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“La Rivista di Bergamo”: alla scoperta dei grandi Maestri che ci accompagnano

È in edicola il nuovo numero de La Rivista di Bergamo. Pubblichiamo l'editoriale di Fernando Noris "Il discorso del Re" e il sommario per poter scoprire un assaggio dell'ultimo numero in edicola.

È in edicola il nuovo numero de La Rivista di Bergamo. Pubblichiamo l’editoriale di Fernando Noris “Il discorso del Re” e il sommario per poter scoprire un assaggio dell’ultimo numero in edicola. 

IL DISCORSO DEL RE

di Fernando Noris
La tessitura di ogni numero della nostra Rivista rivela spesso delle sorprese. Non tanto e non solo per il contenuto dei vari contributi, che pure si segnalano come portatori di novità sempre apprezzate dai nostri lettori, quanto per gli abbinamenti che di volta in volta, quasi spontaneamente, vengono a generarsi. E ciò sia detto per anticipare qualcosa sull’allestimento di questo numero.
L’umile, e per ciò stesso altissima, poesia di Ermanno Olmi dialoga con la semplicità severa e appartata di Simone Morelli e con l’intimità delle sue piccole cose. Due maestri della bergamasca di pianura, apparentemente silenziosi, ma ricchissimi nella loro forza di parola. A loro modo, due classici che resistono ai clamori della contemporaneità, come avrebbe detto Italo Calvino: «È classico ciò che tende a relegare l’attualità al rango di rumore di fondo, ma nello stesso tempo di questo rumore di fondo non può fare a meno. È classico ciò che persiste come rumore di fondo anche là dove l’attualità più incompatibile fa da padrona».
Hanno scritto di loro, rispettivamente Amanzio Possenti e Riccardo Scotti.

Altri due classici, temporalmente da noi più lontani e tra loro vicinissimi, sono il Bramante della riscoperta città dipinta e la sorprendente novità del neoinquilino della Carrara Andrea Mantegna. Barbara Mazzoleni ricostruisce, anche visivamente (miracoli di un videomapping) la bellezza di una decorazione cittadina rinascimentale paragonabile a un vero e proprio spettacolare teatro itinerante; Giovanni Valagussa, dopo meritorie interviste, raccoglie qui le sue idee e, per esteso, si racconta come di fronte a uno specchio, nel dipanare la sua avventura mantegnesca. Un riconoscimento particolare va tributato alla qualità della sua scrittura. Superando il tranello di una trattazione filologicamente noiosissima (come spesso capita di leggere nelle cose d’arte italiche), la sua prosa scorre piacevolissima e assume il taglio di un racconto vivo, più ispirato a modelli propri degli storici dell’arte internazionali che non a quelli nostrani.
Altro abbinamento tra gli articoli del presente numero si ricava dal racconto della Via Mercatorum (anticipo di una guida che uscirà a settembre) a cura di Paolo Valoti. Vengono ricordati gli arditi tracciati dei commerci dei secoli passati, che dall’Europa transitavano dalle nostre valli, oggi così spesso isolate nella loro intatta e superba bellezza. Mentre ai risultati dei commerci di oggi e alla moderna archeologia del nostro consumismo si dedica il lavoro artistico di Dario Tironi (presentato da Giulia Gelmini).
In entrambi i casi va ricordato quanto Valoti cita da Proust: «il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere occhi nuovi». Gli sguardi nuovi degli antichi mercanti che non avevano paura del dilatarsi dei confini e degli incontri con genti diverse; di Dario Tironi che osserva disincantato e critico l’abisso del nostro consumo spesso irresponsabile; ma anche gli occhi di Bramante che, da forestiero, consegna ai bergamaschi uno sguardo nuovo per ammirare la propria città; agli occhi di Giovanni Valagussa che restituisce a tutti noi il mondo apparentemente sommerso di un Mantegna risorto; o quelli di Olmi che si è sempre fatto guidare dagli occhi per cercare l’essenza e la bellezza della verità o quelli di Morelli, affascinato da un diffuso mondo di piccoli protagonisti…

La ricchezza di queste realtà culturali è venuta a confluire in un numero che è stato impaginato nel corso di una estate densa di cambiamenti drammatici o sconvolgenti, annunciati o amplificati, spesso, da profluvi di fake news, oltre che di qualche cronaca attendibile. Perché ne scriviamo? Non sappiamo se tutte le fake news che di volta in volta hanno dato voce a certe vicende con strumentale e calcolata disinvoltura, siano da ritenere tali.
Di sicuro, quelle più malefiche, sono riconducibili allo stile con cui vengono imbastite o alle parole che ne ammantano i raggiri.
Uno stile fatto di slogan grossolani, privi di qualsiasi costrutto logico, di minima tenuta grammaticale e sintattica. Il più delle volte persino di riconoscibilità lessicale. E di verità. Un lessico che non si identifica più nei fondamentali della comunicazione, ma tenta persuasioni occulte minando il vero valore delle parole. Nessun àmbito della società sembra ne sia rimasto immune, da quello politico, al sociale, all’economico, all’ecclesiale, al culturale. Lo schema espressivo di una fake news è molto semplice: annuncia cose immaginando che il solo fatto d’averle dette coincida con la realtà che siano davvero avvenute. Proclami di cui nessun si périta di verificare la fondatezza, il successo o il fallimento. Annunci ad effetto senza sviluppo o futuro. Un vuoto verbale di impressionanti vuotaggine e volgarità.

Poi per fortuna ci sono i Maestri che stabiliscono criteri valutativi e parametri in grado di porsi come pietre di paragone contro il malcostume culturale o l’approssimazione mediatica.
Se ci rassegnassimo invece alla moda del tristissimo nulla delle fake news finiremmo per doverci accontentare di sentir ripetere all’infinito il seguente apologo.
«Ho due notizie da darvi – aveva proclamato il re ai suoi sudditi – una buona e una cattiva. Quale volete vi comunichi per prima?» «Quella cattiva» implorò il popolo nel desiderio di togliersi subito il pensiero. «Ebbene – proseguì il re –, la notizia cattiva è che purtroppo c’è soltanto una notizia buona». «E quella buona di notizia, quella buona, quale è?» incalzò ansioso il popolo. «Quella buona – concluse benignamente il re – è che le notizie cattive sono finite».
Fedro concluderebbe: questo apologo è stato scritto per metterci in guardia da chi pensa di poter abusare della nostra buona fede. Ignorando la capacità di reazione della nostra intelligenza.
O di quella dei Maestri che ci accompagnano.

la rivista di bergamo

SOMMARIO

Simone Morelli
L’Arte in Baracca
di Riccardo Scotti

Ermanno Olmi Cinema d’Autore alla scoperta continua dell’Uomo
di Amanzio Possenti

Bramante a Bergamo
Una facciata ‘parlante’ per Piazza Vecchia e la riscoperta della città a colori
di Barbara Mazzoleni

Via Mercatorum
Un cuore antico per un percorso culturale moderno
di Paolo Valoti

Dario Tironi
L’archeologia del presente
di Giulia Gelmini

Catalogando Mantegna
di Giovanni Valagussa

La Scuola di Bergamo
A.C. Allievi e Sostenitori dell’Accademia Carrara di Belle Arti
a cura di GianMaria Labaa

C’era una volta la Rivista di Bergamo
Documenti di critica, d’arte e di letteratura della storia di Bergamo nel tempo

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