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Il ritorno di Paul McCartney: applausi per “Egypt Station”

Certo non come ai tempi dei Beatles e neanche degli Wings, ma un ottimo lavoro per il baronetto. Brother Giober ci presenta anche il disco di Billy F. Gibbons (ex ZZTop) e dell'esordiente Francesco Roncalli

ARTISTA: Paul McCartney
TITOLO: Egypt Station
GIUDIZIO: ***1/2

Bello! È il giudizio sintetico per aver la possibilità di non leggere tutto il resto, se non se ne ha voglia. Meglio anche di un voto all’interno del quale possono essere contenute mille sfumature. L’unica riserva possibile è che una durata inferiore del lavoro, con il taglio di qualche brano superfluo e sottotono, avrebbe certamente garantito una maggiore qualità complessiva.

In realtà non c’è neppure da stupirsi. Il baronetto scrive belle canzoni da circa 60 anni, e le prime, quelle dei Beatles sono quasi tutte bellissime. Poi sono arrivate quelle composte nel periodo Wings, magari, qualitativamente un gradino sotto, ma sempre di qualità, e poi quelle della carriera solista non sempre all’altezza rispetto ai periodi precedenti eppure dignitose.

Amo i Beatles, un tempo più le pietre rotolanti, ora i due gruppi, nella mia scala valori, sono alla pari.

I Beatles ho iniziato ad apprezzarli veramente con il passare degli anni, man mano mi sono liberato dei legami della adolescenza e della gioventù che mi imponevano l’appartenenza a quanto c’era di più lontano dai gusti dei miei genitori. Poi da My Love in avanti il processo di assuefazione è stato graduale e costante. E all’interno del gruppo le mie preferenze sono sempre andate al “Macca” piuttosto che a Lennon, non so dire il perché, forse perché ho un debole per il pop, forse perché Paul è sempre stato più rassicurante di John , sta di fatto che ho sempre preferito il “bel Paul”.

Ora superati i 70 (abbondantemente) ma con un look ancora invidiabile, il nostro pubblica, un poco a sorpresa , questo Egypt Station, una sorta di concept sul viaggio inteso in ogni sua forma che inizia e finisce con la registrazione dei rumori tipici di una stazione ferroviaria. Non ho dubbi sul fatto che ci troviamo di fronte a uno dei dischi migliori della sua carriera solistica, di certo il più riuscito tra gli ultimi, merito anche della produzione affidata al mago del pop Greg Kurstin (All Saints, Beck, RHCP, Sia e mille altri) che ci ha messo molto del suo, ma anche ad una mai persa ispirazione che trova nell’occasione una grande occasione di sfoggio.

Dicevo che di alcune canzoni avrei fatto volentieri anche a meno come di Despite Repeated Warning, una sorta di pasticcio sonoro dove i cambi di umore e di ritmo più che dare l’idea della varietà danno quella della confusione o di quella sorta di rock samba che è Back in Brazil, forse troppo distante dalla mia sensibilità musicale o di Cesar Rock brano che, pur nelle sue sfumature funk, risulta francamente inconcludente e irritante.

A parte i casi citati, Egypt Station è un disco fatto di belle canzoni, che spaziano tra generi diversi pur avendo un loro filo conduttore costituito dalla sensibilità pop dell’artista. Il disco è equamente bilanciato tra ballate e brani di maggior ritmo. Il denominatore comune è la semplicità degli arrangiamenti ma anche la persistente presenza di una capacità di creare melodie immediatamente memorizzabili ma che non danno l’idea del già sentito.

Tra le prime l’iniziale I Don’t Know, è una ballad pianistica, che è una sorta di riflessione sullo scorrere degli anni e sui problemi irrisolti. Il brano si sviluppa in un arco di circa cinque minuti finendo con l’avvolgerti in una sensazione di completa rilassatezza. Per il mio gusto si tratta della migliore canzone della raccolta. Sulla stessa lunghezza d’onda, la forse troppo lacrimosa, Hand in Hand, nella quale è presente il flautista venezuelano Pedro Eustache, che con il suo assolo di bansuri rappresenta uno di migliori momenti del disco.

Interessante è l’acustica Confidante, sentendo la quale è fin troppo facile comprendere come tutta la scena pop inglese riconosca in McCartney la principale fonte di ispirazione. E ancora Happy With You è un brano dalla cristallina melodia che ricollega i suoni del disco al periodo Wings grazie anche al richiamo a certe atmosfere folk mentre People Want Peace e Dominoes sanno di nostalgia di tempi ancor più lontani. Stesse atmosfere di Fuh You, un brano buono per essere cantato in coro in qualche birreria di Liverpool.

Sul versante dei brani più movimentati impossibile non citare l’arrembante Come on to me o la nervosa Who cares, entrambe composizioni che faranno bella evidenza nei live.

Nella maggior parte casi, salvo qualche isolata eccezione, il disco è stato ben accolto dalla critica. Certo dimentichiamoci i Beatles e dimentichiamoci forse anche il periodo Wings. Resta di fatto che Egypt station resta un gran bel lavoro come quest’anno ne sono usciti pochi.

TRACKLIST
1. Opening Station
2. I Don’t Know
3. Come On To Me
4. Happy With You
5.  Who Cares
6.  Fuh You
7. Confidante
8. People Want Peace
9. Hand In Hand
10.  Dominoes
11. Back In Brazil
12. Do It Now
13. Caesar Rock
14.  Despite Repeated Warnings
15. Station II
16.  Hunt You Down/Naked/C-Link

Se non vuoi ascoltare tutto il disco: I don’t Know

Se ti è piaciuto il disco ascolta anche:
– tutta la produzione degli Wings

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Artista: Francesco Roncalli feat. Davide Casi
Titolo: Unknown…….
Giudizio: sono troppo di parte però l’E.P. è bello

Francesco è un caro ragazzo. Per un po’ di tempo ha suonato con me ed altri amici sino a che un giorno ci ha detto che lasciava il gruppo per dedicarsi a produrre musica propria. Così ha girato un po’ per l’Europa, ha suonato per strada. Poteva fare altro: continuare a prestare il proprio talento a più remunerative cover band, partecipare a qualche talent, perché lui di talento ne ha veramente tanto: suona benissimo la batteria, la chitarra e il piano e in più canta niente male.

Non so se la scelta fatta di rinunciare a tutto ciò sia quella giusta ma certo va rispettata perché presa all’interno di un mondo, quello musicale, dove invece vige la regola dell’effimero, del tutto subito, del successo ad ogni costo

Così all’improvviso un giorno mi manda un nastro (si insomma con We Transfer) e mi chiede di ascoltare questo suo lavoro accompagnato da queste note che trascrivo parola per parola: “Questo EP è una raccolta di 4 brani molto significativi e scelti proprio negli ultimi mesi a partire da Gennaio. Ad un certo punto mi sono trovato con tantissimo materiale, brani scritti, composizioni, senza però delle linee guida. A Gennaio ho conosciuto Davide Casi, chitarrista e autore dei testi con il quale si
è instaurata fin da subito un’alchimia molto forte a livello di sound. Le chitarre rispecchiavano esattamente l’idea di eleganza e atmosfera che sentivo di dare ai miei brani, cito Life is on Fire e Behind the Sun. What You’ve Done e Boat sono nate assieme a Casi appunto, in maniera spontanea e immediata; Boat è stata fatta in collaborazione con il produttore Francesco Cavagnacchi. Life is on Fire è piuttosto intima e introspettiva, descrive la sensazione di lasciarsi qualcosa di importante alle spalle, causa l’estrema vita in corsa che affrontiamo ogni giorno e che brucia ogni attimo così rapidamente; What You’ve Done recita in tono affermativo ‘che cosa hai fatto’ ricordando che ne Dio ne nessun’altro può riparare e mettere delle pezze alle nostre azioni, anzi nel bene e nel male è proprio Dio ad avere bisogno di noi; Boat è l’esperienza descritta da Casi di un viaggio in barca, i ritmi di vita rallentano e si adeguano ai nostri bisogni più semplici, ogni cosa appare nella sua essenzialità e nulla di più; Behind the Sun è un dialogo con se stessi nel quale ci si pone l’interrogativo di andare oltre le cose, specialmente ciò che ci appare più lontano.

Tutti i brani sono stati registrati nei primi dieci giorni di Agosto presso lo studio di produzione La Residenza (Bergamo) e sono stati lasciati volutamente nudi e crudi, senza abbellimenti ne pulizie sonore. Davide Casi ha utilizzato la chitarra elettrica sia come accompagnamento, che come impronta sonora dei brani; io ho suonato le percussioni tra cui il cajon, ho registrato le chitarre acustiche d’accompagnamento, e ho cantato i brani; Francesco Cavagnacchi ha contribuito alla composizione di Boat. A seguito abbiamo promosso e diffuso il disco suonando come musicisti di strada per le piazze della Toscana, dell’Umbria e della Liguria, contando circa 20 esibizioni, tra cui Volterra, Montepulciano, Orvieto, Perugia, Assisi, Gubbio, Arezzo, Pisa, Lucca, Levanto e altre”.

Detto questo ho ascoltato l’EP che contiene 4 canzoni il cui tratto comune è una eleganza formale non fine a se stessa ma funzionale a sottolineare le riuscite melodie. I suoni sono minimali a volte solo accennati. È evidente l’urgenza di condividere i propri sentimenti, il proprio modo di vivere la musica al mondo esterno, senza compromessi, senza dover piacere per forza.
Il ritmo è poco presente, sono bozzetti, acquarelli, ma non per questo le canzoni non lasciano il segno al termine dell’ascolto.

È “Musica” da maneggiare con cura del tutto distante da tutto ciò che oggi va per la maggiore. Per chi ha conoscenza del panorama musicale degli ultimi 20 anni, le influenze sono quelle dei Blue Nile, misconosciuto gruppo inglese anni ’80 che mischiava, fuori da ogni logica commerciale, i suoni acustici all’elettronica e più recentemente della produzione di Ben Howard cantautore inglese protagonista di ottime incisioni nell’ultimo biennio o di Ben Nichols (il suo The Last Pale Light in the West resta uno dei dischi più belli del 2009) e ancora di Ben Watt, ossia il 50% degli Everything but the Girl (il suo Fever Dream è un capolavoro assoluto).

Ma è anche musica fortemente scenografica, per certi versi polverosa che evoca alcune atmosfere della colonna sonora di Paris Texas dell’inarrivabile Ry Cooder (ho esagerato?)

Nello specifico: What have You done è forse il brano più orecchiabile della raccolta perché il refrain è effettivamente efficace, vi è un accenno di ritmo e il brano fila via che è un piacere; in questo caso oltre ai riferimenti sopra richiamati mi pare di poter intravedere alcune similitudini con Paolo Nutini, artista che so che Francesco ama.

Behind the Sun rispetto al brano più precedente è più rarefatta, più riflessiva anche se alcuni passaggi di ritmo la rendono sufficientemente movimentata da non renderla noiosa. Behind the sun necessita un maggiore sforzo di partecipazione da parte dell’ascoltatore ma senz’altro è un pezzo riuscito.

Boat è a mio parere è il brano migliore perché quello che in assoluto paga meno tributi, quello più personale, fatto di cambi ritmi, di voglia di cantare senza il tema dell’errore mentre Life in on Fire ha il formato più convenzionale della ballata, con un crescendo efficace ed un arrangiamento più ricco che nelle altre parti del disco.

Infine una menzione ai testi che vengono allegati all’E.P. e che, soprattutto in What Have you Done, paiono maturi, segno che Francesco, come scrivevo prima , necessità di dire qualcosa.

È musica difficile da descrivere, perché impalpabile (ma non è una critica), sfuggente. Possibilmente va ascoltata in cuffia, concentrati, bisogna lasciarsi cullare dai suoni. Non so se questa intrapresa sia la strada giusta però è coraggiosa e di questi tempi non è poco. Francesco è uno di talento, merita fortuna. Se suona dalle nostre parti andatelo ad ascoltare perché merita ma non chiedetegli cover, le odia.

TRACKLIST
1) Life is on fire;
2) What You’re Done
3) Boat:
4) Behind the Sun

Assomiglia a:
Ben Watt, Ben Nichols, Blue Nile, Paolo Nutini

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Billy F. Gibbons

In breve:
Artista: Billy F. Gibbons
Titolo: The Big Bad Blues
Giudizio: ****

Avrebbe meritato la recensione principale! Il problema è che non so quanti lo conoscono e quanti apprezzano questo tipo di musica. Ciò premesso Billy F. Gibbons altri non è che uno dei componenti degli ZZTop (il cantante e la chitarra solista) che dopo una carriera di quasi 50 anni e qualche tentativo poco riuscito, approda a questo disco che reputo magnifico.

Il Big Bad Blues del titolo altro non è che una parafrasi del lupo cattivo (Big Bad Wolf) dei tre porcellini, ma lui non fa certo paura, anzi è un simpaticone nonostante la barba di mezzo metro. Il contenuto del disco inneggia all’esagerazione, a tutto quanto fa spettacolo ed è per questo che il lavoro appare, paradossalmente, più sincero di tanti altri. Di una cosa sono certo, ascoltandolo non potrete fare altro che divertirvi.

I sentieri percorsi sono quelli del (rock) blues , del boogie, del rock ‘n’ roll trattati con una freschezza veramente inaspettata. È musica fisica al massimo, divertente e coinvolgente da ascoltare al massimo volume in auto a finestrini abbassati oppure in cuffia (ma nel caso non alzate troppo il volume), immergendosi completamente in atmosfere e mondi lontani che qualche volta vale la pena riscoprire.

Tra i brani più riusciti spiccano l’iniziale Missin’Yo’ Kissin’ (anche se il riff di chitarra lo abbiamo già sentito centinaia di volte), il blues di My baby She Rocks piuttosto che quello di Standing Around Cryng, la cover di Rollin’ and Tumblin’ di Muddy Waters, mentre desta una certa sorpresa la cover di Crackin’ Up (di Bo Diddley e già oggetto di interpretazione dei Rolling Stones)che chiude in leggerezza il lavoro. Grande disco, fuori moda ma sempre grande.

TRACKLIST
1) Missin’ Yo’ Kissin?
2) My baby She Rocks
3) Second Line
4) Standing Around Crying
5) Let the Left hand Know
6) Bring It to Jerome;
7) That’s What She said
8) Mo’ Slower Blues;
9) Hollywood 151;
10) Rollin’ And Tumblin’
11) Crackin’ Up

Legenda Giudizio:

* era meglio risparmiare i soldi e andare al cinema
** se non ho proprio altro da ascoltare…
*** in fin dei conti, poteva essere peggio
**** da tempo non sentivo niente del genere
***** aiuto! Non mi esce più dalla testa

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