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“Io, tra i tanti studenti alla marcia della pace: per credere nel cambiamento” foto

Le vie del cuore d’Italia sono state tappezzate di musica, colori, bandiere di ogni genere e di tanta voglia di dire la propria

Anche quest’anno si è tenuta la Marcia PerugiAssisi, più comunemente conosciuta come Marcia della pace. Il tragitto di ben 24 km si snoda tra le vie dell’Umbria e vede come meta Assisi, l’antica città legata a San Francesco. Le avverse condizioni climatiche iniziali non hanno fermato i 100mila partecipanti provenienti da tutte le parti d’Europa, muniti di ombrelli e ogni sorta di riparo dalla pioggia.

Le vie del cuore d’Italia sono state tappezzate di musica, colori, bandiere di ogni genere e di tanta voglia di dire la propria.

Tutti elementi indispensabili per intraprendere questa breve ma intensa esperienza, lungo un percorso che non è così semplice come può apparire. Non si tratta solamente di 24 km, di passi che si susseguono incessantemente con l’unico scopo di arrivare ad una destinazione. Significa riprendere il messaggio, le idee nate tanti anni fa e recuperarle, farle rinascere attraverso un tragitto carico di storia, di passato. Insomma, unMa tradizione che ha solcato gli anni, le generazioni ed è arrivata fino a noi.

Quando è nata la Marcia della Pace?

La manifestazione è stata ideata da Aldo Capitini, filosofo, politico e poeta italiano, il 24 settembre 1961. La Marcia voleva essere una dimostrazione di un messaggio di solidarietà e umanità, su esempio dei pacifisti anglosassoni che guidati da Bertrand Russell indissero una manifestazione contro l’uso del nucleare nel 1958. Per la prima volta viene utilizzata la bandiera della pace, come simbolo di opposizione non violenta a tutte le guerre. Una tradizione che prosegue ancora tutt’ora, ogni due anni.

Cosa significa fare PerugiAssisi?

Significa attualizzare un messaggio nato tanti anni fa, di cui oggi più che mai abbiamo bisogno. Sentire che le orribili situazioni che accadono quotidianamente sul nostro mondo, devono e possono essere sistemate. E questo è un modo per provare a farlo. La bellezza di questo genere di esperienze è ritrovarsi nel bel mezzo della folla e comprendere di non essere da soli. Guardarsi attorno e sentirsi parte di un gruppo di migliaia di persone, di estranei accomunati dalla stessa voglia di farsi sentire. Ma si tratta anche un po’ di se stessi, perché quando si marcia si è da soli. Siamo noi che dobbiamo trovare la forza per terminare il percorso.

Ognuno alla fine cammina per ciò in cui crede, per ciò che ha vissuto, per ciò che spera accadrà. Tante vite, cammini diversi, da una parte opposti dall’altra simili, che si incontrano e condividono insieme un breve tratto della loro vita. 24 km che si trasformano in passi, canzoni, in volti che diventano familiari.

E adesso, cosa vale?

La marcia è una dimostrazione di speranza, che parte prevalentemente dai ragazzi. I dati infatti mostrano che una altissima percentuale di partecipanti è costituita da studenti. Questo significa che la volontà di iniziare un cambiamento, di rendere le cose migliori esiste ancora, c’è anche tra noi giovani, che siamo molto, ma molto di più che semplici social network o smartphone.

Ciò per cui si cammina è la speranza, è grazie a lei per cui noi continuiamo senza fermarci. Perché la Marcia non si è conclusa quel 7 ottobre alle porte di Assisi, anzi continua ogni giorno, in ogni città, in ogni casa, in ogni gesto. Va avanti nelle nostre vite quotidiane, costruendo quello che siamo.
Perché ammettiamolo: dove andremmo senza la speranza?

Non è ciò che muove tutti noi?

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