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“Nove mesi senza nutrire il mio corpo, poi d’improvviso la decisione: ora basta!”

Marta ha 15 anni e ha deciso di aprirsi con BGY, con il cuore in mano e il dolore nei ricordi, raccontando cosa significa essere una ragazza anoressica. Spazio a Marta che, ora, ha ricominciato a respirare

Non ho veramente idea di come iniziare questo testo.

Sapete, sono un’inqualificabile perfezionista con un’autostima praticamente inesistente: una combinazione che non porta molto lontano nella vita.

Non riesco a iniziare questo testo per paura che gli abbinamenti di parole provenienti dal grumo di pensieri nella mia testa, vi annoino.

Non riesco ad iniziare questo testo per paura di presentarmi in un modo totalmente sbagliato, per paura che i pregiudizi mi sotterrino un’altra volta e non vi permettano di capire chi sono veramente. Ho paura di stancarvi, fondamentalmente di non risultare interessante.

O, forse, l’unico problema è che non so come presentavi la mia malattia.

Ormai vive in un angolino della mia mente, provo a cancellarla a poco a poco.

È un dolore sottile che, quando ha voglia, torna a farsi sentire.

Dovete sapere che fare la sua conoscenza è un’esperienza sgradita e, per molti versi, straziante.

Beh, io ci provo.

Premetto che il perfezionismo è un effetto collaterale dell’anoressia; e che la fobia del giudizio altrui è un effetto collaterale del perfezionismo.

Sono terrorizzata da quello che chiunque potrebbe pensare dell’involucro nel quale sono confinata.

Mi sono concentrata così tanto sul mio corpo che, ormai, non so più com’é fatto, l’ho trasformato talmente tante volte da non riconoscerlo più, mi sento a disagio, mi vergogno di avere questo aspetto, mi considero sempre più brutta o insignificante di qualsiasi altra ragazza esistente su questo pianeta.

Si… Su questo ci sto ancora lavorando.

Ma nel frattempo fatto altri progressi: innanzitutto mangio (e direi che questo è un gigantesco passo avanti) e ora parlo, sorrido, rido (!) e canto.

Un anno e sette mesi fa non emettevo un suono, le parole mi rimanevano impigliate fra le corde vocali e soffocavo nel mio silenzio.

Il mio assordante silenzio originato dalla paura di aprir bocca e sbagliare, aprir bocca e buttare fuori flusso infinito dei miei stessi pensieri che continua, ripetutamente e senza sosta, a prendermi a schiaffi.

Stavo in silenzio per bilanciare il fragore che rimbombava dentro alla mia testa.

Odiavo talmente tanto il mio corpo che non l’ho nutrito per nove mesi e a volte mi chiedo, seriamente, come facessi a non mangiare.

Come facessi a contenere la fame a forza di litri e litri di acqua gasata e pastiglie per la gola senza zucchero.

Tutte le volte che ci ripenso, ricordo questo sordido senso di vuoto nello stomaco (che molto probabilmente avevo atrofizzato) e il mio torace così esile e incavato.

Non sapevo più cosa volesse dire “avere fame”.

Non sapevo più cosa volesse dire “mangiare”.

Né tantomeno “mangia quando ti viene fame”.

Ma credo che se mi fossi lasciata andare, e permessa di mangiare, avrei divorato anche l’anta della dispensa.

In effetti, sono una delle poche persone che si sono potute permettere una dieta ingrassante.

Un mio grandissimo rimpianto?

Essere tornata ad un peso accettabile facendo fuori scatole su scatole di biscotti secchi… biscotti secchi, capite?! Potevo mangiare tutte le pizze e il gelato che volevo ma no… Ho mangiato decine di biscotti ipocalorici, fantastico…

Comunque, se devo essere sincera non-mangiare fa schifo. Anche essere anoressica, in verità. Ma quando ci sei dentro diventa un’abitudine e la tua vita di prima non esiste più e un dopo non lo vedi.

Non vedi come poter concedere un’altra possibilità alla vita.

Non consideri neanche l’eventualità di guarire; e vi giuro che nessun genitore, parente o amico potrà aiutare veramente una persona con un disturbo alimentare a tirarsi fuori, a decidere di darci una svegliata e smetterla di correre a perdifiato verso la morte. Solo lei deciderà se, come e quando uscire da quell’agonia senza fine.

Molte volte mi sembra di aver deciso veramente senza motivo di guarire. Forse era solo stanca: stanca di andare in ospedale tutti giorni, stanca di avere costantemente freddo, stanca di piangere un giorno sì, e l’altro pure, stanca di morire, piano piano, ogni giorno di più.

Semplicemente esausta.

Una sera di giugno 2017, sotto gli sguardi ammutoliti scioccati della mia famiglia, ho deciso di dare una svolta alla mia vita: ho preso quei benedetti biscotti secchi e ho iniziato a mangiarli, uno dopo l’altro; con mia madre che realizzava l’accaduto in lacrime e mio padre che scattava foto.

Io mi godevo i biscotti.

Perché, finalmente, ho nutrito il mio corpo di mia spontanea volontà, senza che un medico o una dieta me lo imponesse. Sembravano la cosa più buona che avessi mai mangiato.

Ho pianto anche io, e tanto.

I biscotti al retrogusto di pianto più buoni della mia vita.

E da lì? La vita mi è, “semplicemente“, caduto addosso: l’anoressia è un effetto collaterale della paura di vivere.

È stato complicato accettare l’ennesima trasformazione del mio corpo dopo essere dimagrita 20 kg in sei mesi. E ho avuto anche la splendida idea di provare a ricaderci, ma, ogni volta, mi ripetevo che non potevo ricominciare tutto da capo, così mi rialzavo, un po’ più ammaccata di prima, ma in piedi.

E adesso, dopo due interminabili ricoveri, una quasi-flebo, un quasi-sondino naso gastrico, un versamento pericardico, essere sembrata uno scheletro camminante per mesi, infiniti esami del sangue, il battito cardiaco a 41 e aver rischiato di finire in rianimazione per un raffreddore… Adesso guardami: respiro.

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