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“BlacKkKlansman”: una forte denuncia (tra le risate) al potere bianco americano

Un film che tocca temi forti, quanto mai attuali, che non risparmia qualche frecciata all'america di Trump

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Titolo: BlacKkKlansman
Regia: Spike Lee
Attori: John David Washington, Adam Driver, Topher Grace, Laura Harrier, Ryan Eggold
Durata: 128 minuti
Giudizio: ***
Programmazione: UCI Cinemas Orio

Cacciatori

Colorado Springs, Colorado, anni 70. La comunità afroamericana ha ancora vita dura in America. In questo contesto di difficile convivenza interraziale entra in scivolata, rompendo tutti gli schemi, il giovane Ron Stallworth (interpretato da David Washington, figlio del grande Denzel), che diventa il primo agente di polizia nero di Colorado Springs.

Inizialmente lo “nascondono” in archivio e da energico e pieno di buoni propositi quale è, si rende ben presto conto che la vita da poliziotto mangiaciambelle non fa per lui. Vuole di più.

Chiede quindi audacemente, pur essendo un novellino, di poter diventare un detective sotto copertura. Sul momento il capo ride, ma poi ci ripensa e decide di dargli una chance: deve infiltrarsi nel comizio tenuto dal leader afroamericano Stokey Carmichael e riportare informazioni sul movimento dei Black Panthers. Lì incontra Patrice, la presidente del movimento universitario per i diritti dei neri, la quale è inizialmente “solo lavoro” ma si trasformerà ben presto in qualcosa di più.

Le parole di Carmichael sono forti e spingono Ron a pensare, forse per la prima volta, alle reali condizioni del suo popolo. Decide, a modo suo, di fare qualcosa. Così, dopo aver visto uno stupido annuncio sul giornale, prende la folle decisione di infiltrarsi nel famigerato movimento razzista: il Ku Klux Klan.

Per ovvie ragioni, è obbligato a guadagnarsi la fiducia dei leader dell’ “organizzazione” per telefono e a usare un suo collega come alter ego bianco. Viene scelto per la missione Flip Zimmerman che, non a caso, è ebreo. I due portano avanti su due fronti (telefonico e in carne e ossa) un’investigazione estremamente pericolosa, scovando sempre più dettagli sul Klan e i suoi folli piani antisemiti.

Entrambi sono costretti a sentirsi dire, a dire e a fare cose che vanno completamente contro ogni loro principio morale, sempre cercando di mantenere la calma per non destare sospetti. Piano piano, la rabbia, il dolore e l’umiliazione di dover sopportare un tale odio si accumula in loro fino ad esplodere (e non solo metaforicamente), riservando ai membri del Klan esattamente quello che si meritano.

Per quanto possa sembrare assurdo, si tratta di una storia vera. Il regista ne ha ricavato un film che tocca temi forti, quanto mai attuali, riuscendo comunque a mantenere una superficiale patina di comicità che regala molte risate scarica tensione. Tuttavia, trattandosi di Spike Lee, me lo sarei aspettato più incazzato. Certo, non mancano qua e là frecciatine all’America di Trump, ma il film si accende davvero solo verso la fine, quando appaiono le raccapriccianti immagini delle manifestazioni neonaziste di Charlottsville del 2017. Sì, duemiladiciassette.

Solo sul finale poi si riconosce veramente lo Spike Lee più polemico: appare la bandiera americana a testa in giù, che piano piano perde i colori e diventa bianca e nera. A questo punto le parole non servono più: l’assurdità di tutto questo risulta sufficientemente chiara.

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