Un giro tra i negozi del centro città per tastare il polso della situazione. “Il problema esiste”, confermano. E se qualcuno non ci sta a diventare “la vetrina dei vari Amazon”, c’è chi vede nell’online un’opportunità
Succede soprattutto con i clienti più giovani. La scena – più o meno – potrebbe essere questa: entrano in negozio, provano una camicia o un paio di scarpe griffate, si appuntano la taglia, poi scattano una foto con il telefonino del prodotto e dell’etichetta. Ringraziano, dicono che ci penseranno, salutano e se ne vanno. Una volta a casa, cercheranno lo stesso articolo su Internet e con la certezza della taglia giusta lo acquisteranno online. Guardando, ovviamente, al prezzo più basso.
Si chiama ‘showrooming’. Un fenomeno sempre più diffuso, che i commercianti conoscono bene. Anche quelli del centro città, a Bergamo. “Una tendenza diffusa soprattutto tra i giovani” conferma Luca Locatelli, contitolare del negozio di scarpe Pi-Greco di via Sant’Orsola. Nessuno lo dice apertamente, ma può bastare un po’ d’intuito per capirlo. “Se hanno uno smartphone in mano e scattano foto in negozio, è probabile che l’intenzione sia quella. In quanti lo fanno? Due clienti su dieci”, stima Locatelli.
Una cosa è certa: la tecnologia ha profondamente cambiato le modalità d’acquisto del consumatore medio. Se fino a qualche anno fa era la pubblicità a precedere la visita al punto vendita ed orientarne le scelte, oggi Internet ha messo a disposizione di chi compra la possibilità di andare ben oltre: ricerche, approfondimenti, lettura di recensioni, critiche e commenti, comparazione dei prezzi, fino all’acquisto online. A portata di clic, ma con qualche effetto collaterale per i punti vendita fisici: a volte considerati alla stregua di uno showroom, ovvero di una pura esposizione della merce che successivamente viene acquistata online.
E le contromisure? “C’è chi non rivela il numero effettivo della scarpa al cliente che la sta provando – spiega Locatelli – e chi toglie i numeri dai campioni per non farli vedere”.
Ma non è l’unica (per fortuna) strategia difensiva. Basti pensare che a Sarzana, in Liguria, il proprietario di un negozio ha deciso di far pagare 10 euro la prova di scarpe e abiti firmati. Soldi che verranno scalati dal prezzo finale se il capo sarà acquistato. Esagerato? “No, non siamo le vetrine dei vari Amazon – dice Matteo Sartori del negozio Landisport di via XX Settembre -. Anzi, sono convinto che in futuro si andrà in questa direzione e i clienti potranno scegliere se fare affidamento su una vendita assistita o meno”.
Ma il modo di rapportarsi con lo showrooming cambia da negozio a negozio. Se i responsabili della boutique del lusso Dev – sempre in via XX settembre – preferiscono non rilasciare dichiarazioni, “il problema esiste, ma è altrettanto vero che la nostra boutique funziona anche grazie all’online – fa notare una responsabile di Biffi, con base in via Tiraboschi -. Da tempo stiamo cercando di implementare il nostro servizio web puntando molto sul dialogo con il cliente, che sia via telefono o mail. Un altro canale di comunicazione fondamentale – sottolinea – sono i social network. Il futuro è qui e bisogna prenderne atto”.
Il fenomeno – chi più chi meno – interessa gran parte dei negozi, di abbigliamento e non solo. “Purtroppo sempre più persone pensano che l’euro risparmiato oggi e la comodità di ricevere la merce ordinata direttamente a casa o sul posto di lavoro non abbiano un impatto sulla nostra società, sulla vita di altra gente – è l’opinione di Valentina Palma della Libreria Palomar di via Angelo Maj, in una recente intervista a Bergamonews (leggi qui ) -. Dobbiamo invece essere consapevoli di cosa e come stiamo acquistando perché tutto questo un giorno avrà un prezzo”. Con un interrogativo finale: “Come sarà una città senza più vetrine?”.