La rivalità turco-saudita dietro al caso Khashoggi
Se le accuse dei servizi segreti turchi trovassero conferma, l’assassinio di Khashoggi sarebbe clamoroso per la disinvoltura con cui sarebbe stato condotto, inclusa la facilità con cui il commando saudita sarebbe stato individuato.
Il mistero sulla scomparsa del giornalista dissidente saudita Jamal Khashoggi si infittisce ogni giorno di più. Cinquantanove anni, cugino del celebre miliardario Adnan, Khashoggi è stato per anni un corrispondente di diverse testate arabe, molto vicino agli ambienti governativi e ai servizi segreti sauditi, per poi assumere dal 2003 in poi una posizione sempre più critica nei confronti della dinastia regnante.
Attraverso i suoi editoriali e commenti politici su BBC, Al Jazeera e The Washington Post, Jamal Khashoggi è diventato uno dei più aperti oppositori della politica estera saudita e in particolare del ruolo giocato da Riyadh nel conflitto in corso nello Yemen. Le sue critiche si sono spesso concentrate sulla persona di Muhammad bin Salman, il giovane erede al trono saudita che viene considerato l’artefice di una linea di politica estera particolarmente aggressiva.
Le ultime informazioni attendibili sulle sorti di Khashoggi risalgono al 2 ottobre scorso, quando le telecamere di sicurezza hanno registrato l’ingresso di Khashoggi nel consolato saudita di İstanbul. Quello che è successo in seguito rimane avvolto nel mistero. Le fonti governative saudite continuano ad affermare che Khashoggi abbia abbandonato il consolato, facendo poi perdere le sue tracce. I servizi segreti turchi hanno invece sin da subito sostenuto che Khashoggi sarebbe stato torturato e brutalmente assassinato dentro il consolato per mano di alcuni agenti dei servizi sauditi.
Il quotidiano turco Sabah, vicino agli ambienti governativi di Ankara, si è spinto a pubblicare il 9 ottobre le fotografie e i nomi di quindici agenti sauditi che avrebbero fatto parte di una squadra speciale appositamente giunta a İstanbul. Non è chiaro tuttavia se questo commando avesse la missione di convincere in maniera “energica” Khashoggi a rientrare in patria dal suo lungo esilio oppure se si sia trattato di un tentativo di extraordinary rendition (cattura extragiudiziale) andato a finire molto male o ancora se l’obiettivo di partenza fosse proprio di eliminare il giornalista dissidente e farne sparire il cadavere.
I servizi segreti turchi, solitamente bene informati nelle questioni domestiche, dichiarano oggi di disporre di prove audiovisuali che dimostrerebbero l’uccisione di Khashoggi all’interno del consolato saudita. Questa versione, secondo quanto sostengono CNN e The New York Times, sarebbe corroborata anche dai dettagli raccolti dai servizi americani e britannici, che si troverebbero però in grave imbarazzo perché le informazioni raccolte potrebbero danneggiare le relazioni dei rispettivi governi con quello saudita. È possibile che siano in corso trattative per costruire una versione che salvi la faccia a tutti i governi coinvolti, proprio nelle ore in cui pare consolidarsi un accordo extragiudiziale tra Turchia e Stati Uniti per permettere il rilascio immediato del pastore protestante Andrew Brunson, accusato di connivenza con gruppi terroristi e divenuto strumento di scambio nel braccio di ferro tra il presidente americano Trump e il presidente turco Erdoğan.
Se le accuse dei servizi segreti turchi trovassero conferma, l’assassinio di Khashoggi sarebbe clamoroso per la disinvoltura con cui sarebbe stato condotto, inclusa la facilità con cui il commando saudita sarebbe stato individuato. Il gesto potrebbe essere in quel caso interpretato come un messaggio ai dissidenti sauditi sparsi nel mondo (in particolare a İstanbul, Londra, Washington), ma anche al governo turco. Sullo sfondo rimane la contrapposizione regionale tra i due blocchi che si contendono da anni l’egemonia politica all’interno del mondo musulmano. Da una parte, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto. Dall’altra parte, Turchia, Qatar e il movimento dei Fratelli Musulmani, con la loro agenda di islam politico “repubblicano” che rappresenta, agli occhi dei sauditi, il principale concorrente ideologico nel campo islamista transnazionale.
Francesco Mazzucotelli, 42 anni, bergamasco, è docente universitario alla Cattolica di Milano.


