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“Il mio primo pianoforte? Dono di Santa Lucia, tutti i bambini dovrebbero studiare musica” foto

La mia storia con il pianoforte è iniziata una notte di Santa Lucia, avevo cinque anni. Prima di andare a dormire sentivo dei fruscii, dei rumori strani. La mattina mi svegliai e dalla cucina vidi un vecchio pianoforte viennese, il mio primo pianoforte, un regalo di mio padre.

Una caffettiera che borbotta, una Olivetti e un grande pianoforte a coda, nero scintillante che occupa quasi l’intera stanza, una infinità di partiture. Su quel pianoforte c’è tutta la vita del maestro Isacco Rinaldi, allievo di Arturo Michelangeli, uno dei più grandi pianisti mai esistiti.

Isacco Rinaldi

La sala da pranzo di una villetta a San Martino della Battaglia, vicino a Sirmione, sembra quasi un’ambientazione cinematografica. Ad aprirmi la porta è proprio il maestro Rinaldi, due occhi vispi, un viso dolce e sereno, un completo elegante. Rinaldi è stato direttore del liceo musicale dal 1984 fino al 1997.

“L’aspettavo signorina, sono contenta che sia venuta, ho così tante cose da raccontarle”. Sono andata a casa di Rinaldi credendo di ottenere una intervista, ma ho avuto molto di più: il racconto di una intera vita tra musica e insegnamento. Per la precisione, più di ottant’anni di musica. Nato il 26 agosto 1932, il piccolo Isacco inizia a cinque anni lo studio del pianoforte e da allora non ha più smesso. Anche in quel pomeriggio – che tutto è stato, fuorché una intervista – il maestro non ha resistito. Dopo il caffè si è messo al pianoforte e ha suonato per me.

“Ho composto un brano per il nostro incontro, lo vuole sentire? – mi chiede il maestro – si chiama “Alba” perché l’ho scritto oggi alle prime ore del mattino”. Anche se il pezzo forte del maestro è la celebre “Claire de lune” di Debussy, che Rinaldi suona ancora ad occhi chiusi.
Tra un ricordo e l’altro, affiora una vita vissuta a pieno. L’infanzia, gli studi con Michelangeli, due matrimoni e quattro figli, l’insegnamento. Per Rinaldi l’insegnamento è stato parte fondamentale del proprio percorso. Ancora oggi, a 86 anni, il primo pensiero va a loro: “Molti ragazzi, oggigiorno, sono costretti a ad andare all’estero per crearsi un futuro, per realizzare i propri sogni. Questo è intollerabile. I meritevoli, come li chiamava il maestro Michelangeli, dovrebbero avere tutte le opportunità”.

Maestro, si ricorda la prima volta in cui ha toccato un pianoforte?
Certo che lo ricordo, è quasi una favola. La mia storia con il pianoforte è iniziata una notte di Santa Lucia, avevo cinque anni. Prima di andare a dormire sentivo dei fruscii, dei rumori strani. La mattina mi svegliai e dalla cucina vidi un vecchio pianoforte viennese, il mio primo pianoforte, un regalo di mio padre.

Possiamo dire che suo padre è stato il suo primo manager.
Sì, mio padre mi ha portato ovunque per farmi studiare. Non possedeva una macchina, quindi mi portava in bici, anche d’inverno. Ha investito tanto su di me, a lui devo il mio primo incontro con Michelangeli.

Parliamo di questo incontro. Che cosa ricorda di Michelangeli?
Mio padre un giorno mi disse: “Ti porto a conoscere un grande pianista”. Avevo solo otto anni, ma la cosa non mi spaventava perché, come ho detto prima, mio padre mi portava ovunque, ero abituato. Da bambino amavo sfogliare i libri, soprattutto quelli in cui erano raffigurati i grandi musicisti del passato. Bach, Haydn, Mozart, Beethoven, Chopin. Quando pensavo ai grandi, immaginavo loro. Ecco perché pensai che il mio primo incontro con Michelangeli fosse uno scherzo. Dopo aver suonato un walzer di Chopin, mi voltai per vedere in faccia il maestro. Era un giovane di nemmeno vent’anni. Assomigliava ad un ragazzetto, così lontano da Bach. E pensai che non poteva essere un grande pianista, ma lo era, eccome se lo era.

Lei era solo un bambino quando scoppiò la seconda guerra mondiale. I musicisti durante il periodo della guerra?
Non erano tempi facili per nessuno, figuriamoci per i musicisti. Ma è stato proprio il mio talento per la musica ad aiutarmi. Andavo a scuola all’istituto Venturi a Brescia. Spesso ci furono dei bombardamenti. Fortunatamente io avevo l’udito buono, anzi, avevo un vero e proprio talento in quanto a suoni e rumori. Fui il primo a riconoscere il rumore della sirena e ad uscire dall’aula per mettermi in salvo.

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