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La Diga del Gleno, l’invaso che ferì la Valle di Scalve foto

Nuova puntata del tour fra i luoghi meno conosciuti di Bergamo e provincia che oggi fa tappa in Valle di Scalve in occasione del novantacinquesimo anniversario della tragedia che squarciò l'Italia

Nel corso dei secoli la natura ha donato all’umanità scorci mozzafiato, luoghi incontaminati giunti sino a noi sotto forma di un regalo da osservare e “maneggiare” con cura.

Quel regalo inaspettato non chiede molto per sé se eccettua la richiesta di porre una particolare attenzione nella tutela e nella protezione dello stesso, una richiesta tuttavia spesso disattesa dall’uomo che, spinto dalla propria avidità, abusa dell’immensa bontà della natura e in pochi istanti ne paga le conseguenze a caro prezzo.

Questo è il caso della Diga del Gleno, sbarramento artificiale posto a 1500 metri d’altezza, divenuto tristemente protagonista il primo dicembre 1923 di una tragedia che funestò la Valle di Scalve e la vicina Valle Camonica.

Lunga 260 metri e in grado di raccogliere le acque dei torrenti Nembo e Povo per una portata massima che poteva variare dai 5 ai 6 milioni di metri cubi, la diga nacque da un primo progetto dell’ingegner Giuseppe Gmur di Bergamo che, dopo aver ceduto la concessione dell’area alla Ditta Galeazzo Viganò di Ponte Albiate nel 1916, ideò una diga a gravità utilizzabile per la produzione di energia idroelettrica.

La costruzione dell’invaso, iniziata il 15 luglio 1917, presentò sin da subito diverse problematiche a causa della mancanza di autorizzazioni presentate dalla Ditta Viganò e dalle scelte prese dalla stessa: bisogna sapere infatti che il progetto, passato alla morte di Gmur nelle mani dell’ingegner Giovanni Battista Santarcangelo , subì un’importante modifica tale da mutare la tipologia prevista, passato da diga a gravità a diga a archi multipli, una scelta singolare se si considera la conformazione dell’area e la costruzione avanzata del tampone centrale caratterizzante il modello a gravità, ma che tuttavia permetteva alla ditta appaltatrice di risparmiare sia dal punto di vista economico che dal punto di vista del materiale impiego grazie alla presenza di pareti più sottili.

Oltre alla mancanza di autorizzazioni da parte del Ministero dei Lavori Pubblici e del Genio Civile, sulla realizzazione della Diga del Gleno pesavano alcuni sospetti sul possibile utilizzo di calcina invece che calcestruzzo, come indicato da alcuni operai e come presentato in una segnalazione giunta alla prefettura di Bergamo nel settembre 1920, sospetti mai confermati in quanto i campioni raccolti dagli ispettori giunti sul luogo non vennero mai sottoposti ad esame.

I lavori proseguirono sino alla conclusione dell’estate del 1923 non senza intoppi, come per esempio la presentazione tardiva del progetto esecutivo giunto al Ministero solo nel luglio dello stesso anno, tuttavia già il 22 ottobre, quando per la prima volta il bacino appena realizzato si riempì, iniziò a presentare diversi problemi come affermato nella testimonianza del custode Francesco Morzenti, il quale sosteneva come la fuoriuscita dagli sforatoi di circa 12 metri cubi di acqua al minuto causava l’asportazione di parte del materiale accumulato contro gli spigoli dei piloni.

Con il passare dei giorni i problemi divennero sempre più ingenti, con perdite che crescevano con le preoccupazioni del custode, perdite che si incrementarono sino all’uggiosa mattinata di sabato 1 dicembre 1923 quando il moto sussultorio percepito da Francesco Morzenti permise allo stesso di comprendere l’immane tragedia che si sarebbe consumata di lì a qualche minuto .

Con il cedimento di alcune delle arcate poste della diga poste sopra il tampone, alle 7.15 la diga crollò riversando l’enorme massa di acqua e melma lungo la stretta valle del Povo, creando così un’enorme onda distruttiva che raggiunse in pochi minuti la località di Bueggio, frazione di Vilminore di Scalve, dove non ebbero scampo nè le chiesa nè le due centrali idroelettriche presenti e nemmeno il cimitero.

La terribile corsa della fiumana raggiunse così con impeto la confluenza con il fiume Dezzo dove l’impatto con l’urto causò la scomparsa immediata lungo la sponda destra del corso d’acqua dell’abitato di Dezzo di Colere, colpito alcuni minuti prima da un’improvvisa raffica di vento causata con ogni probabilità dall’onda di piena, mentre maggior fortuna ebbe Dezzo di Azzone, protetto in parte da un masso posto sul grato del fiume.

Scendendo a valle l’avanzamento della fiumana venne in parte ostruita poco prima di Angolo Terme, creando così un lago in grado di preservare il paese rimasto pressochè intatto, ma capace di incrementare l’energia della corrente che, superato l’ostacolo, giunse a Mazzuno, dove spazzò via la centrale idroelettrica e il cimitero, prima di congiungersi con il corso del fiume Oglio che, rompendo i propri argini, continuò a mietere vittime fra Gorzone, Boario e Corna di Darfo.

La pazza corsa dell’acqua si arrestò quarantacinque minuti dopo il crollo all’ingresso del Lago d’Iseo, riempitosi in quei giorni di detriti di ogni genere e di cadaveri,  una corsa chiusa con un bilancio di 356 vittime, benchè ancora oggi il numero non sia certo.

Per il crollo della diga il 4 luglio 1927 il Tribunale di Bergamo condannò Virgilio Viganò e l’ingegner Santangelo a tre anni e quattro mesi di reclusione più il pagamento di 7 500 lire di multa, pena che in seguito verrà ridotta soltanto a due anni, mentre l’invaso non venne mai ricostruito, tuttavia i resti che ancora oggi sono visibili ai piedi della Presolana non devono farci dimenticare come i regali offerti dalla natura non vadano distrutti a causa della nostra avidità.

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