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“Il castello di Kenilworth” di Donizetti: un successo del bel canto fotogallery

Ne “Il castello di Kenilworth”, opera del 1829, il compositore bergamasco, ispirato da una straordinaria lungimiranza, ci racconta queste dinamiche.

Un uomo ferito per amore può perdere il controllo e farsi sopraffare dal desiderio di vendetta. Una donna tradita non arriverà mai a quel punto, si fermerà un attimo prima di perdere la dignità. Questo accade nella vita, come nell’Opera, riflesso del mondo reale.

Quando due uomini si contendono una donna, finiscono per aggiudicarsela in un duello mortale. Quando due donne amano follemente lo stesso uomo, si guardano prima da lontano, si studiano, e poi risolvono la questione nel modo più idoneo alla loro natura: con un civile dialogo.

Da un lato l’istinto primordiale, dall’altro la razionalità. È così oggi, era così ai tempi di Gaetano Donizetti. Ne “Il castello di Kenilworth”, opera del 1829, il compositore bergamasco, ispirato da una straordinaria lungimiranza, ci racconta queste dinamiche. Nella prima delle opere elisabettiane, due donne tessono le fila della storia. È questo il secondo titolo del Donizetti Opera festival 2018, l’edizione che più di tutte è segnata dal fascino femminile.

Nella serata di sabato 24 novembre, la messa in scena al Teatro Sociale di Bergamo, è stata il trionfo della professionalità rosa. Due prime donne, Elisabetta I e Amelia, interpretate rispettivamente da due stelle del belcanto: Jessica Pratt, artista in residenza del festival, e Carmela Remigio. La regia di Maria Pilar Pèrez Aspa, essenziale quanto efficace, ha lasciato il giusto spazio alle grandi personalità dell’opera, le eroine Elisabetta e Amelia.

Sul palco anche il tenore Xabier Anduaga (Leicester), già applaudito al Gala inaugurale del 22 novembre, Stefan Pop (Warney), Dario Russo (Lambourne), Federica Vitali (Fanny). Sul podio del Sociale, il maestro Riccardo Frizza ha diretto l’Orchestra Donizetti Opera.

Già dalla sinfonia introduttiva capiamo che stiamo per ascoltare il lavoro di un Gaetano più maturo, segnato. C’è un abisso tra il compositore del debutto veneziano del 1818 e quello del 1829 al Teatro San Carlo di Napoli. È un Donizetti uomo, non più ragazzo, totalmente affascinato dalla figura di Elisabetta, regina di Inghilterra. Ed è attraverso i suoi occhi che possiamo comprendere a pieno lo spessore del personaggio.

Elisabetta I, sovrana integerrima amata dal suo popolo, è l’altra donna, quella che ama un uomo sposato. La verità è che essere l’altra non è mai facile. C’è spesso una persona ferita nell’amante da tenere nascosta, quella che ad un certo punto deve fare i conti con la realtà. La Pratt in questo ruolo è stata semplicemente eccezionale. Quando Elisabetta comprende di essere stata presa in giro da Leicester, che essendo già sposato, corteggiava la regina solo per gola del trono, gli chiede “Perché mi hai fatto questo?”. In quella domanda è contenuta tutta la delusione del personaggio.

Lo stesso vale per Carmela Remigio nei panni di Amelia, la vera vittima del dramma. Prima tradita dal marito Leicester, poi rinchiusa nelle segrete del castello da Warney, scudiero del conte, che non contento di essere respinto dalla donna, trama per ucciderla.

Amore, tradimento e rispetto, temi che rivelano un Donizetti avanti con i tempi, un uomo dotato di una straordinaria sensibilità artistica e umana.

Alla fine, Elisabetta, saggia regnante, capisce di dover fare un passo indietro e torna sui propri passi: nelle note conclusive si separa dall’uomo amato, nonostante tutto. La regina e Leicester si guardano un’ultima volta. Forse in un’altra vita sarebbero potuti stare insieme, ma non in quella che stanno vivendo. Elisabetta, destinata a governare a lungo, deve rinunciare a tutto questo. È la solitudine del potere.

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