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La ruspa nel negozio di cristalleria

In visita al confine settentrionale di Israele, il ministro Salvini ha esternato il suo sostegno al governo di Tel Aviv contro il gruppo libanese Hezbollah, da lui definito come “terroristi islamici”.

A furia di usare Twitter come una clava, si finisce per andare con la ruspa dentro un negozio di cristalleria.

In visita al confine settentrionale di Israele, il ministro Salvini ha esternato il suo sostegno al governo di Tel Aviv contro il gruppo libanese Hezbollah, da lui definito come “terroristi islamici”. Il “Partito di Dio”, nato all’inizio degli anni Ottanta, ha partecipato alla resistenza armata contro l’occupazione israeliana del sud del Libano, cominciata nel 1978 ed estesa nel 1982 con la conquista della parte ovest di Beirut. La pressione militare del “Partito di Dio”, ispirato ideologicamente dalla rivoluzione khomeinista in Iran, è proseguita durante tutti gli anni Novanta, quando avvenne il massacro di Qana ad opera delle forze armate israeliane (18 aprile 1996), portando infine al definitivo ritiro israeliano nel maggio 2000.

Nel luglio del 2006 il rapimento di tre soldati israeliani da parte di Hezbollah ha portato a un nuovo conflitto che si è concluso con la risoluzione 1701 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Approvata all’unanimità l’11 agosto 2006, la risoluzione ha fornito un mandato ampio ai caschi blu dell’UNIFIL, che sono incaricati di garantire il cessate-il-fuoco lungo la “Linea blu”, cioè la frontiera tra Libano e Israele. Il contingente dell’UNIFIL ha visto da subito un esteso contributo italiano. Italiani sono stati i generali Claudio Graziano, Paolo Serra, Luciano Portolano, a guida della missione tra il 2007 e il 2016. Italiano è pure il generale Stefano Del Col, che guida la missione dal 7 agosto scorso. Italiani sono pure 1’069 dei 10’479 caschi blu dispiegati nella zona di confine a sud del fiume Litani.

In questi dodici anni di presenza sul territorio, i militari italiani si sono distinti per la loro capacità di mediazione e il sostegno attivo ai progetti di ricostruzione e cooperazione locale.

Israele e gli USA definiscono Hezbollah come un gruppo terrorista, ma i paesi dell’Unione Europea hanno una posizione ufficiale più sfumata, distinguendo tra l’ala militare del “Partito di Dio” e la sua ala politica, che in Libano è riconosciuta come un partito legittimo che partecipa alle elezioni parlamentari e al governo di unità nazionale, oltre ad amministrare molte municipalità, soprattutto nella zona di operazione dell’UNIFIL.

Alcuni paesi, come la Francia e la Germania, hanno irrigidito le proprie posizioni dopo il sostegno dato da Hezbollah all’esercito governativo siriano dal 2013 in poi, ma nel complesso la linea europea ha fino a oggi differenziato le attività militari del “Partito di Dio” da quelle politiche, sociali e assistenziali. La presenza dei caschi blu e la stessa fattibilità di molti progetti di cooperazione e sviluppo nel paese dei cedri dipendono d’altronde da una meticolosa operazione di diplomazia e mediazione.

Si può capire dunque come le dichiarazioni del ministro Salvini abbiano causato sgomento tra i vertici militari italiani, in primo luogo per il contenuto espresso in via informale, e in secondo luogo per la sensazione che sia mancato una verifica preventiva con i ministeri degli esteri e della difesa, evidentemente più titolati a esprimere valutazioni che influiscono sulla condotta italiana e sul senso della sua presenza sul campo.

Le dichiarazioni del ministro degli Interni contengono un interessante cortocircuito concettuale, visto che ha sempre sostenuto il governo di Bashar al-Assad, il quale ha avuto proprio in Hezbollah uno dei più efficaci e leali alleati.

Salvini sostiene al-Assad e Putin contro il terrorismo dell’ISIS, ma poi etichetta “terroristi islamici” gli alleati di Bashar al-Assad. Lo scacchiere mediorientale è florido di contraddizioni e allineamenti a prima vista incomprensibili, ma forse proprio per questo i giudizi apodittici andrebbero scansati. Personaggi come Salvini, Trump e Bolsonaro (tutti e tre apertamente filoisraeliani) hanno costruito le loro fortune elettorali sui messaggi taglienti e privi di sfumature: chissà se intendono che i loro messaggi gettano ulteriore benzina sul fuoco di conflitti e tensioni che nemmeno decenni di tentativi di mediazione sono riusciti a sciogliere.

L’uscita del ministro degli interni appare tuttavia particolarmente problematica per il momento in cui viene pronunciata. Il governo israeliano si trova in una posizione delicata, con le accuse di corruzione che pendono sul capo del primo ministro Netanyahu e una maggioranza risicatissima di 61 seggi su 120 nella Knesset, il parlamento israeliano.

Dopo le dimissioni di Avigdor Lieberman, contrario al cessate-il-fuoco siglato il mese scorso tra Israele e Hamas, il primo ministro Netanyahu ha assunto su di sé anche gli incarichi degli esteri e della difesa. Il partito di estrema destra Casa ebraica ha minacciato di lasciare la maggioranza, decidendo alla fine di rimanere, dopo aver ricevuto il ministero dell’educazione per il suo capo Naftali Bennett. L’instabilità politica potrebbe portare comunque a sciogliere la Knesset e indire le elezioni con qualche mese di anticipo rispetto alla scadenza naturale di novembre 2019.

Come è accaduto altre volte in periodo pre-elettorale, il governo Netanyahu potrebbe essere tentato di mostrare un atteggiamento più muscolare lungo il confine settentrionale e usare una postura più intransigente nei confronti dell’ingombrante presenza di Hezbollah. Gli scontri avvenuti sabato scorso lungo la linea di demarcazione potrebbero rientrare in questa cornice, così come un aumento della contrapposizione con il gruppo libanese in modo da tenere sotto pressione l’Iran, che rappresenta il nemico principale per i vertici politici e militari israeliani. Resta ora da capire se il ministro degli interni abbia piena consapevolezza di questo gioco di incastri e se la sua presa di posizione, che ha un impatto sulla presenza italiana nella regione, sia stata concordata con un primo ministro, un ministro degli esteri e una ministra della difesa in grado di espletare per davvero, e non solo in via nominale, le funzioni a loro teoricamente attribuite.

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