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Black Hole, la mostra che rilancerà la Gamec a livello nazionale

Si passano in rassegna di sala in sala i punti cardinali dell’arte e della ricerca del Novecento e dell’era contemporanea

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La Materia, il principio primo e ultimo di ogni divenire: senza dubbio il tema più affascinante della storia del pensiero umano. Dalla grande voragine spalancata, il Caos delle cosmogonie arcaiche, dall’Arché di presocratica memoria, giù giù fino alle scoperte astronomiche e astrofisiche dell’ultimo secolo, il bosone di Higgs “la particella di Dio”, la localizzazione dei buchi neri della Via lattea. Un tema sconfinato, all’incrocio tra scienze esatte e scienze umane.

Niente di più suggestivo per costruire un ciclo espositivo triennale tutto nuovo alla Gamec pilotata da Lorenzo Giusti, nella città che alla Scienza dedica un festival di successo e ormai storico, giunto alla XVI edizione.

“Black Hole – arte e matericità tra informe e invisibile” è la mostra pensata da Giusti e sviluppata insieme a Sara Fumagalli per rilanciare la Gamec sul panorama nazionale con l’obiettivo dei grandi numeri e della qualità della proposta.

E la mostra è di effettiva suggestione per i nomi di peso, per l’interesse delle opere, per l’allestimento full-immersive, per il filo di senso che la attraversa e che conduce il visitatore lungo le tre sezioni “Informe”, “Uomo-Materia”, “Invisibile”.

Scultura, pittura, video-performance sono i linguaggi esplorati dagli artisti, da Auguste Rodin e Medardo Rosso a Hicham Berrada e Jol Thomson (vincitore nel 2016 della IV edizione di Meru Art Science Award): l’opera più antica del 1893, l’ultima del 2018.

L’opera-icona della mostra è il “Senza titolo” (“Autoritratto”, 1995) di Gino De Dominicis: una piccola tecnica mista su masonite (37 x 28,5 cm) il cui fondo oro “smaterializza e allude”. Eva Fabbris in catalogo la descrive con minuzia: “Senza titolo (Autoritratto) presenta un elemento circolare riconducibile a un occhio; è anche un po’ mammella e forse un po’ ombelico, ma soprattutto è occhio, grazie all’aureola che sembra riproporre intorno alla sferetta centrale una corona sfumata con le proporzioni di pupilla e iride. C’è, pure, una certa volumetria tondeggiante che può far pensare a un cratere, o a un pianeta con i suoi anelli gassosi . O semplicemente a una macchia. Questa mostra propone l’ipotesi che si possa trattare anche di un buco nero”.

E infatti, più di ogni altra, questa piccola tavola evoca la sospensione dello spazio tempo, suggerisce interrogativi sull’entropia e sull’immortalità della materia. Così come l’altra opera-icona, il cerchio perfetto di Anish Kapoor dal titolo “The Earth”, “un portale d’accesso al nulla” come lo definisce in catalogo Mathieu Copeland. Allestita a parete in una sala interamente dedicata, l’opera del 1991 dell’artista indiano in fibra di vetro e pigmento (106,7 cm x 106,7 cm con una profondità di 91cm) è letteralmente un buco nero che sfonda le dimensioni oltre la percezione dello sguardo, annullando le categorie convenzionali spazio/tempo con un rovesciamento prospettico che fa quasi percepire a pelle il fascino dell’infinito e l’attrazione dell’abisso.

La mostra racconta la materia attraverso sezioni che scandiscono strade diverse e molto ben individuabili. Spiega Lorenzo Giusti: “la strada di chi ha inteso la materia come un’entità precedente o alternativa alla forma (“Informe”), quella di chi ha interpretato la natura umana come parte di un più ampio discorso materiale (“Uomo-Materia”) e quella di chi si è spinto ai confini della materialità stessa cogliendone la dimensione energetica e relazionale, invisibile agli occhi (“Invisibile”)”.

E’, insomma, il trionfo dell’arte-materia. E’ l’arte che parla della materia con la materia, quasi una tautologia, una definizione illusoria che ragiona circolarmente intorno a se stessa. Ma è anche l’arte che la materia arriva a negarla, ad azzerarla nella presunzione dell’immagine-visione. Una vertigine di indiscutibile fascino.

La mostra è bella da guardare e lascia il segno: dal monumentale “Mistero della felce” di Anselm Kiefer, al manipolo di monoliti di Hans Josephsohn, alle vibranti litografie di Jean Dubuffet, si passano in rassegna di sala in sala i punti cardinali dell’arte e della ricerca del Novecento e dell’era contemporanea.

C’è solo da chiedersi: in tanto straordinario panorama di forme e di visioni, non c’era forse spazio per alcuni talenti tutt’altro che secondari del nostro territorio che dagli anni Settanta si confrontano con diversi linguaggi sul tema della materia, del micro e macro cosmo della visione, della fisica e della metafisica del fare e del pensare arte?

Ma il progetto è triennale. E, considerato l’esordio, riserverà senz’altro interessanti sorprese.

Nell’ambito della mostra a partire da lunedì 8 ottobre si prevedono incontri con importanti personalità del panorama scientifico e artistico, alla scoperta di temi ravvisabili anche nelle ricerche di alcuni degli autori presenti in mostra. Per info www.gamec.it

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