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Calcio e politica nel Golfo in fermento

Si è aperta ad Abu Dhabi la Coppa d’Asia 2019. Il gioco del calcio continuerà forse, ancora una volta, a offrire le sue potenti emozioni, il senso di far parte di una collettività, persino la sensazione, per quanto evanescente, di una possibilità di riscatto.

Il nuovo anno è iniziato con le sconfortanti polemiche sulla partita di Supercoppa che si giocherà mercoledì 16 gennaio nella città saudita di Gedda tra Juventus e Milan. A nulla erano valsi gli appelli lanciati da Amnesty International dopo l’assassinio del giornalista dissidente Jamal Khashuqji.

Evidentemente ancora appesantite per le lenticchie di fine anno, molte tastiere italiane si sono divise in due tifoserie egualmente accanite. Da una parte, gli indignati del giorno, cadendo dal proverbiale pero, hanno scoperto con uno stupore addirittura ridicolo che negli stadi sauditi esiste la segregazione di genere e che le donne possono accedere solamente alla sezione per famiglie, rigidamente separata dai settori per gli uomini non accompagnati. È un peccato che molti commentatori abbiano dovuto attendere la partita di Supercoppa per venire a conoscenza di regole e divieti che vengono commentati e criticati ormai da anni.

Non è necessario frequentare simposi accademici: sarebbe bastato andare al cinema a vedere il (delizioso) film La bicicletta verde. Dall’altra parte dell’arena dei commenti in libertà si trovano invece i benaltristi, secondo cui in fondo gli affari sono affari e lo spettacolo deve continuare, e gli esteti infastiditi dal fatto che il chiasso sui diritti umani possa disturbare i virtuosismi di Cristiano Ronaldo o le apprensioni sul futuro della panchina rossonera. In tutto questo, ben poche e peraltro adeguatamente silenziate sono state le voci che hanno sollevato il problema dell’opportunità di una partita di questo livello mentre l’Italia, in barba alle sue stesse leggi, vende armi che contribuiscono poderosamente alla guerra saudita nel vicino Yemen, dove si sta verificando quella che le Nazioni Unite hanno definito alcuni giorni fa come una delle più spaventose catastrofi umanitarie degli ultimi anni. Come al solito, l’indignazione attraverso il telefono appare selettiva e senza neanche cogliere tutti i risvolti della situazione.

Mentre le polemiche italiche continuano, con il consueto e prevedibile codazzo di esponenti politici di varia estrazione in cerca di visibilità, si apre oggi ad Abu Dhabi la Coppa d’Asia 2019 di calcio, ossia il corrispettivo asiatico degli Europei di calcio. Il campionato è organizzato con una fase a gironi all’italiana, con sei gruppi di quattro squadre, e poi con i turni di eliminazione diretta a partire dagli ottavi di finale. Gli occhi degli esperti e degli appassionati di pallone sono concentrati sul Giappone e sulla Corea del Sud, che sulla carta appaiono come le favorite del campionato, ma anche la Cina, allenata da Marcello Lippi, nutre ambizioni di successo. Anche l’Iran, galvanizzato dalla buona prestazione nei mondiali di Russia, appare un serio pretendente alla vittoria finale. In un campionato caratterizzato dalla presenza di alcune vecchie conoscenze del campionato italiano nel ruolo di allenatori (Sven-Göran Eriksson, Héctor Cúper, Sreko Katanec, Alberto Zaccheroni), sono però i risvolti politici e simbolici a destare motivi di interesse.

Nel girone C, la Cina affronta la Corea del Sud. Nel girone D, la partita principale sarà Iran-Iraq, che si giocherà quasi in contemporanea con la Supercoppa italiana.

Benché siano trascorsi trent’anni dai tempi della sanguinosa guerra tra i due paesi, l’incontro tra le due squadre rimane saturo di significati che vanno al di là del campo di calcio. Ancora più pesante e carico di aspettative sarà l’incontro tra Arabia Saudita e Qatar nel gruppo E, previsto per il 17 gennaio. Tra i due paesi del Golfo è ancora in corso un pesantissimo confronto (dovuto a divergenze di politica internazionale) che ha portato Arabia Saudita, Bahrain ed Emirati Arabi Uniti ad attuare un blocco commerciale, navale e aereo nei confronti del Qatar che dura ancora adesso.

Nello stesso girone va segnalata anche la partita di sabato 12 tra Libano e Arabia Saudita, nonché la presenza di contorno della squadra della Corea del Nord. Nel girone B, i campioni uscenti dell’Australia (che, per una di quelle alchimie della geopolitica del pallone, compete in Asia) dovranno vedersela con Giordania, Palestina e Siria. Già presente ai campionati del 2015, la rappresentativa nazionale palestinese vede la propria partecipazione come un ulteriore riconoscimento internazionale dei diritti del popolo palestinese. Altrettanto emotivamente sentita è la partecipazione della squadra siriana, che a causa della guerra si allena e sostiene da anni i propri incontri “casalinghi” all’estero.

Benché in passato la nazionale siriana sia stata accusata di essere uno strumento di legittimazione politica per il governo di Bashar al-Assad, molti osservatori sostengono oggi che la squadra, che ha mancato di un soffio la qualificazione ai mondiali della scorsa estate, sia un veicolo di riunificazione. Alcuni giocatori, tra cui la punta Firas al-Khatib, che in passato avevano boicottato la nazionale per motivi politici sono rientrati da alcuni mesi nelle fila della squadra.

La partita tra Siria e Palestina, in cartellone domenica 6 gennaio allo stadio di Sharjah, fa registrare il “tutto esaurito” e si presenta come l’evento più atteso della fase a gironi. Come anche nel caso dello Yemen, che pure partecipa nel girone D, non sarà una partita di pallone a risolvere anni di conflitti e di violenza, né a offrire soluzioni strutturali alla miseria e alla disperazione di milioni di persone. Ma, nonostante tutto questo, il gioco del calcio continuerà forse, ancora una volta, a offrire le sue potenti emozioni, il senso di far parte di una collettività, persino la sensazione, per quanto evanescente, di una possibilità di riscatto.

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