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Marina Abramović, cosa ha da dire ai giovani l'arte più insolita - BergamoNews
Vita tra i banchi

Marina Abramović, cosa ha da dire ai giovani l’arte più insolita

Per la nostra sezione in collaborazione con i giornalini scolastici, pubblichiamo l'articolo di Anna, del giornalino L'Edoardo del Liceo Amaldi

Inquietudine, senso di disagio, incredulità. Contemporaneamente paura e attrazione, catarsi. La prima volta (ma non sono esenti le successive) che si prende parte virtualmente o personalmente a una performance di Marina Abramović è impossibile non rimanerne affascinati.

Artista decisamente anticonvenzionale, rappresenta uno dei capisaldi della performance art, diffusasi a partire dagli anni ’60 del secolo scorso. In questo genere di azioni artistiche il corpo del performer e il pubblico sono più che mai relazionati l’uno con l’altro, fusi in esibizioni che spesso hanno durate straordinarie (ore, giorni). Spesso la reazione degli spettatori diventa essa stessa il fulcro della performance. Forse uno degli esponenti più controversi della corrente, la Abramović si distingue soprattutto per la crudezza delle sue opere, che arrivano a coinvolgere anche atti di autolesionismo e di sottoposizione a condizioni fisiche estreme.

È proprio calandosi in situazioni totalmente sconcertanti che quest’artista punta a testare e superare i limiti del corpo umano, nella profonda convinzione che essi siano in realtà mentali, piuttosto che fisici. L’osservatore si sente forzatamente partecipe ed emotivamente spinto a intervenire nella performance: inevitabile, d’altronde, nel momento in cui, dopo essersi incisa una stella a cinque punte sul ventre ed essersi fustigata, la performer si distese su una croce di ghiaccio e cominciò a congelare. L’apice della tensione viene raggiunto probabilmente nell’esibizione Rhythm 0, durante la quale Marina mise a disposizione del pubblico decine di oggetti di diverso tipo, di piacere e di dolore, tra cui anche lame e una pistola carica. Il suo corpo venne concesso senza alcuna limitazione agli spettatori per sei ore, puntando così i riflettori della performance su di loro e sulle loro azioni. La situazione degenerò pericolosamente: alcuni presenti si spinsero a effettuare tagli sul suo corpo, conficcare spine di rosa nella sua carne e fare in modo che tenesse la pistola puntata su se stessa col dito sul grilletto. Decisamente impossibile rimanere impassibili di fronte a tutto questo.

Senza alcun dubbio il rapporto con il performer Ulay è stato essenziale per il percorso artistico di questa donna: durante i 12 anni del loro matrimonio si sono esibiti insieme mostrando una simbiosi fuori dal comune e straordinariamente prolifica in fatto di performance art. Indimenticabile l’azione del 1975 presso la Galleria d’arte moderna di Bologna, quando i due posizionarono nudi ai lati di una porta stretta attraverso cui i visitatori dovevano passare: difficile e imbarazzante la scelta del lato da cui girarsi per entrare.

La Abramović ha saputo utilizzare il linguaggio della sua arte anche a scopo di denuncia nel 1997, quando, alla Biennale di Venezia, nella celebre esibizione Balkan Baroque, ha trascorso 6 ore al giorno, per 4 giorni, a pulire continuamente un’ingente quantità di ossa di bovino standovi seduta sopra; il gesto voleva essere interpretato sia come atto di purificazione, sia come un riferimento alla pulizia etnica che stava avvenendo nell’ambito della guerra in Jugoslavia.
Alcune di queste rappresentazioni sono rievocate in questi giorni (fino al 20 gennaio 2019) alla mostra Marina Abramović. The Cleaner, presso Palazzo Strozzi a Firenze. È senz’altro un’occasione importante per vivere in prima persona le sensazioni ed emozioni che esperienze simili possono suscitare. Grazie ad un’arte profondamente personale e impressionante, quest’artista spinge alla riflessione sulla capacità di sopportazione e concentrazione che può produrre un individuo se in grado di sopprimere mentalmente il timore istintivo per la sofferenza e se spinto da una grande forza di volontà.

Marina Abramović pone lo spettatore di fronte a condizioni fisicamente inaccettabili, ma l’inaccettabilità di queste situazioni in realtà è data in alcuni casi dal dover effettuare una scelta attiva di fronte ad esse, in altri dal vedere un essere umano che riesce a convivervi, in altri ancora dal riconoscervi valori e abitudini della società contemporanea esasperati e spogliati di ogni aspetto positivo a tal punto da condurre ad un senso di orrore.

Molteplici sono le sfumature di significato che possono essere dedotti dalle varie esibizioni di questa performer e degli altri esponenti della performance art, tra le più attuali e immediate forme di comunicazione estratte costantemente dal calderone mai vuoto del linguaggio dell’arte da chi ha la sensibilità necessaria per dare il via a nuove correnti innovative. A noi curiosi non resta che cavalcare quest’onda irrefrenabile per osservare il mondo da punti di vista continuamente differenti e non smettere mai di metterli in discussione.

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