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È targato 1969 l'ultimo capolavoro dei Beatles: "Abbey Road" - BergamoNews

Musica

Gli anni d'oro del rock

È targato 1969 l’ultimo capolavoro dei Beatles: “Abbey Road”

I Fab four si mettono in fila come quattro scolaretti per attraversare le strisce pedonali. Sono ai ferri corti, ma ne nasce l’opera più matura. L’ultimo capolavoro.

Siamo alla terza delle 5 puntate dedicate al 1969 in rock. Uno degli anni d’oro per il rock, il 1969: tumultuoso, nel mondo come nella musica. Gli americani sbarcano sulla luna e sono sempre più ospiti indesiderati in Vietnam. I raduni rock raggiungono l’apice (Woodstock) e toccano il fondo (Altamont). La generazione hippy si risveglia; abbandona i sogni utopicistici e passa dalla contestazione pacifica allo scontro armato.

Non è più tempo di intrattenimento, ma di musica tosta per menti raffinate. In questo contesto, i Beatles si mettono in fila come quattro scolaretti per attraversare le strisce pedonali. Sono ai ferri corti, ma ne nasce l’opera più matura. L’ultimo capolavoro.

26 settembre – Abbey Road (The Beatles)

La creazione dell’undicesimo LP dei fab four è uno dei tanto misteri che avvolgono l’universo Beatles. Dalle ultime registrazioni per il “White album”, risalenti ad ottobre ’68, i quattro hanno preso strade differenti. Dopo tanti anni non si sopportano più. Ed ognuno è affaccendato in faccende diverse.

John gioca a fare l’intellettuale d’avanguardia, infatuato del mostro nipponico; Paul studia da comandante di un equipaggio al limite dell’ammutinamento; George  sciacqua i panni nel Gange e ne rimane impantanato; e Ringo? Stanco di fare la mascotte si dà al cinema.

Dai primi anni ’60 hanno condiviso donne, gioie e dolori. Si prendono una pausa e si danno appuntamento ai primi dell’69 ai Twickenam Studios di Londra. Il problema è che l’unico interessato a proseguire l’avventura è Paul. Il bassista propone di fare alcune prove sotto l’occhio delle telecamere; risorgono i vecchi contrasti. L’atmosfera è molto tesa. Il disco dovrebbe chiamarsi “Get Back”, ma tornare indietro non si può.

Dalle sedute nascono perle di rara bellezza (“Let it be”, “The long and winding road” e “Get back” appunto) che faranno parte dell’ultimo disco “Let it be” del 1970. Dopo due settimane scarse il progetto viene abbandonato.

Il 30 gennaio suonano sul tetto della Apple. Resterà l’ultimo concerto dei fab four.

Si ritrovano in studio a “Abbey Road” nell’estate del ’69 e come per incanto le vecchie ruggini scompaiono; ritornano i vecchi sodali che insieme hanno realizzato tanti capolavori. Il disco che ne nasce è un’opera complessa e meravigliosa; sin dalla copertina. I quattro che attraversano le strisce pedonali proprio fuori i famigerati studi di A.R. Copertina tra le più copiate, citate al mondo. Corroborò le tanti voci che alimentarono la leggenda della morte di McCartney.

La musica è semplicemente fantastica; una prima facciata che mette in luce la scrittura di George e la seconda caratterizzata da un lungo medley, concepito da Paul. Nel mezzo Lennon ci infila alcune cicche memorabili.

Si parte con “Come together”, opera di Lennon. Un rock dall’incedere sincopato, caratterizzato da un basso molto jazzy, una batteria geniale e una chitarra appena distorta.
Segue “Something”; una della ballate più belle di sempre. Scritta da Harrison per la moglie Patti Boyd. Melodia, ricami solistici di chitarra, batteria ovattata; tutto bellissimo.

Maxwell’s silver hammer” è invece un pezzo di Paul che denota l’amore del bassista per il musical, il vaudeville; leggero e scherzoso con tanto di martello a battere il tempo. “Oh! Darling” è un altro brano scritto da Paul; ricorda i pezzi doo-wop anni ’50. Bella voce dell’autore, roca e altissima; stile Little Richard.

Per “Octopus’s garden” Ringo passa al microfono; canta e scrive questa ballatona in cui ci racconta, memore di una vacanza in Sardegna, di polpi e cavità sottomarine. Una bella fiaba per bambini. Chiude il primo lato “I want you” un pezzo duro e crudo di John. Parla della dipendenza del Beatle da Yoko Ono. Considerato tra i primi pezzi heavy metal. Bello il lungo finale volutamente troncato da John, senza alcun fade out.

Girando il disco ci appare “Here comes the sun”, altro capolavoro di George. Scritta nel giardino assolato di casa Clapton, dove il Beatle si era rifugiato bigiando gli impegni con la neonata “Apple”. In evidenza la chitarra acustica di Harrison e le percussioni di Ringo; brano neanche a dirlo solare.

Ha inizio, poi, il lungo medley che contraddistingue la seconda facciata del disco. Si parte con “Because” per poi finire con “The end”, nel mezzo “You never give me your
money”, “Sun king”, “Mean Mr. Mustard”, “Polythene Pam”, “She came in through the bathroom window”, “Golden slumbers” ,“Carry the weight”.

Una lunga e ininterrota suite di brani tra i più disparati. Si va dalla traccia di ispirazione classica (“Al chiaro di luna” di Beethoven) per “Because” di Lennon a “You never give me your money” meravigliosa ballata pianistica che si trasforma in un ragtime d’altri tempi; tutto opera di Paul. Per poi passare al brano nonsense di John “Sun
king”.

Segue “Mean Mr. Mustard” che ricorda la musica caleidoscopica del Sergente Pepper. “Polythene Pam” invece pare si riferisca ad una fan dei primi Beatles (Pat Dodgett), che da ragazzina si cibava di polietilene; altra versione, più accreditata, vuole John attratto dal fetish; “avevamo letto tutte quelle storie…msulla pelle e sul cuoio, ma non ne avevamo… però avevo dei sacchetti di polietilene” dichiarerà in seguito.

She came in through the bathroom window”, altro brano di Paul , racconta delle fans accanite che sostavano sotto casa sua ed in particolare di una di esse che entrò in casa dalla porta del bagno appunto. Ne registrerà una versione memorabile Joe Cocker. “Golden slumbers” è un’altra ballata di Paul; splendidamente orchestrata, gode di un’interpretazione accorata e malinconica. Bellissima.

Parte poi il coro di “Carry the weight”; varie le interpretazioni del testo; chi lo riferisce al rimorso per la morte del manager Brian Epstein, chi al peso da portare nella vita per essere (stato) un Beatle. Ai poster l’ardua sentenza.

Si chiude la suite in bellezza con “The end”; un incipit da hard rock e un finale da libro cuore: “And in the end, the love you take is equal to the love you give”. Sembra finita dopo 2.02 minuti. Errore; dopo 19 secondi di silenzio parte “Her majesty” , un brevissimo brano di Paul che in stile fingerpicking suona una chitarra acustica. Si tratta di un ghost track non comparendo né sulla copertina né sull’etichetta del disco.

Breve excursus: inizialmente la canzone stava tra “Mean Mr. Mustard” e “Polythene Pam”. Ma a Paul il pezzo non convince. Dice al fonico di scartarla. Questi, tale John Kurlander, ha istruzione dall’alto di non buttare niente. Così taglia la canzone ma non la butta. Naturalmente Paul poi cambia idea e la canzone viene reinserita, ma a fine disco. L’accordo che si sente prima che Paul inizi a cantare è l’ultimo di “Mean Mr. Mustard”; il fonico sopracitato, nel tagliarlo maldestramente l’aveva lasciato in “Her majesty”.

Un disco a cui dare 80 pallini su dieci; solare, introspettivo, geniale. Ripieno di bella musica dai sapori più disparati. Da leccarsi i baffi.

Vd.
1) i migliori anni del rock – 1966
2) i migliori anni del rock – 1967
3) i migliori anni del rock – 1968
4) i migliori anni del rock – 1969 parte prima
5) i migliori anni del rock – 1969 parte seconda

Bibliografia:
“Da Abbey road a Woodstock”, R. Bertoncelli, Giunti ed., 2009
“La storia del rock”, Ezio Guaitamacchi, Hoepli ed., 2014
“Il dizionario pop rock”, E. Gentile e A. Tonti, Zanichelli ed., 2015
“Enciclopedia del rock”,vol. 1, aavv, Arcana ed., 2005
“Shout”, P. Norman, BCA ed., 1981
“Beatles”, M. Lewisohn, Giunti ed., 1992

Anche nel ’69 tanti sono stati i dischi notevoli; mi è toccato escludere: l’esordio omonimo dei Santana e degli Allman Brothers Band; “Stand up” (Jethro Tull); “Beck-Ola”
(Jeff Beck); “With a little help from my friends” (Joe Cocker); “Happy Trails” (Quicksilver Messanger Service); “Bayou country“, “Green river”, “Willy and the poor boys” dei Creedence Clearwater Revival”; “Arthur or the decline…” (The Kinks); “Goodbye” (Cream); “Stonedhenge ” (Ten Years After); “Deep Purple” (Deep Purple); “Aoxomoxoa” (Grateful Dead); “On the threshold of a dream” (Moody Blues); “The family that plays together” (Spirit); “Blood, Sweat & Tears” (Blood, Sweat & Tears); Led Zeppelin II (Led Zeppelin).

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