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Il prof Johnny Dotti: “Tanti giovani all’oratorio, ma il problema sono gli educatori”

Un incontro formativo organizzato dall'oratorio di Pagazzano ha affrontato il tema della corresponsabilità educativa in oratorio

Un incontro formativo organizzato dall’oratorio di Pagazzano, nella serata di giovedì 29 novembre, ha affrontato il tema della corresponsabilità educativa in oratorio: “Come diventare una comunità educante”.

Il relatore Johnny Dotti ha proposto la sua “posizione abbastanza alternativa” sull’argomento, in primis come marito di Monica e papà -“in questo momento”- di quattro figli, poi come pedagogista, imprenditore sociale e monaco novizio.

In una realtà in cui è considerato vero soltanto ciò che è scientifico, invita a seguire due atteggiamenti: benedire il presente vivendo questi tempi, giusti per dare sostanza e concretezza alla fede; sperare più nell’invisibile che è reale e non tanto nel futuro, che invece è solo la proiezione di ciò che non vediamo oggi. Premesso ciò, Dotti lancia una sfida: “oggi educare è impossibile, ma proprio per questo ne vale la pena!” Nell’epoca in cui tutto è in mano alla tecnica, all’uomo non resta che l’impossibile e di fronte a ciò “siamo tutti in difficoltà”; proprio per questo motivo, per insegnare serve vocazione e bisogna sentirsi coinvolti nella relazione misteriosa che si genera e che porta colui che si educa alla vita. Il pedagogista spiega infatti: “Nasciamo fisicamente dalle madri e abbiamo la possibilità di nascere per come siamo solo attraverso l’educazione; noi fisicamente nasciamo divenienti ed è la relazione educativa ciò che ci fa venire al mondo come il mistero che incarniamo.”

L’invito rivolto agli educatori dei ragazzi, all’interno o all’esterno dell’oratorio, è quindi quello di seguire la propria vocazione rispondendo alle provocazioni della realtà che generalmente sono fastidiose e che quindi vengono evitate. Tra di esse individua il deficit demografico per cui già gli over 60 superano gli under 30, ma la previsione è che addirittura gli over 65 supereranno gli under 25 con un tasso di fertilità dello 0.8%, a fonte del 2% che è considerata la soglia sotto la quale le civiltà si estinguono. “Non sono solo numeri, ma è la vita reale” che ci pone dinnanzi ad una seconda evidenza: l’età media in cui si esce di casa per iniziare una vita indipendente è di 34 anni, secondo i dati dello scorso anno. In più, Dotti riporta una terza preoccupante provocazione: il numero dei matrimoni, sia civili che religiosi, è in calo drasticamente. Su questo aspetto, “il mio non è un giudizio morale, ma voglio sottolineare come la convivenza non ha nulla a che fare con il matrimonio che è un atto pubblico che avviene entro una ritualità che lo rende comunitario” precisa il relatore ed evidenzia parallelamente anche che, dopo 500 anni di storia, nel 2017 la Diocesi di Bergamo non ha ordinato neanche un sacerdote.

Il quadro presentato appare drammatico in questo undicesimo anno di una crisi che è iniziata con l’epifenomeno finanziario; lo è soprattutto poiché nessuno può sapere quali saranno gli esiti e ciò genera paura nelle persone, non tanto dei debiti, quanto di sé stessi. Dunque, come deve agire un cristiano di fronte a questo contesto? “Nessuno ha la soluzione, siamo tutti incapaci” -osserva Dotti- ma un cristiano dovrebbe pregare, ovvero in-vocare davanti alla pro-vocazione, e poi può con-vocare gli altri alla ricerca di un metodo comune. Secondo l’imprenditore sociale, oggigiorno siamo abituati a invocare il potere (il prossimo governo, papa o sindaco che sia) immaginando che la risposta venga sempre da altre strutture, oppure in alcuni rari casi convochiamo noi stessi nella stanza, isolandoci e scatenandoci sui social con posizioni di chiusura. L’atteggiamento migliore sarebbe invece aprirsi, invocando Dio e mettendo al centro la propria fragilità, non la propria potenza, per aprirsi a forme di vita che vanno molto oltre la propria intenzione individuale. Condividendo la propria domanda e l’impossibilità di rispondere da soli, si scopre infatti che già così la situazione è meno insormontabile.

In termini laici, la vocazione e la responsabilità sono il risvolto attivo della libertà, intesa come “libertà di farsene qualcosa della propria libertà, non scegliere tra tante cose che stanno al di fuori di me; è la libertà di essere, non di consumare, di divenire ciò che siamo chiamati ad essere.” È necessario prendere consapevolezza del fatto che, a livello educativo il vero problema non sono i ragazzi, ma “il problema siamo noi”: adulti e educatori devono apprendere che non ci si può sentire fratelli e condividere i dilemmi e la soluzione, se ci si sente forti e indipendenti. “Questo è il tempo della comunità” che ha la corresponsabilità riguardo al mistero di essere figli che devono essere educati alla libertà, respiro di Dio. E come bisogna agire perché questi ragazzi amino la loro libertà, si appassionino al venire al mondo? L’invito di Dotti è quello di permettere ai giovani di fare esperienza della propria libertà, del proprio corpo che sta dentro la realtà. “Riprendetevi in casa i figli degli altri, dei vostri vicini” è il secondo importante suggerimento perché permette di ricreare le alleanze tra le famiglie; non dev’essere un modo per scaricare i figli o un servizio, ma un sistema di reciprocità che deve riprendere le passate tradizioni.

Inoltre, Dotti invita a mettere alla prova i giovani facendoli lavorare per responsabilizzarli capendo che ciò che possiedono deve essere sudato. Suggerisce, in particolare, l’impegno lontano da casa riprendendo il modello dell’Erasmus universitario o dei campi scout, simili alla vecchia leva che rappresentava simbolicamente un rito iniziatico di natura donativa alla società, era il momento in cui simbolicamente si lasciava la famiglia per prendere servizio in un posto e con persone che non si sceglievano.
Johnny Dotti quindi non parla di responsabilità nelle mani di un’unica persona, come potrebbe essere il sacerdote per l’oratorio, ma di una corresponsabilità comunitaria urgente e importante:

“Non c’è una vocazione astratta perché non sei papà, mamma o educatore per sempre, ma proprio in quel momento lì!”
Di fronte a queste pro-vocazioni, riconosce però come sia dura non chiedersi: “Ce la faremo?”, dato che normalmente le spinte della società sono date dai giovani, non dagli adulti, per motivi di tenuta e trasgressività. D’altra, parte, però, ci sono esempi notevoli come papa Giovanni XXIII che da anziano ha ideato il Concilio Vaticano II, Beethoven che ha composto le sonate più appassionate da sordo o Gandhi che, a 78 anni con la marcia del sale, ha cacciato l’impero più grande del mondo; perciò il relatore conclude: “Ricordatevi di sperare nell’invisibile, se ci fossero solo il visibile e il possibile, ci sarebbe da chiudere tutto e arrivederci!”

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