo, va ai familiari di queste donne che non hanno avuto la stessa fortuna dei miei, che mi hanno potuta riabbracciare.

È una tragedia che si sarebbe potuta evitare?

Pensare di morire su un treno pendolari nel 2018 è una cosa che reputo inconcepibile in Italia. Trovo ancora peggio che a distanza di un anno non si sappia esattamente cosa sia successo su quel treno.

Nei momenti e nei giorni successivi al disastro vi siete sentiti abbandonati?

Assolutamente sì. Io non ho ricevuto nulla. Spero che chi invece ha subito delle ferite abbia ricevuto un’altro tipo di trattamento.

Lei, come tanti altri pendolari della zona, ha vissuto quella tragedia in prima persona. Da allora, vi siete più trovati per parlare dell’ accaduto o per darvi sostegno reciproco?

Credo sia molto difficile condividere questa situazione con chi l’ha vissuta insieme a te. Ci sono dei gruppi di soccorso ed è stata attivata un’unità psicologica che tante persone stanno seguendo. Per quanto mi riguarda è un argomento di cui faccio ancora oggi fatica a parlare, ma lo ritengo un dovere morale perché in Italia siamo abbastanza consoni a spegnere i riflettori sulle grandi tragedie dopo un po’ che sono avvenute. La mia vuole essere una testimonianza, ma soprattutto un’impegno continuo affinché la tragedia di Pioltello non venga dimenticata, perché ha portato con se tanti strascichi. Sia per le vittime, sia per chi deve obbligatoriamente viaggiare su certi convogli ancora oggi per recarsi a lavoro”.

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