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Enrico Lo Verso: “Come mi vedono gli altri? Qui sta l’attualità di Pirandello”

Parla il protagonista dell’adattamento teatrale di “Uno Nessuno Centomila” in scena a Bergamo

Tutti, nessuno escluso, avremmo bisogno di una crisi di identità. Un’affermazione che fa paura, ma vera. Ci serve un momento nella vita in cui fermarci e fare il punto della situazione. Chi siamo veramente? Siamo diventanti chi volevamo essere? Dobbiamo darci delle risposte prima che sia troppo tardi, finché abbiamo ancora tempo per un cambio di rotta. Ad alcuni è già successo, ad altri succederà.

enrico lo verso

Con Enrico Lo Verso, protagonista dell’adattamento teatrale di Uno Nessuno Centomila, capolavoro di Luigi Pirandello, l’uomo ordinario non ha più scampo, deve guardarsi dentro con sincerità e darsi delle risposte. A pochi giorni dall’anniversario di morte del premio Nobel siculo, dal 13 al 15 dicembre, il Teatro Sociale di Bergamo, ospiterà lo spettacolo diretto da Alessandra Pizzi. Una versione in prosa del romanzo pirandelliano, così tremendamente attuale anche nel 2018. “All’inizio non volevo accettare questo ruolo – svela Lo Verso, attore, unico protagonista in scena – ma leggendo il copione ho capito che si trattava di un lavoro ben fatto. Dopo più di dieci anni, sono tornato a teatro”.

Prima ancora del debutto ufficiale bergamasco, una replica straordinaria pensata per i ragazzi delle scuole. Una bellissima notizia.
“Si, una bellissima notizia. Devo ammetterlo: gli spettacoli con le scuole sono faticosi perché a volte i ragazzi, non tutti ovviamente, vengono a teatro per saltare la scuola. Per cui la partenza è sempre difficile, bisogna ingranare e riuscire a conquistarli. Abbiamo fatto repliche con quasi 1500 studenti in sala, vi assicuro che la percentuale di distrazione è bassissima. Ne abbiamo conferma nei dibattiti post spettacolo. domande e approfondimenti. I ragazzi sono curiosissimi, soprattutto quando capiscono il meccanismo contorto della mente di Vitangelo Moscarda. Una volta un ragazzo, dopo aver assistito alla messa in scena, è venuto da me, commosso. “Mi sono dovuto fare domande che avevo giurato di non farmi mai più”.

Uno nessuno centomila è il romanzo sintesi di Pirandello. Come si è arrivati ad un adattamento teatrale degno di un premio Nobel?
“Io ho trovato il copione scodellato su un vassoio. Non conoscevo Alessandra Pizzi prima di ricevere la sua chiamata. Inizialmente ho rifiutato, ma quando la chiamai per dirglielo, captai una certa sintonia tra me e lei, difficile da trovare con le persone del mestiere. Le chiesi, giusto per curiosità, di farmi leggere il testo. A quel punto le cose sono cambiate. Si trattava di un testo davvero ben fatto. Così ho accettato, con una premessa: “voglio un allestimento a costo zero, perché questo spettacolo, secondo me, avrà una vita breve”. Mi sbagliavo! Siamo arrivati a più di 350 esecuzioni in due anni”.

Secondo lei, quando è il momento esatto in cui il suo personaggio riscopre il piacere di essere unico, di essere l’uno?
“Lo capisce fin da subito. La sua disperazione è che gli altri non riescono ad afferrare questa cosa. Per questo lui vuole verificare quanti Vitangelo Moscarda esistono negli occhi delle persone. Ecco che apparentemente comincia ad andare fuori di testa. In realtà è un percorso cinico, spietato, razionale che lo porta a mettere in atto tutta una serie di comportamenti per destabilizzare gli altri e vedere cosa rimane in piedi di se stesso. Alla fine scopre che forse la via non è marcare violentemente il proprio io, non è piazzare una bella foto su Facebook. La via è liberarsi, levarsi tutte le convenzione di dosso e restare nessuno”.

Attraverso l’interpretazione di Vitangelo Moscarda, un uomo qualunque, lei è riuscito a riscoprire se stesso?
“Io ho deciso che avrei fatto questo mestiere a otto anni. Lo vedevo come un gioco. La consapevolezza della maschera l’ho acquisita molto presto. Forse da siciliano condividevo il bisogno di Pirandello, di Bufalino, di Sciascia, di riflettere sulle cose. Il discorso della maschera, di chi sono veramente, me lo sono posto la prima volta in quarta ginnasio. Sul libro di antologia c’era una pagina ratta da un testo di Emilio Lussu, scrittore sardo, che raccontava di un partigiano, prigioniero della resistenza. Sul muro scrostato della cella quest’uomo aveva letto una frase di Goethe: “Essere se stessi contro ogni violenza”. Io, che allora avevo quattordici anni, mi chiesi a quali violenze potessi andare incontro. Capii di dover rimanere coerente con me stesso, per non dover cambiare dopo. Una consapevolezza un po’ antica”.

Quali aspetti del testo pirandelliano restano oggi, secondo lei, più attuali, soprattutto nella società italiana?
“C’è questo bisogno di capire come gli altri percepiscano noi stessi. È questa la cosa più forte. Qualche sera fa sono andato a vedere il musical “Jesus Christ Superstar”, che finisce con una frase di Tim Rice. Riferendosi a Gesù, Rice pensa che se avesse avuto la televisione, sarebbe stato tutto molto più facile”.

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