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“Lucky”: uno spaccato agrodolce sulla senilità e la paura della morte

Il canto del cigno del grande Harry Dean Stanton

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Titolo: Lucky
Regia: John Carroll Lynch
Attori: Harry Dean Stanton, David Lynch, Ron Livingston, Ed Begley Jr., Tom Skerritt
Durata: 88 minuti
Giudizio: ***
Programmazione: Cinema Conca Verde

Il nome Harry Dean Stanton, così su due piedi, sono sicura che non dirà niente a nessuno. Tuttavia, non appena fa la sua comparsa sullo schermo, risulta subito riconoscibile. L’attore americano, che è scomparso a 91 anni lo scorso settembre 2017, vantava una carriera lunga 60 anni, segnata da ruoli singolari ed eccentrici. Lo abbiamo visto ne Il padrino – Parte II, Alien, Il miglio verde e la serie Twin Peaks, solo per citarne alcuni; e ha concluso la sua carriera da caratterista con un ruolo estremamente “suo” nei panni del vecchio Lucky.

Lucky è un anziano signore, un vecchio cowboy magro ed emaciato che, nonostante fumi un pacchetto di sigarette e beva un bloody mary (a volte due) al giorno, gode miracolosamente di ottima salute. Tutti i giorni Lucky, che vive da solo da ormai molti anni, porta avanti la stessa routine in maniera quasi maniacale. Si sveglia, accende la radio su una stazione che passa musica rigorosamente mariachi, ripete ben 21 volte (non una di più, non una di meno) 4 esercizi di yoga in mutande, fa colazione con un bel bicchierone di latte gelato, si veste (rigorosamente con jeans, camicia a quadri e camperos) ed esce di casa, pronto per la sua giornata. Anche questa, fuori dalle mura di casa, si consuma giornalmente sempre uguale a se stessa: il bar, le parole crociate, il quiz alla tv sul divano, il pub con l’amico Howard (interpretato da David Lynch).

Finché un giorno, senza motivo apparente, cade; e quella caduta, svegliandolo dal torpore della quotidianità, lo spingerà a cambiare prospettiva sul senso della vita. Con i suoi amici che muoiono e si prestano a lasciare testamento, inizia ad interrogarsi sulla morte, che ora sente sempre più vicina; un pensiero, questo, che lo lascia paralizzato dalla paura. Così, per farvi fronte, inizia piano piano a piegare quei gesti di routine, ormai così fossilizzati in lui, per aprirsi nuovamente agli impulsi più semplici e spontanei della vita; come la necessità impulsiva e liberatoria di cantare una canzone a una festa di compleanno, scena di onestà purissima, o l’ingiustificata voglia di fumarsi una canna in compagnia.

Si tratta di un film quasi raccontato in segreto, sussurrando, senza grandi momenti di svolta o di azione; ma è proprio questa sua piattezza ripetitiva che trasmette al meglio la sensazione di cosa vuol dire essere anziani, costretti tutti i giorni a vivere la stessa noiosa routine. Lucky, rompendo gli schemi, rimette a fuoco la sua visione sulla vita, riuscendo così ad accettare l’idea della morte, in quanto parte integrante del processo. Un’ode alla vita, osservata dal punto di vista di un momento dell’esistenza, quello finale, che spesso viene dimenticato.

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