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“Il verdetto”, dal legal drama al melodramma: la complessità dei rapporti umani

Questo film è tratto dal libro “La ballata di Adam Henry” di Ian McEwan. Per chiunque abbia già letto uno dei suoi romanzi, questa storia sembrerà in qualche modo familiare.

Titolo: The Children Act – Il verdetto
Regia: Richard Eyre
Attori: Emma Thompson, Stanley Tucci, Fionn Whitehead, Anthony Calf, Jason Watkins
Durata: 105 minuti
Giudizio: ***

Credo sia importante sapere, prima di avventurarsi nella sua visione, che questo film è tratto dal libro “La ballata di Adam Henry” di Ian McEwan. Per chiunque abbia già letto uno dei suoi romanzi, questa storia sembrerà in qualche modo familiare. Infatti, nei temi e nelle modalità, seppur con schemi totalmente diversi, ricorda molto il suo famoso “Espiazione”, riadattato a film nell’omonima pellicola del 2007 interpretata da Keira Knightley e James McAvoy. A tutti gli altri, sembrerà tutto parecchio equivoco. Beh, lo è. Ma è tratto caratteristico di McEwan il voler indagare la complessità, con tutte le sue perversioni, dei rapporti umani e soprattutto amorosi.

Fiona Maye (interpretata da Emma Thompson) è un giudice dell’Alta Corte britannica, di quelli “con le palle” e un gran bel pelo sullo stomaco. Si occupa principalmente di diritti dei bambini, con tutte le difficoltà che questo comporta. Spesso, infatti, si trova a dover prendere decisioni in situazioni molto combattute, in cui ragione e sentimento si contendono la meglio, deliberando, come una granitica dea della giustizia, riguardo al destino di creature innocenti. In cuor suo, è convinta di sapere sempre quale sia la soluzione giusta. Va incredibilmente fiera del suo lavoro e lo prende tanto seriamente da averlo ormai preferito al suo matrimonio; il marito (interpretato da Stanley Tucci), trascurato da anni, le tenta tutte per avere anche solo un briciolo della sua attenzione, ma niente sembra smuoverla dalle sue priorità.

Un giorno le viene sottoposto un caso particolare: il 17enne Adam Henry, gravemente malato di leucemia, e i genitori si rifiutano, in quanto testimoni di Geova, di acconsentire alla trasfusione di sangue che potrebbe salvare Adam da una morte atroce. Secondo loro il sangue è sacro, è la dimora dell’anima, e contaminarlo con del sangue altrui vorrebbe dire commettere un peccato imperdonabile. Inizialmente, Fiona affronta il caso con fredda compostezza, come sempre. Tuttavia, sconvolta ma quasi affascinata dall’ostinazione del ragazzo, nasce in lei il desiderio di parlare direttamente con lui. Così si reca all’ospedale e al capezzale di Adam nasce tra i due una connessione istantanea, che provoca nello spettatore un latente disagio. Cantano e ridono insieme, niente di equivoco, ma c’è sotto qualcosa. Non sono chiari i termini di questo legame, a metà tra il rapporto madre-figlio e quello amoroso; ma la stessa Fiona, spaventata da questo incontro, farà la sua delibera e cercherà di lasciarsi il caso alle spalle. Purtroppo, questo non sarà possibile. Il loro incontro gli ha reciprocamente aperto mondi, dentro e fuori, che entrambi non conoscevano o avevano dimenticato. Fiona vede in Adam il figlio che non ha mai avuto e Adam vede in Fiona la possibilità di scappare da un mondo di falsi dei, in nome del quale i suoi genitori avrebbero volentieri sacrificato la vita del loro unico figlio. I limiti entro cui prende vita questo moto di passione sono sbavati, spesso strabordano nel proibito; ma l’emozione c’è ed è incontenibile. Grazie ad Adam, Fiona riesce finalmente a farsi quel sincero e tanto atteso pianto liberatorio che si teneva dentro da 20 anni; ed è un sospiro di sollievo anche per lo spettatore.

Insomma, un film per nulla spensierato; anzi piuttosto pesante e a tratti anche disturbante. Ma è proprio questo il suo bello. Spinge lo spettatore a interrogarsi su aspetti della psiche umana che solitamente si ignorano, mostrando la varietà e la vastità dei moti e delle passioni che animano e turbano gli animi di uomini e donne.

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