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Janis, Mick, Jeff... 1968: la contestazione imbraccia la chitarra e urla - BergamoNews

Musica

Gli anni d'oro del rock

Janis, Mick, Jeff… 1968: la contestazione imbraccia la chitarra e urla

1968

È l’anno della contestazione, studentesca, operaia; in America come in Europa. “Il ‘68” appunto. Uno degli slogan più gettonati del tempo è “La fantasia al potere”. Libertà di pensiero, dai rigidi e bigotti schemi delle generazioni precedenti; libertà intellettuale e sessuale, emancipazione dal capitalismo; i dogmi. Lo scontro con i poteri costituiti si fa duro; restano sul campo molti morti; dell’una e dell’altra sponda.

Negli Usa si contesta la guerra in Vietnam che perdura; viene assassinato il reverendo Martin Luther King e con lui cominciano a morire i sogni di un mondo nuovo. In Europa nel maggio francese studenti e operai scendono in piazza ribellandosi al potere dominante; gli USSR invadono Praga che aveva osato eleggere, alla guida del partito, il “liberale” Dubcek, certo non un fedelissimo di Mosca.

La musica rock in questo contesto si fa ancora meno innocente; più tossica, più pesa; ma non per questo meno bella. Scemata l’onda psichedelica, nasce quello che verrà definito il “classic rock”.
Una commistione di blues, r’n’b’, folk, acid rock, jazz e beat. Miscelato accuratamente avrà forza, profondità; sarà musica per palati fini, ma anche per stomaci forti. Porterà alla nascita di due generi che domineranno il decennio a venire; il progressive e l’hard rock.

Ai soliti noti si uniranno nuovi eroi; sarà un altro anno da mettere nella teca dei ricordi; meno colorati dei precedenti, ma tra i più tosti. Tornano alla grande gli Stones, i Beatles raddoppiano, esordio clamoroso per The Band, l’hard rock compare negli scaffali grazie a Jeff Beck, l’anatroccolo di Porth Arthur prenderà il volo.

1 luglio – Music from the big pink (The Band)

the band

The Band sono stati un gruppo di origine canadese sorto agli inizi degli anni ’60 noti come The Hawks; accompagnavano un rocker di nome Ronnie Hawkins. Nel ’68 assumono il nome “The Band” perché per tutti loro erano la banda. Sono tutti polistrumentisti, tanto da scambiarsi i ruoli sul palco, e cantanti di valore assoluto. In rigoroso ordine alfabetico: Rick Danko, basso, voce, violino, trombone; Levon Helm, batteria, voce, mandolino, chitarra; Garth Hudson, pianoforte, sassofono, fisarmonica, ottoni; Richard Manuel, piano, organo, voce, batteria; Robbie Robertson, chitarra, voce, percussioni.

Nel ’66 vengono reclutati da Bob Dylan, perché lo accompagnino nella tournée della svolta elettrica. L’anno seguente, convalescente in seguito a un incidente motociclistico, il Bardo di Duluth li convoca per una serie di sessions. Prove su prove, rintanati in cantina, che porteranno a “The basement tapes”, doppio album leggendario, prima ricercatissimo bootleg e poi edito ufficialmente nel 1975.

Nel 1968 pubblicano il loro primo Lp: “Music from the big pink”. Il titolo deriva dalla grande casa rosa, una grossa villa vicino a Woodstock, in cui i membri del gruppo hanno provato e riprovato i pezzi poi incisi sul disco. La loro musica sembra risalire al secolo precedente; un originalissimo ensemble di country, blues, gospel, soul, folk. I testi fanno riferimento all’epopea del west, alla storia americana, la frontiera, la bibbia. Il messaggio pare chiaro: la Summer of love ed il sogno hippy sono ai titoli di coda.

Undici brani stupendi. Tre quelli in cui Dylan partecipa alla scrittura; #1 con Manuel – #10 con Danko e #11 che è solo farina del suo (meraviglioso) sacco. Gli altri pezzi sono opera di Robertson (#2-#4-#5-#8); Manuel (#3-#6-#9); oltre a #7, una cover di un pezzo country di Danny Dill e Marijohn Wilkin, registrata da Lefty Frizzel nel ’59.

L’album si apre con “Tears of rage” un sentito soul, contraddistinto da un lento incedere. L’organo in sottofondo e una chitarra acida, che sembra uscire da una latta di gasolio, sono i veri protagonisti; sofferta e bella la voce di Manuel. Capolavoro. Segue “To kingdome come” un funky country in levare; tipico suono “The Band”. Piano molto bello, da saloon. “In a station” è invece una ballata up tempo; struggente. Bellissimo l’impasto di voci così diverse. Mugolii finali compresi. Con “Caledonia mission” si passa a un country punteggiato di soul; la chitarra di Robertson decora, le voci avvolgono. Strepitoso. “The weight” chiude il primo lato. Cosa dire? Forse l’attacco più famoso del rock? Chitarra, batteria, voce (Levon Helm) e piano da paura. “Take a load off Fanny… Take a load for free…. Take a load off Funny…and…you put the load right on me”. Come non cantarla all’infinito? Altro capolavoro.

We can talk” apre il secondo lato; altro pezzo soul da saloon. Bridge spiazzante e originale. Sembrano quattro coloured scesi col bob dalle nevi del Canada alle mangrovie del Mississippi. Gran bel pezzo. “Long black veil” è l’unica cover; un pezzo country cui la Band ha aggiunto dei bellissimi ottoni di bordone. Rivisitazione di un pezzo storico, con rispetto e originalità. Per “Chest fever” la Band trova un riff di organo molto crepuscolare; seguono basso batteria e il canto a tre voci. Nel bridge suoni da spettacolo circense. Molto bello; un pezzo sempre richiesto dai fans ai concerti. “Lonesome Suzie” parte piano piano (voce struggente e organo di contorno) e termina piano piano. Manuel al canto è magnifico. “This wheel’s on fire” è invece un pezzo trascinante; un po’ soul, un po’ country. Tastiere stralunate e chitarre ululanti; un grande classico. Un gran bel disco non può che chiudersi con un capolavoro: “I shall be released”. Scritto da Dylan, è una ballata gospel che parla di redenzione, liberazione dal peccato. Manuel alla voce dà un’interpretazione tanto sofferta da fare male. Bello anche il pianoforte che punteggia la melodia. Meravigliosamente straziante.

Un LP da 8 pallini su 8; grande musica senza tanti fronzoli; suonata da musicisti eccellenti; testi affascinanti e molto originali per l’epoca; un pezzo di storia dell’America e del rock; imperdibile.

1 Agosto – Truth (Jeff Beck Group)

jeff beck group

Talento mostruoso e precoce alla chitarra, Jeff Beck, classe ’44, suona prima da turnista di lusso, poi negli Yardbirds con Jimmy Page, tra il ’65 e l’anno seguente. Nel ’67, folgorato dai Cream e dal Mancino di Seattle, fonda una propria band, il Jeff Beck Group, fondendo blues, beat e r’n’b’ ed ottenendo una miscela di rock antesignano dell’hard che verrà. Alla voce Rod Stewart, Ron Wood al basso, Nicky Hopkins al piano, Micky Waller alla batteria e Jeff, inevitabilmente, alla chitarre soliste e non; un super mega gruppo.

Nel ’68 esce “Truth” un album tosto, tra brani originali e cover. “Shapes of things” apre il disco; rivisitazione di un pezzo degli Yardbirds in chiave hard blues, con chitarre distorte, basso e batteria a pompare groove. Cattivo al punto giusto. Segue “Let me love you” un blues classico scritto da Rod e Jeff; in primo piano la voce dello scozzese e la chitarra solista di Beck che dialogano e si sdoppiano. Tosto, molto tosto. “Morning dew” è un pezzo beat un po’ acido in cui la batteria e la chitarra, con tanto di wah-wah, sono una spanna sopra gli altri. Very cool. Cover di lusso per il quarto brano ”You shook me“ del grande bluesman Willie Dixon; grande voce di Rod, bel piano di Hopkins e chitarra di Beck ad inacidire il tutto. All’hammond John Paul Jones, nientemeno. Bell’interpretazione corale. Chiude il primo lato “Ol’ man river” una lenta ballata in cui il cantante dà il meglio. Timpani (Keith Moon) e organo (ancora Jones) a legare l’accompagnamento. Toccante.

Una chitarra acustica apre il lato B; è “Greesleeves” un traditional riarrangiato da Beck; uno strumentale su cui tutti hanno diteggiato nell’imparare a suonare la chitarra. Evergreen. Un altro hard blues è invece “Rock my plimsoul”; bell’incedere di basso e batteria alla Cream; chitarra che anticipa certe evoluzioni ledzeppeliane; sorprendente la parte in levare e la chiamata e risposta tra voce e chitarra. Molto originale è il pezzo seguente “Beck’s bolero”, un brano strumentale che parte come un bolero ma si trasforma in un pezzo di hard blues alla Led Zeppelin prima maniera. Non a caso vi suonano sia Jimmy Page (anche autore con Beck) che John Paul Jones, futuri Zeppeler. Alla batteria ancora Keith Moon. Hard rock ante litteram. Un bel piano da saloon introduce “Blues deluxe” che, come dice il titolo, non può che essere un blues. Straripante nei suoi 7.33 minuti; Stewart mette ancora in bella mostra la sua ugola di cartavetro; Hopkins al piano è fantastico; la batteria di Micky Waller un fiume in piena; ma su tutti Beck sciorina assoli arroganti e ruvidi, come il carattere del chitarrista. Grande. Si chiude con “I ain’t superstitious” una cover ancora di Willie Dixon, tritata in un hard blues dal ritmo inafferrabile; grande chitarra dai molteplici effetti. Batteria -che si concede un assolo di 32 secondi nel finale- e basso da paura. Una chiusura coi fiocchi.

Un gran bel disco; ben suonato da musicisti di eccellenza, con ospiti di assoluto riguardo; ma che soprattutto ha il gran merito di aver dato il la (complici Cream e Hendrix) ad un genere che spopolerà nel mondo: l’hard rock. Seminale.

12 agosto – Cheap Thrills (Big brothers & the holding company)

janis joplin group

Janis Joplin, (1943-1970) nativa di Porth Arthur, nel profondo Texas, è stata la più grande cantante bianca della musica rock. Ribelle e inquieta sin da giovane, vaga per gli USA alla ricerca di se stessa; unico conforto sono le voci di Bessie Smith, di Leadbelly e l’alcool. Dopo aver girovagato nel circuito folk country, nel 1965 si unisce in California ai Big Brothers and the holding company, una band di folk blues. Saranno tra i protagonisti della scena psichedelica di San Francisco con Jefferson Airplane e Grateful Dead. Dopo un primo disco passato inosservato, partecipano nel luglio del ’67 al festival di Monterey. È un trionfo.

Contattati da Albert Grossman, manager di Dylan, mica pizza e fichi, vengono messi sotto contratto dalla Columbia. Serve un album per consolidare il successo. Per catturare l’energia della band si decide di registrare alcuni show. Dopo una serie infinita di concerti, l’album non è pronto. Le registrazioni non danno merito al sound della band. Per tagliare la testa al topo suoneranno in presa diretta in studio; con aggiunta di voci e applausi per dare comunque un effetto live. Per il gruppo dovrebbe chiamarsi, in linea coi tempi, “Dope, sex and cheap thrills” (droga, sesso e emozione a poco prezzo). Per la produzione è un titolo troppo forte; sarà solo “Cheap thrills”. La copertina viene affidata a quel gran genio di Robert Crumb, già autore delle strisce di Fritz il Gatto. Ne nasce una coloratissima immagine caricaturale della band. La musica: un combo unico di blues, acid rock, r’n’b’, soul. Venderà un botto.

Si parte con “Combination of the two”; un trascinante brano con un incipit molto psichedelico che poi si trasforma in un r’n’b’ alla Otis Redding. Bridge ancora molto acido e finale ancora r’n’b’. Ottimo. ”I need a man to love” è un blues bollente, molto Cream; voce al vetriolo di Janis, belle le pennellate delle due chitarre; una in primo piano l’altra distorta e lontana. Segue un’infuocata versione di “Summertime” di George Gershin: quattro minuti di straziante poesia; voce e chitarra solista da pelle di poia. Inarrivabile. Si chiude il primo lato con “Piece of my heart” un pezzo soul che più nero non si può. Melodia e ritmo molto accattivanti; grande groove. “Come on… Come on… Come on…”. Ancora una bella chitarra acidissima; voce che spacca. Stupenda.

Si gira il disco e parte “Turtle blues”; ci accoglie un piano honky tonk, accompagnato da una chitarra cesellata nelle paludi del profondo sud. La voce della Joplin, vellutata e potente, ci coccola come una paciosa tata nera. Con “Oh, sweet Mary” si passa ad un bolero in chiave psichedelica. Puro San Francisco sound. Un pezzo (quasi) strumentale avvolto da incensi, perline, fiori nei capelli e molto, molto fumo. “Ball and chain” è una cover di Big Mama Thorton. Parte con una chitarra che ulula ad introdurre la voce di Janis: 9.37 minunti di blues che fa male; meravigliosa interpretazione dell’anatroccolo di Porth Arthur che si fa splendido cigno. Bello anche l’arrangiamento con una chitarra molto cupa e una batteria quadratissima in evidenza. Non c’è modo migliore per chiudere un gran bel disco.

Un Lp da avere per la musica (bellissima) che contiene, per come è stato cantato da una delle voci più importanti di sempre; ma anche per quello che ha significato. Un caposaldo del rock californiano, psichedelico, graffiante e strafatto della seconda metà dei ’60. Pietraemilianico.

22 novembre – White Album (The Beatles)

beatles white album

Il 1968 è un anno complicato per i Beatles. Il 27 agosto dell’anno precedente il loro manager tuttofare, Brian Epstein, era morto in seguito a un’overdose di farmaci e alcool. Si trovarono di colpo senza una guida. È l’inizio della fine. Decidono di prendersi una pausa dal colorato mondo psichedelico. Accompagnati dalle mogli, si rifugiano in India, ai piedi della Himalaya, presso l’ashram del guru Maharishi. Della congrega fanno parte anche Donovan, Mia Farrow e la sorella Prudence, Mike Love dei Beach Boys. Tra ore di meditazioni e raid di insetti vari, si riposano e compongono molte canzoni.

Rientrati in patria, tra maggio e l’autunno del ’68 si chiudono in studio. Ne nasce un disco molto ricco e corposo (2 Lp) che risente però del fatto che i fab four non sono più “Tutti per uno”, ma quattro entità singole che compongono per conto proprio senza più collaborare tra loro. Addirittura mentre un Beatle è impegnato in una delle sale degli Abbey Road Studios, in contemporanea, gli altri provano in un’altra sala. Molti i litigi durante le registrazioni; Ringo Starr, frustrato dal maestrino Paul, si allontana dagli studi per prendersi una vacanza in Sardegna. Lo stesso George Martin si prende una pausa, non sopportando più quel clima teso.

Nonostante ciò, realizzano un altro capolavoro. Molto diverso dal precedente, il coloratissimo Sgt. Pepper. A partire dalla copertina, completamente bianca con il solo nome della band in rilievo;
noto appunto come “White album”. Viene abbandonata l’onda psichedelica e si torna alle radici del rock; le composizioni spaziano dal rock al country, dal folk al blues, alla sperimentazione, all’hard. Trenta brani in cui ognuno dei quattro dà il meglio di sé, sia come compositore che come performer. Per un motivo o per l’altro nessun pezzo andrebbe tralasciato; per non dilungarmi
eccessivamente mi concentrerò sui brani più interessanti.

Si parte col botto: “Back in USSR”, un brano di puro R’n’R’ di Paul che fa il verso a “Back in Usa” di Chuck Berry, un suo mito. Piano martellante, coretti alla Beach Boys e stupendo assolo di chitarra di Harrison. Trascinante. Secondo pezzo è “Dear Prudence”, sognante ballata in levare, opera di John. Dedicata alla sorella di Mia Farrow, Prudence appunto, conosciuta nell’ashram del Maharishi in India. Prudenza era troppo coinvolta nella meditazione, lontana dal modo reale; John la invita a tornare alla vita di tutti i giorni. Molto bello lo stile finger-picking, adottato alla chitarra da Lennon; un grazie sentito a Donovan che gli fu maestro in India.

Dopo tanta dolcezza John ritorna acido al punto giusto; “Glass onion” un pezzo dal testo nonsense a uso e consumo dei fan più accaniti che ne trarranno le interpretazioni più disparate. Continui i richiami a brani dei fab four: da “Strawberry fields” a “I am the walrus”, “Lady madonna”, “The fool on the hill”,“Fixing a hole”; allucinato e pungente; molto originale. Un piano honky tonk introduce “Ob-la-di, ob-la-da”, una delle filastrocche più amate di Paul. Il titolo della canzone deriverebbe da un’espressione della tribù degli Yoruba, originaria del Togo, che starebbe a significare “La vita va avanti”. Molto orecchiabile, tipico pezzo parachiurlo del belloccio al basso.

While my guitar gently weeps” è uno dei capolavori di Harrison. Piano martellato, charleston in levare, basso a legare il tutto; poi una pennellata blues di chitarra e la voce di George danno l’incipit ad una delle ballate rock più belle di sempre. Se la farete sentire alla fanciulla dei vostri sogni e prima del ritornello non sarete un torrido groviglio di corpi, delle due l’una: o l’amata soffre di atresia auris o è il caso di appendere l’organigramma al chiodo. Pare che al chitarrista la canzone fosse sì piovuta dal cielo, ma con l’arrangiamento sbagliato; un accompagnamento di chitarra acustica un po’ palliduzzo. Allora, geniale, George decide di condividere con l’amico Eric Clapton non solo la moglie Pattie, ma anche il brano in questione. Manolenta ci lavora e tack il pezzo si trasforma nel gioiello che conosciamo; ricami e assoli di chitarra che veramente sembra piangere. Commovente. Grande Eric. “Grande figlio di p…” canterebbero gli Stadio. Ma anche a lui si perdona tutto; anche se si accoppia con tua moglie; in realtà pare che Harrison avesse dato il via libera a Clapton, stufo di sostenere le ingenti spese del dentista della bella Pattie.

Chiude il primo lato “Happiness is a warm gun”, opera di Lennon che prende spunto dai Peanuts di Schulz che sostenevano che “la felicità è un cucciolo caldo”. Un pezzo ritmicamente inusuale; si passa da un 4/4 a un 3/4 per tornare a un 4/4.  Geniali i cori “bang bang shoot shoot”; da censura il testo “Sento il mio dito sul tuo grilletto”. Avrà poi sparato o no? Altro gioiellino è “Blackbird”; un brano di Paul che suona la chitarra, canta e tiene il tempo battendo le ciabatte marocchine (si riconosce il classico eco dell’Atlante). È una meravigliosa ballata in stile finger-picking, stile  insegnato al Beatle da Donovan nella vacanza meditativa in India. Difficile credere che McCartney si avventurasse in temi politici, ma pare che il titolo (trad. “merlo”) faccia riferimento a Angela Davies, donna nera attivista del movimento per i diritti civili.

Don’t pass me by” è l’unica composizione di Ringo. Un lento country western con tanto di violino e piano da saloon. Dopo 5 anni finalmente un pezzo del batterista aveva passato le forche caudine degli altre tre. Altro pezzo romantico è “I will” che Paul dedica alla futura moglie Linda Eastman. Un capolavoro per solarità e semplicità (apparente); richiese infatti molte sedute di registrazione. Puro McCartney al miele. Meravigliosa. Chiude il secondo lato “Julia”, una commovente ballata che vede John cimentarsi ancora nel finger-picking. Protagonista della canzone è la madre di Lennon, tragicamente scomparsa, travolta da un’auto, nel 1959 quando il figlio aveva 17 anni. Toccante melodia per incorniciare un ricordo.

Con “Sexy Sadie” ritroviamo il vecchio John che più amiamo; caustico col mondo intero. Qui nel mirino c’è il guru Maharishi, presunto colpevole di aver tradito la fiducia dei Beatles. Pare si fosse avvicinato alle stagiste con intenzioni più carnali che meditative. In realtà furono solo pettegolezzi creati ad arte da uno dei tanti parassiti che ruotavano nella galassia Beatles, tale Alex Mardas, noto anche come Magic Alex, il mago Fuffa dei suoni. Bella melodia accompagnata da una batteria molto quadrata, da una chitarra e un piano passati tra mille effetti. “Helter skelter” è invece un pezzo proto hard composto da Paul. Impressionato dalla violenza della musica degli Who, aveva voluto scrivere un pezzo ancora più duro. La canzone divenne tristemente nota per i fatti di sangue avvenuti un anno dopo. La mente malata di Charles Manson, un fanatico razzista, interpretò il titolo della canzone come un’istigazione alla violenza. In realtà non aveva alcun significato recondito, facendo riferimento allo scivolo elicoidale dei Luna Park. Manson, nell’estate del ’69, introdottosi nella residenza di Cielo Drive in L.A., con i suoi accoliti satanisti, uccise barbaramente Sharon Tate, moglie del regista Roman Polansky, incinta di otto mesi, e alcuni loro ospiti. Sul frigorifero avevano lasciato scritto proprio “Helter skelter”.

Da ricordare anche “Savoy truffle” un bel brano scritto e interpretato da Harrison. Dedicata all’amico Clapton goloso di dolciumi tra cui il S.T., equivalente a un nostro tartufo. George bacchetta Eric che, proprio a causa del vizio capitale, è costretto a ricorrere spesso al dentista. Categoria con cui, come ben sappiamo (vd. “While my guitar…”), Harrison aveva un conto aperto. Brano pop dal ritmo incalzante; belli i coretti e l’accompagnamento di piano elettrico e dei fiati.

Revolution n. 9” è pura sperimentazione; suoni assemblati da Lennon e Yoko Ono, legati a loops in un collage di 8.22 minuti di cui sinceramente avremmo fatto a meno. Non piacque nemmeno agli altri tre Beatles né a George Martin, ma John si impuntò. Gli va riconosciuta l’originalità e il coraggio. Poi un po’ di pace per le orecchie; il LP si chiude con “Good night” una dolcissima
ninnananna di Lennon per il figlio Julian. Cantata da Ringo accompagnato da un bell’arrangiamento per orchestra. È l’unico pezzo del disco non cantato dall’autore.

Un disco bellissimo, pieno di grande musica, interpretata e suonata magnificamente. Ogni brano è differente dal precedente; tanti i capolavori. Ancora un LP da dieci pallini su 8 per i Fab four; imprescindibile.

6 dicembre – Beggars Banquet (The Rolling Stones)

rolling stones

Dopo la sbornia psichedelica, in cui hanno maldestramente tentato di imitare i fab four, gli Stones tornano alla grande con un disco di rock di stampo americano. Keith Richards è “stanco del Maharishi, delle perline e dei campanelli; è alla ricerca di qualcosa di forte, di nuovo. Dopo anni senza tregua, ha finalmente tempo per togliere dal cellophane i dischi che ha raccolto negli anni in tour per gli Usa. Ascolta e assimila. E compone; sfogando tutta la rabbia accumulata nelle patrie galere, dove ha soggiornato in varie occasioni, accusato di fare uso di stupefacenti.

La band lo segue; dal delta del Mississippi per approdare sulle sponde di una musica rurale fatta di country, folk, blues e rock. Il tutto passato attraverso la sensibilità dei 5 musicisti; ne nasce un LP originale e, al contempo, ben radicato nel passato. È l’ultimo disco per Brian Jones; vi partecipa comunque pochissimo; ormai preda dei suoi demoni vive in un pianeta tutto suo e non può condividere le dinamiche di un gruppo. Perso tra progetti di regia, scrittura con musicisti marocchini, verrà arrestato per possesso di droga verso la fine delle sedute di registrazione. Allontanato dalla band, morirà tragicamente un anno dopo, annegato nella piscina della sua villa nel Sussex. Brian al “Banchetto dei mendicanti” suona la slide guitar in “No expectation” nonché l’armonica e il mellotron in un paio di altri pezzi; davvero troppo poco per un tale genio. Gli altri membri sono contenti che non si faccia vedere in studio; gestire Brian era diventato impossibile.

L’album è certamente uno dei più belli degli Stones; contiene alcune tra le canzoni che hanno fatto la storia della band, ma anche del rock come “Sympathy for the Devil”, “Street fighting man”, “Salt of the earth”. Il titolo “Il banchetto dei mendicanti” pare sia una citazione del film “Viridiana“ di Luis Bunuel.

Quanto alla copertina, la band voleva una foto di un bagno pubblico con tanto di graffiti osceni; i discografici si oppongono e negli scaffali dei negozi compare un album bianco perla; simile a un biglietto da visita, con titolo e nome della band e la scritta “R.s.v.p.”. Ritornerà come gli Stones la volevano solo nel 1984 nella versione in cd. La musica è notevole ma i testi non sono da meno; provocatori e attenti a quanto accade nel mondo; parlano di Satana, fanno riferimento alla bibbia, agli scontri in piazza, alla droga, alla politica e, naturalmente, al sesso.

Appoggiata la puntina sul piatto parte “Sympathy for the Devil”. Un capolavoro. Ritmo tribale che cresce; urla scimmiesche e percussioni, poi basso e piano a introdurre un samba rock. Bello l’assolo acido di chitarra; grande finale con i cori a dettare i tempi. Pezzo stupendo ancora in scaletta dopo 50 anni; e non poteva essere diversamente. La canzone narra la storia dal punto di vista di Lucifero; la band viene accusata di satanismo. Quando ad Altamont, un anno dopo, gli Hell’s Angels uccidono un ragazzo, Meredith Hunter, durante lo show degli Stones, si parlò di cattive vibrazioni emanate dalla canzone odorosa di zolfo; in realtà quando avvenne l’omicidio, la band stava suonando “Under my thumb”.

Dopo un brano tanto tosto, la band si concede un pezzo più meditativo. “No expectations” è un country blues malinconico; su tutti la voce di Jagger e la slide di Jones. Alligatori e zanzare fanno da contorno ad un pezzo che sa di profondo South. Terzo brano è “Dear doctor”; un pezzo country molto ironico, in cui il cantante chiede aiuto al caro dottore perché allevi la sua pena. “Oh, la ragazza che sto per sposare è una troia dalle gambe storte e io non ho fatto altro che bere come una spugna” canta Jagger, per poi scoprire che la sposa è fuggita con il cugino Lou. Bello l’incontro/scontro tra le voci di Jagger e Richards. Così come l’armonica di Brian Jones.

Segue “Parachute woman” un blues dal ritmo ossessivo; tre accordi, armonica languida e chitarre ad imbastite la trama; blues dei più classici. Molto americano. “Jigsaw puzzle” è un autoritratto degli Stones (il bassista è tormentato dalle ragazzine, il chitarrista è a pezzi, il batterista menato perché non tiene il tempo). Ha un bel ritmo trascinante, che coinvolge. Basso e piano la fanno da padroni in un crescendo senza fine. Ricorda il Dylan di “Blonde on Blonde” con quel piano martellante e la slide a ricamare svisate di contorno. Melodia e ritmo a braccetto. Ottimo.

Il secondo lato si apre con l’altro capolavoro del Lp; “Streeet fighting man”, attacco spettacolare di chitarre e batteria in levare. È ispirato agli scontri tra studenti e polizia nel maggio francese del ’68. “Sembra proprio arrivato il momento di combattere nelle strade” è la dichiarazione d’intenti degli Stones. Molto criticato e censurato per la copertina del 45 giri che riportava gli scontri dei manifestanti con la polizia; in quell’anno erano caduti sul campo Robert Kennedy e Martin Luther King. Bellissimo il piano di Nicky Hopkins; collaboratore fidato, quasi un quinto Stone in studio e dal vivo, non farà mai parte del gruppo. Altro brano ancora in scaletta nei concerti della band. “Prodigal son” altro pezzo blues che nuota nel Delta del Mississippi, è una cover del reverendo Robert Wilkins sulla parabola del figlio prodigo, intitolata “That’s no way to get along”. Nelle prime edizioni furono indicati come autori Jagger e Richards; rimediarono nelle stampe successive indicando il vero autore.

Con “Stray cat blues” si parla di sesso. “Scommetto che tua mamma non sa che urli in questo modo” canta Jagger; giusto per non lasciare niente al caso. Un bel brano tra funk e blues, trascinato da un suono torbido; finale di percussioni e strumenti che si sovrappongono fino a sfumare. Riuscitissimo. “Factory girl” che segue è un altro country blues dal ritmo molto accattivante. Da notare che nel brano compaiono Ric Grech (futuro sodale di Clapton e Winwood nei Blind Faith) al violino e Dave Mason (ex Traffic) al mellotron che suona come un mandolino. Con “Salt of the earth” si chiude magnificamente il disco. È un pezzo splendido: 4.47 minuti di pura poesia. Il testo invita a brindare in favore degli oppressi, alla classe operaia. Chitarre e voce strozzata di Richards nell’incipit; segue batteria, Jagger alla voce e un pianoforte in un crescendo mozzafiato. Stupendo il finale accompagnato dal coro “Watts Street Gospel Choir”. Rock gospel; da brivido.

Disco molto bello; tra i più significativi della storia del rock. Il primo della tetralogia che dal ’68 al ’72 con “Let it bleed”, “Sticky fingers” e “Exile on main street” portò il catalogo della band a livelli eccelsi mai più neanche sfiorati.

PS
Anche nel ’68 tanti sono stati i dischi notevoli; mi è toccato escludere: l’esordio omonimo dei “Creedence Clearwater Revival”; “Buffalo Springfield again” (Buffalo Springfield); “Astral weeks” (Van Morrison); “The Kinks are the village green…” (The Kinks); “Bookends” (Simon & Garfunkel); “Wheels of fire” (Cream); “Undead” (Ten Years After); “Shades of Deep Purple” (Deep Purple); “Traffic” (Traffic); “Anthem of the sun” (Grateful Dead); “In search of the lost chord” (Moody Blues); “Spirit” (Spirit); “Child is father to the man” (Bloods Sweat & Tears).

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