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Verso circhi senza animali: Italia al lavoro per mettere fine allo sfruttamento

Lo prevede la legge sul riordino del settore dello Spettacolo, finalizzata al graduale superamento dell'utilizzo degli animali nello svolgimento delle attività circensi.

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Fra pochi giorni il governo dovrà emanare un Decreto Legislativo previsto dalla Legge n. 175 del 22/11/2017 sul riordino del settore dello Spettacolo che formuli le modalità di dismissione degli animali nei circhi.

In particolare l’ Art. 2, comma 4.h) prevede la “revisione delle disposizioni nei settori delle attività circensi e degli spettacoli viaggianti, specificamente finalizzata al graduale superamento dell’utilizzo degli animali nello svolgimento delle stesse”.

La legge non ha fatto altro che rispecchiare una sensibilità collettiva sempre più “animal friendly” che ha portato ad una crisi irreversibile nel modo di “fare circo” sfruttando gli animali.

La storia dell’utilizzo di animali addestrati ci riporta all’antica Roma ma fu nel XV secolo che si diffuse l’usanza di far esibire animali esotici ed inconsueti in Europa durante gli spettacoli. Il successo di questa pratica fece sì che venissero addestrate sempre più numerose specie di animali, anche feroci, e gli spettacoli con animali divennero la norma. Philip Astley, considerato il padre del circo moderno, aprì il primo nel 1768 in Inghilterra. Era inizialmente un numero con cavalli al quale man mano si aggiunsero acrobati, ballerini di corda, giocolieri e pagliacci per diversificare lo spettacolo.

C’è stato, inoltre, un tempo in cui, nel circo, anche gli umani erano esibiti. Gli spettatori si divertivano osservando persone con qualità fisiche poco abituali o deformità provocate da gravi malattie. I curiosi pagavano per vedere un Joseph Carey Merrick, “l’uomo elefante”, una Grace McDaniels, “la donna con faccia di mulo”, oppure una Sarah Bartman, “la venere Hottentot”; gruppi di indiani Sioux, persone provenienti dall’Africa nera e da altre parti del mondo. Tutti questi esseri umani erano considerati inferiori e, quindi, esseri senza diritti né dignità. Questo tipo di show che oggi sarebbe inaccettabile, allora, era una normalità.

Fino a poco tempo fa era normalità che gli animali del circo (e non solo) venissero rinchiusi tutta la vita in condizioni incompatibili con le loro esigenze etologiche, che fossero addestrati per compiere movimenti o avere posture spesso innaturali ed esposti come attrazioni viventi.

La valenza pedagogica dell’uso di animali nei circhi è stata contestata da oltre 650 psicologi che hanno sottoscritto un Documento promosso dalla psicologa Annamaria Manzoni contro questo tipo di spettacolo e hanno dichiarato che “tali contesti, lungi dal permettere ed incentivare la conoscenza per la realtà animale, sono veicolo di una educazione al non rispetto per gli esseri viventi, inducono al disconoscimento dei messaggi di sofferenza, ostacolano lo sviluppo dell’empatia, che è fondamentale momento di formazione e di crescita, in quanto sollecitano una risposta incongrua, divertita e allegra, alla pena, al disagio, all’ingiustizia”.

Carla Rochi, Presidente di ENPA, ha affermato che “inseguire pratiche tardo ottocentesche, ormai superate e senza più riscontro di pubblico, rappresenta una risposta autolesionista al mutato contesto socio-culturale. Invece di rimpiangere per il ‘bel tempo che fu’, di arroccarsi in una ostinata e illogica difesa di presunte tradizioni, si dovrebbe avere la lungimiranza di assecondare la nuova sensibilità collettività”.

Attualmente sono 20 i Paesi dell’Unione Europea che hanno introdotto dei divieti in materia di utilizzo di animali nei circhi. Le motivazioni che stanno alla base dell’introduzione dei divieti variano fra un paese e l’altro dell’UE: si va dal benessere degli animali alla conservazione, alla salute degli animali e all’incolumità del pubblico.

Fortunatamente la consapevolezza che gli animali non sono oggetti da sfruttare per il nostro effimero divertimento, ma esseri viventi che soffrono e in grado di provare sentimenti si sta facendo strada nel nostro Paese.

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