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Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, i suoi tristi settant’anni

Le premesse alla dichiarazione del 1948 rimangono infelicemente lontane da una loro piena attuazione, ma il clima politico a livello globale evidenzia un arretramento generalizzato ben più profondo delle contingenze elettorali.

I titoli di giornale di mezzo mondo hanno con scarsa fantasia parlato di “anniversario triste”. La Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo compie settant’anni, ma la sua rilevanza appare oggi fortemente appannata dai conflitti e dall’involuzione autoritaria in molte parti del pianeta. Hanno forse ragione voci tanto diverse quanto quelle di Angela Merkel e Amnesty International quando dicono che un testo simile non verrebbe più approvato nel clima politico e culturale attuale?

Il testo della dichiarazione approvata il 10 dicembre 1948 dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite è in effetti un ampio manifesto di libertà individuali considerate inalienabili, che includono il diritto di espressione e di opinione, la libertà religiosa, il diritto a muoversi da uno stato a un altro, il diritto a sistemi di protezione sociale che garantiscano un’esistenza dignitosa a ogni persona, il tutto senza distinzioni o preferenze di alcun tipo. Concepita nella fase di grazia subito dopo la seconda guerra mondiale, prima della divisione del mondo nei blocchi della guerra fredda, la dichiarazione del 1948 non ha avuto una vita semplice. I paesi del blocco sovietico hanno malvisto da subito l’enfasi sui diritti individuali e la possibilità che mettessero in discussione legislazioni statuali molto meno sensibili, mentre alcuni paesi extraeuropei, in particolare di area musulmana, hanno più o meno apertamente criticato un’impostazione antropologica e giuridica considerata eurocentrica e troppo occidentale. Persino le democrazie liberali, a cominciare dagli USA, hanno maneggiato con cautela un testo giudicato a tratti troppo progressista, declinandolo più come un’ambiziosa lista di desideri e di valori che come un testo vincolante dal punto di vista normativo.

Forse per celebrare degnamente e in maniera non troppo ipocrita questa ricorrenza bisognerebbe ricordarsi ancora una volta quanto male abbiano fatto le teorie sull’esportazione della democrazia a colpi di bombe e le incoerenze mastodontiche nel modo di relazionarsi con le varie forme di regimi autoritari e di dittature in giro per il pianeta. Mentre i discorsi ufficiali promettevano all’inizio degli anni Novanta la nascita di un nuovo ordine globale fondato sulle istituzioni internazionali legate al sistema-mondo neoliberale, in molte parti del mondo andava diffondendosi l’idea, non sempre peregrina, che i diritti umani fossero in fondo un costrutto discorsivo, insomma un castello di chiacchiere, usato in maniera selettiva e strumentale per tutelare interessi politici ed economici delle grandi potenze e di qualche loro alleato locale. L’impotenza delle Nazioni Unite, spesso frenate dai veti incrociati e dalla carenza di strumenti di azione diretta, ha completato il quadro.

Con buona pace dei discorsi celebrativi della globalizzazione, il sistema degli stati è vivo e vegeto, e vede con sospetto la preminenza di norme internazionali sovraordinate alle leggi e agli interessi nazionale, come pure si nota nelle discussioni in corso relativamente al Global Compact sulle migrazioni. Non solo le premesse alla dichiarazione del 1948 rimangono infelicemente lontane da una loro piena attuazione, ma il clima politico a livello globale evidenzia un arretramento generalizzato ben più profondo delle contingenze elettorali.