La recensione
Country For Old Men, il film sui pensionati americani che si trasferiscono all’estero
La migrazione di centinaia di pensionati statunitensi che, dopo la caduta del Sogno Americano, decidono di trascorrere i loro ultimi anni di vita a Cotacachi, in Ecuador.
Titolo: Country For Old Men
Regia: Stefano Cravero, Pietro Jona
Durata: 79 minuti
Giudizio: ***
Un cancello che si chiude. Questa è una delle paradossali immagini di una storia di migrazione, quella di centinaia di pensionati statunitensi che decidono di trascorrere i loro ultimi anni di vita a Cotacachi (cittadina andina dell’Ecuador, situata tra due vulcani, a più di duemila metri) raccontata in “Country for old men” (2017), film diretto da Stefano Cravero e Pietro Jona. In occasione dell’uscita nelle sale, il documentario (distribuito da Lab 80 film) è stato presentato lunedì primo ottobre all’Auditorium di Piazza della Libertà, con la presenza del co-regista Pietro Jona.
Protagonista è una classe media americana che, dopo la crisi economica e la caduta dell’American Dream, non è più in grado di sostenere il proprio tenore di vita e decide di ricercare il benessere e la sicurezza sulle Ande dell’Ecuador, a Cotacachi. Un soggetto che nasce proprio da un viaggio: “l’idea della storia”- spiega Pietro Jona “nasce dall’invito di una mia amica ad andarla a trovare in Ecuador. Qui ho scoperto la particolarità della cittadina di Cotacachi, con la sua alta percentuale di immigrati americani”.
“Country for old men” richiama, già a partire dalla tematica, le storie parallele di pensionati italiani che decidono di trasferirsi in Portogallo o in Bulgaria, in Paesi dove il costo della vita è più basso rispetto a quello del nostro Paese.
Un film, quello di Cravero e Jona, radicato nella contemporaneità, dove affronta alcuni aspetti della crisi finanziaria che ha messo in discussione un sistema che ha origine, di fatto, dal Piano Marshall, che ci ha reso “americani di riflesso”.
“L’elemento che ci ha spinti ad affrontare queste storie è proprio la cittadinanza degli immigrati. Americani che, di fatto, sono scappati dalla propria patria per cercare un benessere altrove. Una generazione che aveva creduto nel Sogno Americano, ma che, dopo aver visto sparire i propri risparmi sparire, ha cercato di ricostruirlo altrove, con alterne fortune”.
Il film, tra inquadrature d’osservazione e discorsi diretti dei protagonisti che guardano verso la macchina da presa, racconta la vita quotidiana di una comunità locale di uno dei popoli meno adattabili al mondo, tra costruzioni di alte recinzioni, lezioni di ginnastica e goffi tentativi di imparare la lingua locale. Una micro comunità simbolo della società occidentale, costretta ad affrontare la crisi dei propri valori: benessere economico, libertà individuali e realizzazione personale.
Una difficile comunicazione verso l’altro raffigurata dai registi con il soffermarsi della macchina da presa sugli apparecchi acustici: udito che cerca di comprendere il nuovo, ma che finisce inevitabilmente per ancorarsi ancora di più al passato. Nei viaggi organizzati per mostrare agli americani le potenzialità di una nuova vita in Ecuador si insegnano alcune frasi in spagnolo (non per favorire la comunicazione, ma solo per concordare al meglio i prezzi al mercato, retaggio di un sistema economico basato unicamente sul profitto), ma i jukebox importati suonano le vecchie ed amate ballate, i telegiornali e le cronache sportive sono in inglese, le conversazioni via Skype servono unicamente per dialogare con i parenti rimasti nella terra d’origine. Gli ambienti raffigurati, prevalentemente interni, rimandano ad una via di mezzo tra un Club Méditerranée ed un ospizio, in cui c’è un forte contrasto tra gli interni delle abitazioni, peculiarmente americani, ed il paesaggio esterno. “L’interazione tra le due comunità in realtà è minima. Ci sono gli ecuadoregni che si occupano delle attività degli americani: locali che ovviamente parlano inglese, perché è difficile che gli americani parlino spagnolo”.
Un ritratto di immigrazione che racchiude in sé un confronto diretto con le contraddizioni del sistema a stelle e strisce, tra potere economico e mancanze di tipo sociale: “la moneta corrente in Ecuador è il dollaro americano, ma il costo della vita è molto basso. Per gli immigrati americani si presenta la svolta del sistema sanitario pubblico gratuito o che comunque non ha gli stessi costi di quello americano: questo ha convinto sia chi stava sotto il livello di povertà sia chi vuole permettersi una vita agiata in un Paese economicamente più svantaggiato”.
Oltre agli aspetti economici, con il superamento delle difficoltà dovute principalmente alla crisi del 2007, il film tratta anche aspetti legati all’amministrazione americana.
“Attraverso i soggetti che abbiamo seguito – spiega Pietro Jona -. Abbiamo potuto affrontare uno spettro della politica americana rappresentato in questa microcomunità. Ad esempio, Diane (uno degli psicologi di supporto dopo la sparatoria alla scuola Columbine) e il marito sono sollevati dal pensiero che in Ecuador il possesso di armi da fuoco sia vietato, mentre altri se ne sono andati dal Paese d’origine perché insoddisfatti del governo Obama: in generale abbiamo potuto constatare un senso di tradimento e di abbandono da parte della politica americana”.
Questo fenomeno migratorio coinvolge anche l’economia ecuadoregna, con risvolti positivi e negativi: se da una parte gli americani portano denaro e indotto per le attività commerciali, dall’altro, con la bolla speculativa, sono riusciti ad acquistare terreni e costruire abitazioni, con un generale aumento dei prezzi. Costruzioni che diventano emblema del modello di sicurezza dal quale sono fuggiti: abitazioni blindate che rimangono slegate dalla sierra andina che si apre all’esterno, bolle abitative che diventano l’ideale “nazione per anziani” del titolo. “Case che diventano il simbolo dello shock provocato dal distacco dalla patria, soprattutto in persone anziane, fragili dal punto di vista sociale, che vedono avvicinarsi la fine della loro esistenza”.
“Country for old men” è un documentario che, pur ambientato in Ecuador, descrive molto bene le contraddizioni ed i paradossi insiti negli Stati Uniti, sia dal punto di vista sociale che politico: gli americani, emblema storico dell’anti-comunismo, fuggono dal “comunista” Barack Obama per rifugiarsi dal socialista Rafael Correa. Fuga e rifugio che non sono solo quelle, ben più complicate, di esseri umani che scappano da altre parti del mondo: “migrazioni raccontate, ma mai a sufficienza”.


