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Moltrasio: “Passaggio cruciale per Ubi: sarà più europea e più snella nella gestione” video

Andrea Moltrasio, presidente di Ubi Banca, aprirà l'assemblea ordinaria e straordinaria che si terrà venerdì 19 ottobre alla Fiera di Bergamo

Più europea, più snella nella gestione e nei controlli, più tecnologica. È una nuova Ubi Banca quella disegnata da Andrea Moltrasio. Un modello di fare banca che sarà illustrato venerdì 19 ottobre ai soci e azionisti di Ubi nell’assemblea, ordinaria e straordinaria, alla Fiera di Bergamo.

Andrea Moltrasio

Presidente Moltrasio, una nuova riforma per Ubi Banca. Di che cosa si tratta?
“Passiamo da un modello di governance duale con due consigli, quello di gestione e uno di sorveglianza, al monistico che prevede un solo ed unico consiglio senza un collegio sindacale a parte. È un modello più utilizzato dalle società europee, ed introdotto nel sistema italiano, che prevede un comitato di controllo all’interno dello stesso consiglio di gestione”.

Vede bene questo cambiamento per Ubi?
“È un cambiamento epocale. Anche se la banca non è nuova a questi sviluppi negli ultimi anni. Basti pensare alla riforma del 2014, di cui sono particolarmente orgoglioso, che aprì la società cooperativa ai grandi fondi. Poi venne la riforma Renzi e Ubi Banca fu la prima banca a vivere il passaggio da società cooperativa a società per azioni. Questo ci ha permesso di togliere un’ulteriore pesantezza, così come previsto dall’attuale piano industriale, passando dal modello federale con sette banche, assorbendo anche le tre bad bank che abbiamo inglobato lo scorso anno, riunendole tutte in un’unica banca”.

È un modello che avvicina di più Ubi Banca all’Europa?
“È un modello che la Banca centrale europea caldeggia. Il modello dualistico prevede un collegio sindacale come organo di controllo, mentre nel monistico il controllo è all’interno dello stesso consiglio, prende parte alle decisioni strategiche dell’azienda che ora sono affidate al consiglio di sorveglianza”.

È una modello di banca nuovo e particolare. Sarà utile ad Ubi?
“È una struttura di banca molto più snella che ci permette di entrare in una logica nella quale si ha la capacità di prendere decisioni senza il doppio passaggio nei doppi consigli, guadagnando molto sull’efficienza e sui tempi”.

Di quanti componenti sarà composto il consiglio?
“Il consiglio sarà composto da 15 membri, 2/3 dei quali indipendenti. Cinque di questi faranno parte del comitato di controllo sulla gestione e 10 saranno del board. Nelle liste dei soci ci saranno 5 candidati per il comitato del controllo di gestione e 10 per il consiglio vero e proprio. Nel consiglio tutti parteciperanno alle decisioni. Per l’elezione si utilizzerà un sistema maggioritario. Questo dovrebbe consentire un governo della banca coerente”.

Una banca più europea e più snella ma che rimane radicata nel territorio? Aiuterà le imprese e i piccoli azionisti ad avere un rapporto più efficace con la banca?
“Assolutamente sì. La banca ha un suo DNA che non si può cambiare. Il DNA di Ubi Banca ha radici profonde a Bergamo e Brescia, due province più manifatturiere di Europa. Chi non capisce che il nostro elemento distintivo è il radicamento nelle provincie industriali, che poi si è esteso in tutta Italia, non comprende il nostro DNA: ciò che ci rende una banca diversa”.

È ancora tempo di investire in Ubi Banca?
“Si deve guardare prima di tutto al sistema-Italia e qui, purtroppo, si evince che manca una visione di lungo periodo. Manca al Paese una certezza di indirizzo e questo si ripercuote anche sulle banche. Sicuramente guardando nel sistema bancario italiano generale, investire su Ubi è un’ottima scelta”.

Lei in passato disse di no a certe fusioni, come guarda oggi questo panorama e con il senno di poi si è trovato gratificato o pentito di questa scelta?
“Gratificato di sicuro, la prudenza è molto importante in questo mestiere. Penso che certe posizioni oggi non hanno motivi di rimpianti. Il sistema bancario italiano ha affrontato nel 2017 un grande cambiamento: con le tre grandi situazioni che ha affrontato il Governo di allora bene, Monte dei Paschi, le due banche venete e il salvataggio delle 4 cosidette good banks. Queste hanno avuto delle soluzioni diverse che hanno cambiato l’assetto delle banche italiane. Qualcosa in futuro cambierà, sicuramente il modo di fare banca. Si inizierà a parlare con il cliente come se si stesse parlando direttamente con il consumatore, con la mentalità tecnologica corretta orientata al futuro. I clienti si serviranno in modo diverso”.

Ma si richiede anche l’esperienza di un industriale come lei? Lei si ricandiderebbe?
“Non ci si ricandida in questi ruoli, eventualmente si è richiamati. Il percorso che mi avevano affidato si è completato: con due mandati abbiamo risposto alle necessità di governance di allora. Io sono interessato a lavorare, non mi interessano le poltrone. Se me lo chiedono e posso essere utile alla banca valuterò con attenzione”.

In assemblea incontrerà soci e azionisti. Come è cambiato questo rapporto?
“L’assemblea dei soci è un ambiente completamente diverso e più composto rispetto alle assemblee precedenti. Ma è la naturale evoluzione. I rapporti rimangono gli stessi, ci si sente parte di Ubi Banca”.

Un motto che l’ha accompagnata recita “Fare banca per bene”. È ancora attuale? Lo riproporrebbe?
“Sì. Senza dubbi. È importante in questo Paese ripetere che si cerca di fare le cose in modo onesto. Non si è sempre capiti, ma bisogna avere una forza interiore che ci dice che la strada intrapresa è quella giusta”.

È la prima assemblea senza il Cavalier Silvio Albini, come affronta questa assenza?
“È un’assenza di tutti i giorni. Abbiamo affrontato una vita insieme. È un amico con cui avevo modo di scambiare molte idee. Ci conoscevamo da quando avevamo 11 anni. Avevamo in comune la passione per la condizione umana, per vedere che cosa si può fare per far star bene gli altri. Devo ammettere che questa amicizia mi manca molto”.

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