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Prescrizione, il pm Dettori: “Meglio snellire i procedimenti e puntare sulla depenalizzazione”

Il sostituto procuratore della Repubblica di Bergamo: "Piuttosto che modificare la disciplina della prescrizione, sarebbe necessario pensare ad altri strumenti"

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La prescrizione sarà inserita nel ddl anticorruzione. Hanno votato a favore solo le forze di maggioranza, M5s e Lega, mentre hanno votato contro tutte le opposizioni che hanno duramente protestato durante la seduta delle commissioni.

Il tema sta facendo molto discutere in questi giorni. Anche a Bergamo, dove gli avvocati penalisti hanno annunciato iniziative di protesta.

Dopo il parere del presidente dell’Ordine degli Avvocati Ermanno Baldassarre, abbiamo chiesto un intervento al sostituto procuratore della Repubblica di Bergamo Gianluigi Dettori.

“Oggi l’ordinamento prevede che, dopo un determinato periodo di tempo (che dipende nella sostanza dalla gravità del reato per cui si procede, con alcuni correttivi), il reato si estingua per prescrizione (art. 157 c.p.) e quindi l’indagato/imputato non possa più essere perseguito per un determinato fatto di reato.

Nella attuale formulazione, la legge prevede che il termine inizi a decorrere – semplificando – dalla consumazione del reato e che, con delle sospensioni e interruzioni per fatti determinati, continui a decorrere fino alla sentenza definitiva, e ove non si arrivi alla definizione del processo prima del tempo massimo indicato dalla legge, il reato si estingua.

La recente proposta di modifica del Ministro della Giustizia prevede che, una volta pronunciata sentenza di primo grado il decorso della prescrizione venga interrotto e che pertanto, giunti ad una prima pronuncia del Giudice, il reato non si possa più prescrivere.

Per capire la polemica che è sorta in relazione a questa proposta, bisogna spiegare qual è la ragione giuridica della prescrizione. Da un lato essa si fonda sul disinteresse dell’ordinamento a perseguire un fatto di reato ormai lontano nel tempo, che non costituisce più nella memoria della gente un vulnus alla pace sociale, e dall’altro una eventuale condanna pronunciata dopo tanto tempo non risponderebbe più al principio di rieducazione, perché colpirebbe un soggetto che non avrebbe più bisogno di essere rieducato.

Infine, l’istituto dovrebbe fingere da garanzia verso il cittadino che si vedrebbe perseguitato dallo Stato per un periodo indefinito, avendo al contrario diritto di conoscere in tempi certi la “sua” decisione, secondo il principio della ragionevole durata del processo costituzionalmente garantito.

La proposta di riforma è stata giustificata con l’esigenza di evitare che, contando nella futura prescrizione del reato, gli imputati e i loro difensori attuino comportamenti dilatori – utilizzando legittimamente le varie facoltà previste dal codice di procedura penale – finalizzati a “tirare alle lunghe” il processo in modo da pervenire alla durata massima prevista per ottenere la pronuncia di non doversi procedere per prescrizione. Una sorta di abuso del processo finalizzata alla maturazione della prescrizione.

La cessazione di tali condotte abusive, nella prospettazione dei proponenti, avrebbe l’effetto virtuoso di evitare l’inutile prolungamento del processo e quindi – in ultima analisi – un alleggerimento del carico di processi che vengono celebrati, con riduzione conseguente della durata dei processi.

Orbene, fatte queste premesse, personalmente credo che ciò sia vero solo in parte.

L’esame delle statistiche rivela infatti che la maggior parte delle prescrizioni maturano in due fasi del procedimento: la fase delle indagini e la fase dell’appello.

Sul primo termine, bisogna comprendere che assai spesso la notizia di reato giunge alle Procure della Repubblica quando è già trascorso un tempo considerevole dal fatto, periodo in cui la prescrizione comunque continua a decorrere anche in assenza di qualunque indagine. Allora può capitare che, specie per taluni reati più gravi, l’indagine inizi quando una parte del tempo necessario a prescrivere sia già decorso. Inoltre, gli strumenti acceleratori delle indagini già inseriti nel codice consentirebbero di velocizzare gli accertamenti, se solo gli uffici inquirenti avessero risorse di mezzi e di personale sufficienti ad affrontare un carico di lavoro sempre maggiore.

Quanto alla fase dell’appello, le impugnazioni delle sentenze di condanna raggiungono percentuali vicine al 100%, e dunque si può dire semplificando che quasi tutti i condannati propongono appello. Ciò in parte si spiega con l’esistenza del divieto di reformatio in peius, principio secondo cui dall’appello dell’imputato possono solo derivare vantaggi (in termini di responsabilità e/o di pena) ma costui non potrà mai avere un peggioramento, se non nei casi di appello del pubblico ministero, peraltro non sempre consentito.

Infine, un certo numero di prescrizioni si registrano anche durante il primo grado di giudizio, soprattutto a causa della necessità di istruttorie dibattimentali lunghe e complesse, e della necessità di rinnovare tutta l’istruttoria quando si verifichi la modifica del Giudice.

Allora, quali i rimedi possibili? Sgombriamo subito il campo dalla accusa ricorrente sui Magistrati: il Consiglio d’Europa (che è organo indipendente) ha recentemente confermato ciò che aveva già accertato negli anni passati, ossia che la categoria dei Magistrati italiani – tra tutti gli Stati d’Europa – si colloca nella fascia dei “più virtuosi” e produttivi. Quindi la lentezza della Giustizia evidentemente non è un problema di produttività dei giudici.

Credo che, allora, piuttosto che procedere a modificare la disciplina della prescrizione, sarebbe necessario pensare ad altri strumenti che sarebbero assai più incisivi rispetto all’obiettivo di rendere più snello il giudizio ed evitare che l’imputato stia – ingiustamente – sotto processo per periodi di tempo troppo lunghi.

Mi riferisco per esempio alla possibilità che alcuni atti compiuti nella fase delle indagini vengano versati nel fascicolo del dibattimento senza inutili ripetizioni a giudizio (come per esempio le annotazioni di servizio, che costringono gli operanti a comparire davanti al tribunale e rileggere i propri atti), alla modifica del divieto di mutamento del Giudice, alla abolizione del divieto di reformatio in peius in appello, alla decorrenza del termine di prescrizione non già dal fatto ma da quando questo viene scoperto da parte dello Stato.

Tutto ciò oltre naturalmente a una seria politica di depenalizzazione delle numerose fattispecie di reato oggi esistenti, e alla dotazione di strutture, risorse e mezzi nel “sistema giustizia”.

Del resto, l’Italia è –insieme alla Grecia – l’unico Stato dell’Europa dove esiste una disciplina della prescrizione di questo tipo, mentre i sistemi di ispirazione anglosassone non conoscono proprio questo istituto processuale. E non credo che si possa pensare che negli altri Stati d’Europa o negli USA le garanzie degli imputati siano inferiori solo per il fatto che il processo non possa terminare con una pronuncia di non doversi procedere per prescrizione”.

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