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Falstaff al Teatro Sociale, un capolavoro di Verdi troppo spesso trascurato - BergamoNews
Venerdì sera

Falstaff al Teatro Sociale, un capolavoro di Verdi troppo spesso trascurato

La recensione dell'ultimo lavoro operistico del compositore di Busseto e ultimo titolo della stagione operistica 2018 al Teatro Sociale di Bergamo

Pensate a un anziano musicista che decide di comporre la sua ultima opera. In vecchiaia, ripensando a quanto vissuto si ritrova a pensare che in fondo la vita è una grande beffa. “Tutto il mondo è burla”, direbbe un over settantacinque. È successo anche al grande Giuseppe Verdi, al termine della propria carriera, di guardarsi indietro e di riflettere sul senso degli uomini, a volte profondi, altre strascinati dall’inevitabile pochezza dell’esistenza.

Forse anche per questo motivo è nato “Falstaff”, ultimo lavoro operistico del compositore di Busseto e ultimo titolo della stagione operistica 2018 al Teatro Sociale di Bergamo. Sul podio, il maestro Marcello Mottadelli ha diretto L’orchestra I Pomeriggi musicali. Protagonista nei panni di Falstaff, Alberto Gazale, uno dei baritoni verdiani più noti di oggi. Al cast si aggiungono giovani e validi interpreti: Paolo Ingrasciotta (Ford), Fenton Oreste (Cosimo), Ugo Tarquini (Dott. Cajus), Cristiano Olivieri (Bardolfo), Pietro Toscano (Pistola), Sarah Tisba (Mrs Alice Ford), Laura Iacobellis (Nannetta Maria), Daniela Innamorati (Mrs Quickly) e Caterina Piva (Mrs Meg Page).

La messa in scena di venerdì 7 novembre ha mostrato un capolavoro troppo spesso trascurato. Non è il Verdi de “La Traviata”, del “Nabucco” o di “Attila”. L’opera, rappresentata per la prima volta alla Scala nel 1893, è il risultato di una considerazione: i tempi cambiano, la musica si deve adeguare. In “Falstaff” non cantano solo gli attori in scena, ma canta anche – e soprattutto – l’orchestra. I temi si intrecciano, si rincorrono e si amalgamano con il libretto, geniale, per non dire perfetto, di Arrigo Boito tratto da alcune commedie di William Shakespeare.

Due ore e cinquanta minuti di spettacolo, nel segno della leggerezza. Una risata, non grezza, non volgare, ma dal retrogusto dolce amaro. La vita è così: affrontiamo mille peripezie, cadiamo e ci rialziamo, amiamo, gioiamo, per poi ritrovarci inesorabilmente vecchi, meno giovani, meno mobili, meno belli. Proprio come Sir John Falstaff (Alberto Gazale), nobile decaduto, che, oramai vecchio e grasso, crede ancora di possedere uno strepitoso sex appeal. Il signorotto attempato – forte del suo immenso ego – pensa bene di insidiare due donne, Alice Ford e Meg Page nello stesso momento. Senza sprecare troppa carta, né troppa fantasia, il “ruba cuori” manda a entrambe la stessa lettera. La classica situazione da piede in due scarpe. Sfortunatamente per Sir John, le due comari non tardano ad accorgersene e tramano la loro vendetta. Da quel momento inizia lo show, esilarante e spumeggiante.

La commedia, rappresentata negli anni ’50, vede la mano del regista Roberto Catalano. Una scelta più che azzeccata. Ambientazione, arredi e costumi – accuratamente scelti da Ilaria Ariemme – ci portano indietro, al periodo del Dopoguerra. Sono gli anni della ripresa economica, della musica rockabilly, dei primissimi jeans, delle pin up. Ecco che Falstaff viene presentato come una sorta di crasi tra un Fonzie, brutto e grasso, e un rockettaro squattrinato, andato in rovina per la troppa birra, con tanto di occhiali da sole e bracciale di pelle al polso.

I ruoli femminili sono occasione per sfoggiare la moda di metà del secolo scorso. Si tratta degli stili inconfondibili “new look” di Christian Dior e del tailleur in tweed, ‘l’abito perfetto’, dell’intramontabile Coco Chanel composto da giacca, blusa e una gonna o abito senza maniche. Del resto, l’opera è anche questo: non solo musica, non solo teatro, ma anche moda e stile.

In questo spettacolo tutto ha avuto un tocco di classe, compresa la scena della burla finale. Il palco del Sociale diventa lo spazio ideale per un pigiama party dai tratti chic. Non poteva di certo mancare le battaglia a suon di cuscinate sul termine. In un In fondo, “tutto il mondo è burla”, tanto vale riderci su e divertirsi.

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