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“Ho lavorato con Antonio Megalizzi: voglio ricordare la sua vita appassionata, non la sua morte”

Nicola aveva avuto modo di conoscere Antonio Megalizzi e, anche, di lavoraci grazie ad un progetto universitario. A BGY ha mandato il suo toccante ricordo

Se è vero che la vita è fatta di momenti, il giorno dei funerali di Antonio Megalizzi è stato il momento per tanti del dispiacere e del cordoglio. Un momento intenso e pervasivo, che ha colpito tutti con la violenza che la tragedia della morte di un ragazzo di ventotto anni ha.

Tanti hanno scritto, parlato, o persino taciuto di lui in questi giorni.

Vedere il solo, immenso Presidente della Repubblica accogliere la salma di Antonio di ritorno da Strasburgo è stato doloroso. L’assenza di rappresentanti del Governo è stato l’indegno segnale di come, in fondo, ognuno di noi conti ben poco se la nostra vita non è adatta ad essere narrata da chi tiene le redini del Paese in quel preciso momento.

La storia di Antonio  è un po’ quella di ciascuno di noi. È la storia di un ragazzo che per anni ha inseguito e amato la sua passione: raccontare di un mondo aperto, libero, pieno di opportunità. Raccontare tutto questo tramite le parole e la radio, per parlare ai giovani come lui che oggi, sempre di più, sono condannati dalle generazioni dei loro padri ad un futuro di privazioni e di incertezze. Un futuro che spesso porta a decisioni difficili: ad emigrare in altre nazioni. Fuggire, trovare rifugio altrove liberandosi dalle catene che in questo paese tutto bloccano.

Antonio parlava di questo a tutti noi: di un’Europa che accoglie, che aiuta i suoi giovani a realizzarsi perseguendo i propri sogni e le proprie passioni. È stato ucciso dalla follia di un uomo, che è poi la follia della nostra epoca. Un’epoca di odio e violenze ingiustificate perpetrate in difesa di una qualche vaga ed indefinita “identità”.

La sua morte tuttavia, per quanto avvenuta in circostanze così tragiche e violente, non deve essere elevata ad atto di eroismo. Non va fatto per mille e uno motivi, ma poi per uno soltanto. L’unico che veramente conta: lui non avrebbe voluto.

La sua morte è il folle, letale ordine nel caos di una sparatoria, la precisa volontà di spezzare vite con violenza metodica, mentre tutt’attorno regna il disordine.

È al contrario la sua vita che dev’essere ricordata come un esempio, una vita contraddistinta dall’amore per l’Europa e per ciò che essa rappresenta per le nuove generazioni: opportunità di riscatto e di affermazione. Amore da cui è nato poi, in modo naturale, il desiderio di mettersi in gioco accanto a tanti altri giovani che in quest’epoca di chiusura stanno chiedendo più Europa.

Se la sua vita è degna di essere ricordata – anche in modo indegno, approssimativo e parziale come chi scrive ha provato a fare – la sua morte non merita di essere arruolata sotto alcuna bandiera, ma va commemorata con la rabbia e il dolore che la morte di ogni giovane comportano.

In questo particolare momento non sarei in grado di pensare ad altro desiderio se non che la tristezza di un popolo colpito nel cuore dalla morte di un suo giovane possa contribuire a mitigare l’angoscia della famiglia che piange per la vita spezzata di un figlio.

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