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“Curiamo le statue del presepe e calpestiamo i bambini in carne e ossa: così non è Natale”

Vi proponiamo l'omelia integrale di don Enrico d'Ambrosio, letta durante la messa della vigilia di Natale a Campagnola

Ha fatto parecchio discutere l’articolo sulla messa di Natale di Campagnola, durante la quale don Enrico d’Ambrosio ha voluto sensibilizzare i suoi fedeli su temi delicati e assolutamente attuali quali sono la povertà, l’integrazione e, soprattutto, l’accoglienza.

“CHI NON ACCOGLIE È UN CRISTIANO INSIGNIFICANTE” – L’ARTICOLO

Il parroco durante la veglia ha voluto che nella culla il Gesù Bambino fosse rappresentato da un neonato di colore, con la pelle scura. Un messaggio che poi ha sottolineato durante l’omelia della messa più seguita dell’anno, quella che martedì notte ha riempito la chiesa del quartiere cittadino.

Venerdì 28 dicembre su Bergamonews vi abbiamo raccontato delle parole di don Enrico, della sua presa di posizione. Oggi, invece, vi vogliamo proporre l’omelia integrale del sacerdote.

L’OMELIA DI DON ENRICO D’AMBROSIO NELLA NOTTE DI NATALE

Difendiamo i nostri “Gesù bambini” di cartapesta e calpestiamo i “bambini Gesù” in carne ed ossa. Il Natale è a rischio? Il rito si dissocia dalla preghiera, la preghiera dal pensare e il pensare dall’agire. Formalismo religioso, intimismo individuale, religione civile di consumo, riempiono lo spazio, svuotano il Mistero, sanciscono la separazione tra rito cristiano e tempo dell’uomo, tra vangelo e vita. Il Natale è una ricorrenza? Chi ha creduto alla sua rivelazione? Il problema del rito – anche a Natale – rivela in controluce il problema dell’uomo e della sua identità. Il farsi umano di Dio, l’Incarnazione del Figlio di Dio ancora ci sorprende, ci scandalizza, ci sovverte? Il Natale, nelle nostre società, non indossa gli stessi abiti della crisi dell’umano nella sua umanità?

Is 9,1-6; Sal 95; Tt 2,11-14; Lc 2,1-14

MESSA DELLA NOTTE
+Dal Vangelo secondo Luca
In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria. Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città. Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nazareth, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta. Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio. C’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, ma l’angelo disse loro: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia». E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio e diceva: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama».

In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra.

Per decreto dell’imperatore, Maria e Giuseppe si videro obbligati a partire. «Dovettero lasciare la loro gente, la loro casa, la loro terra e mettersi in cammino per essere censiti. Un tragitto per niente comodo né facile per una giovane coppia che stava per avere un bambino: si trovavano costretti a lasciare la loro terra. Nel cuore erano pieni di speranza e di futuro a causa del bambino che stava per venire; i loro passi invece erano carichi delle incertezze e dei pericoli propri di chi deve lasciare la sua casa».

Ritorna oggi nella nostra società la sindrome del controllo, catalogare, classificare persone, censire minoranze per etnia, e così molti sono costretti non sono Rom (a) a mettersi in viaggio. Tutti andavano a farsi registrare, anche loro… Giuseppe doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta.

Maria «diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio» (Lc 2,7).
E poi si trovarono ad affrontare la cosa forse più difficile: arrivare a Betlemme e sperimentare che era una terra che non li aspettava, una terra dove per loro non c’era posto. Il Figlio di Dio nasce in una stalla perché non c’è spazio per lui. “Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto” (Gv 1,11). Difficile sentirsi abitanti della terra, quando si vive nella clandestinità, si vive da sfollati, terremotati, si vive da occupanti abusivi, si viene fatti sloggiare e buttati in strada. Estromessi ci si sente stranieri nella propria terra. Quante famiglie italiane dormono in strada, vivono in tuguri e baraccopoli, tra topi e insetti umidità, muffe e fango, nelle periferie e sotto i ponti delle nostre città…

La famiglia di Nazareth ci rimanda anche ai molti migranti costretti a mettersi in viaggio da Nazareth a Betlemme. Pensiamo ai molti sfollati interni al proprio Paese; sfollati da una folla indifferente e in condizioni ostili. Nella storia del nostro Paese non dimentichiamo le migrazioni da sud al nord; lo spopolamento e l’impoverimento giovanile delle nostre valli per mancanza di occupazione, le separazioni familiari per motivi di lavoro, l’irrisione, il disprezzo, l’ostilità subita e provata un tempo dai meridionali.

Non trovano posto… Perché? Non chi sfrutta, ma chi soccorre oggi è giudicato colpevole di umanità… Giuseppe e Maria sono richiedenti asilo che si vedono negato il permesso umanitario. Stiamo muovendo sulla pelle di tanti esseri umani una macchina di illegalità e criminalità, stiamo producendo clandestinità; cittadinanza negata è insicurezza per tutti. I “profughi” Maria e Giuseppe, per i quali non c’era posto, «sono i primi ad abbracciare Colui che viene a dare a tutti noi il documento di cittadinanza. Colui che nella sua povertà e piccolezza denuncia e manifesta che il vero potere e l’autentica libertà sono quelli che onorano e soccorrono la fragilità del più debole». Gesù, lo straniero nasce per dare cittadinanza ad ogni uomo su questa terra. Non c’è più straniero, uomo e donna, giudeo e greco, schiavo e libero, in Cristo Gesù.

«C’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce».

In quella notte, l’Angelo apparve, fuori di Betlemme, ai pastori. La nascita di Gesù sovverte ogni logica, rovescia i rapporti di forza, i canoni di purità, sconvolge ogni rete di potere: «Colui che non aveva un posto per nascere viene annunciato a quelli che non avevano posto alle tavole e nelle vie della città, a coloro che sono posti ai margini. I pastori sono i primi destinatari del Vangelo, di questa Buona Notizia. Per il loro lavoro, erano uomini e donne che dovevano vivere ai margini della società. Le loro condizioni di vita, i luoghi in cui erano obbligati a stare, impedivano loro di osservare tutte le prescrizioni rituali di purificazione religiosa e, perciò, erano considerati impuri. La loro pelle, i loro vestiti, l’odore, il modo di parlare, l’origine li tradiva. Tutto in loro generava diffidenza. Uomini e donne considerati illegali e ladri, da cui bisognava stare lontani, avere timore; li si considerava pagani tra i credenti, peccatori tra i giusti, stranieri tra i cittadini. Proprio a loro, malvisti ed emarginati, percepiti come un pericolo e rappresentati come una minaccia “apparve una grande luce”.

Essi furono presi da grande timore. A loro l’angelo disse: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore».

Ebbero paura, perché le autorità li avevano fatti sentire gente da respingere e da evitare. Dopo lo spavento, sentirono nel cuore una grande gioia: era nato, proprio per loro, il Salvatore. “Per loro, esclusi e scomunicati”. Che Dio avesse pensato a loro! Sentirono sulla ruvida pelle, lo sguardo di tenerezza di Dio. Quella tenerezza che riservavano ai loro greggi, Dio l’aveva per loro. Una tenerezza che li faceva sentire pensati, amati” (A. Casati, Sulla terra le sue orme, il Margine).

«Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia».

E quando arrivano alla grotta, videro il Salvatore nella carne, fragile e debole di quel bambino, deposta dalla madre su una mangiatoia. Il Natale ci insegna che “Dio è nella carne viva e debole di ogni essere umano. Fascialo, prenditi cura. Come fa la madre. Non riduciamo il bambino della mangiatoia a un bambino di cartapesta”.

Dio ci viene incontro in ogni uomo, in ogni tempo e in ogni luogo: nell’affamato, nell’assetato, nell’ignudo, nel malato, nel carcerato, nello sfrattato, nell’orfano, nel perseguitato, nello straniero. Nei molti che, disperati e abbandonati, trovano le porte chiuse. «Ecco io sto alla porta e busso…». In questo Bambino, Dio ci rende protagonisti della sua ospitalità”. Troppo spesso chiudiamo i cuori e le porte, tenendo lontani i poveri, considerati come gente che porta insicurezza, instabilità, disorientamento.

Buonanotte umanità.

Il Presepe vivente era sull’Open Arms e noi abbiamo chiuso i nostri porti invece di scegliere di diventare il loro rifugio… Possiamo chiudere tutti i porti, tutte le frontiere e alzare nuovi muri, ma non fermerete mai la Vita. L’Amore vincerà sul vostro odio e vi spazzerà via.

Io sono Sam.
Io sono il Natale! Sam nato naufrago dalla nave umanitaria Open Arms. «I bambini, prima passateci i bambini», urlavano i soccorritori. «Kids, baby, bebè, enfant, dateci i bambini». Una voce nel buio, quando il mare non è quella distesa amica che guardi dalla spiaggia, «è come il canto degli angeli nella Notte Santa», disse tempo fa una mamma approdata a Lampedusa con i suoi bambini. Ma quella era l’epoca dei porti e dei cuori aperti, non solo a Natale.

Sem tremava dal freddo. Completamente nudo. Il cordone ombelicale tagliato chissà come. Sporco di sangue rappreso e di vernice caseosa ancora appiccicata sulla testa e la schiena, non avrebbe potuto reggere ancora un giorno alla deriva. Sporgersi. Si sporge stringendo forte una coperta arrotolata. «Il modo con cui teneva quegli stracci ci ha insospettito». Sam è stato partorito su una spiaggia in Libia. La madre Salì, di 23 anni del Burkina Faso, lo aveva dato alla luce più in fretta possibile . Non voleva rischiare di venire riportata indietro nella prigione dei trafficanti. Un neonato venuto al mondo da migrante. “Il Bambino che dorme sulla paglia vi tolga il sonno e faccia sentire il guanciale del vostro letto duro come un macigno, finché non avrete dato ospitalità a uno sfrattato, a un marocchino, a un povero di passaggio”… Don Tonino Bello

Yousef e Faith
«Sì, siamo cristiani, ma quando eravamo in Libia dovevamo dirci musulmani», racconta Yousef, uno dei primi, insieme a moglie e figlia, a essere allontanati da Sant’ Anna a Isola Capo Rizzuto, alle porte di Crotone, una delle strutture per migranti più grandi d’ Europa, per effetto del decreto Salvini, che nega accoglienza a chi ha titolo alla protezione umanitaria, eccezion fatta per i cosiddetti casi speciali. «Natività? Una storia di 2 mila anni fa, la conosco… noi siamo cristiani». L’ inglese che parlano lui e Faith ha forti inflessioni africane, talvolta per farsi capire c’ è bisogno del mediatore culturale. Ma molte cose si capiscono, senza parlare, dagli sguardi, avvolti di luce. Yousef suona un po’ come Giuseppe, Faith significa fede e la bimba, o il bimbo, che porta in grembo si chiamerà Miracle. Miracolo. Eccolo, il Presepe 2018.

Da questa notte in poi il Natale non ci pemetterà più, come uomini e da cristiani, di essere indifferenti e di rimanere neutrali. Scegliete dunque da che parte stare. Se volete stare Gesù il salvatore, bambino lui stesso salvato dalle mani di Erode o con chi decide di mandare ammare vite umane, di chiudere porti e se potesse di innalzare muri anche sul mare. Noi cristiani non siamo contro nessuno; a noi però ci è chiesto il coraggio della scelta, la libertà di prendere posizione e di dichiarare con chi stare e chi seguire.

Erode continua a fare strage di bambini innocenti. Anche oggi li strappa e li separa con violenza dalle braccia delle proprie madri alla frontiera tra il Messico e gli Stati Uniti d’America.

Molti bambini sono profughi ed orfani trovano sono accampati in un campo profughi al confine tra Giordania e Siria. Si affacciano dalla tenda per vedere se ancora c’è Umanità. Bambini rubati in Sri Lanka bambini per le adozioni. Bambini e intere famiglie spazzate via dal Tsunami in Indonesia.

Natale attenti ai nuovi germogli
In un contesto di degenerazione sociale e civile culturale e morale, nel riflusso del religioso inteso come ritiro dalla storia e non come responsabilità della storia,  argine ad  una crescente disumanizzazione dell’umano, coltiviamo non ignoriamo e calpestiamo, sappiamo anzi riconoscere e  far crescere in noi adulti   i giovani, i nuovi  germogli  che annunciano e incarnano un  nuovo mattino del mondo, il  soffio della grazia.  Essi ci indicano la via del risveglio e della risalita. Nel punto della notte, di discesa nel quale più profondo è il sonno della ragione che genera mostri, essi sono in movimento.

Greta Thunberg
E come tutti i venerdì Greta Thunberg, 16 anni da compiere a gennaio, non andrà a scuola per manifestare all’esterno della sede del Parlamento svedese affinché vengano adottate misure adeguate contro il cambiamento climatico che minaccia il pianeta. Quando ha iniziato a interessarsi al cambiamento climatico, grazie agli insegnanti che hanno affrontato in classe l’argomento, Greta aveva solo 8 anni. L’idea che la bambina si era fatta – per sua stessa ammissione – era che fosse molto strano che gli uomini – una specie animale tra le altre – potessero essere in grado di cambiare il clima, perché se così fosse stato e se era quello che stava davvero accadendo, non si sarebbe dovuto parlare d’altro e quella sarebbe dovuta diventare una priorità.

Antonio Megalizzi
“nella terra che ha dato i natali a uno dei Padri fondatori del sogno europeo – De Gasperi – Antonio ha immaginato un’ Europa senza confini e senza pregiudizi, alla quale non vedeva alternative” “Antonio, tu ci hai insegnato che l’unico confine da difendere è il volto dell’altro”… Ciao Antonio…

Sorgono come sentinelle nella notte i giovani profeti, annunciano in un povero bambino, che non trova posto in questo mondo, il principe  della pace, la pace come era in principio. perché il principio ci farà ricordare della fine e il primo avvento del secondo avvento. Sono primizie di vita nuova. Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce.

Noi il Natale l’abbiamo rovesciato con le nostre rappresentazioni religiose, le nostre recite politicamente corrette. Dov’è la profezia del Natale risuonata più volte nelle Scritture nel tempo di Avvento? Viene il giorno ed è sparita la poesia della profezia! Talmente siamo diventati patetici! Pur di immaginarci buoni a tutti i costi abbiamo reso cattivo anche il Natale…. Si sentono invasi gli abitanti di Betlemme da quanti arrivano in città per il censimento -relativamente pochi rispetto a fiumane umane in movimento per tutto l’impero. Il loro rifiuto smaschera il nostro risentimento; è l’effetto delle nostre paure che scaricano su capri espiatori le nostre colpe; su quanti, stranieri e non, sono inermi, offesi della storia. È una colpa esser nati in una terra lontana dalla nostra? E da noi fuori dalla propria terra? E quale colpa si può imputare a chi nasce in certe periferie inumane delle nostre città? Sentiamo ostili e nemici quanti nascono senza trovare posto. Non sono anch’essi vittime della cupidigia sotto il crollo dei nostri imperi? Dio, rovescia i potenti dai loro troni, sconfessa i superbi, innalza gli umili, e lo fa di nuovo con pathos, con la sua passione creativa, il suo lato umile e scandaloso, disarmante e sconvolgente. È il cuore stesso di Dio quello che si rivela nel Natale come nella Pasqua di Gesù. «Dio si abbassa fino ad essere adagiato in una mangiatoia; che è già preludio dell’abbassamento nell’ora della sua passione. Il culmine di amore tra Dio e l’uomo passa attraverso la mangiatoia di Betlemme e il sepolcro di Gerusalemme» Benedetto XVI 2011.

Per questo il Natale ci obbliga ad aprire i nostri orizzonti, a credere che il destino di ciascuno, specie se povero e disperato, braccato dall’insensatezza di un mondo, segnato dalla disuguaglianza, accecato e ferito dalla violenza è il riflesso del destino riservato a Dio stesso. «Il regno dei cieli dall’inizio fino ai nostri giorni, soffre violenza e i violenti se ne impadroniscono». Dio si fa figlio dell’uomo e figlio in questo mondo; Dio in Gesù di Nazareth, nato a Betlemme, chiede a ciascuno la responsabilità di costruire il pezzo di mondo affidato con passione e dignità, giustizia e pietà. Dio nasce figlio per insegnarci a vivere in questo mondo.

don Enrico d’Ambrosio, parroco di Campagnola

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