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Parlano i genitori del 14enne forse ucciso dal Blackout game: “È stato un inganno”

Il padre (originario della Val di Scalve) e la madre al Corriere della Sera: "A Igor avevamo parlato di tutti i rischi, droghe, motorino, pedofili. Ma non sapevamo di questa trappola mortale"

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Lo chiamano blackout game, altrimenti chiamato “gioco dello svenimento”, ma anche choking game, black hole, flatline game, gasp game e in decine di altri modi. Altro non è che rimanere il più a lungo possibile senza ossigeno.

Per qualcuno è solo una prova di coraggio capace di attirare l’attenzione dei ragazzini, ma in realtà è anche una pratica per “farsi” di euforia da asfissia, ossia lo stato confusionale dovuto alla ipercapnia, l’eccessiva concentrazione di anidride carbonica nel sangue, che può portare a uno stato di incoscienza e a quelle che vengono definite volgarmente come “visioni mistiche” e che altro non sono che un rallentamento dell’attività celebrale e una conseguente distorsione delle percezioni sensoriali.

Il blackout game si è diffusa già a partire dalla metà degli anni ’90, soprattutto in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, ma ora pare essere tornato di moda grazie a internet: in Italia lo si conosce da diversi mesi ed è diventato argomento di dibattito da quando si è appreso che potrebbe aver causato la morte di un ragazzo milanese di 14 anni (anche se gli inquirenti non sono ancora certi di questo).

Igor Maj aveva da poco spento 14 candeline e stava per iniziare la prima superiore. Giovedì 6 settembre la sua vita è terminata in modo tragico, con una corda stretta attorno al collo: nulla fa pensare che Igor volesse suicidarsi (quel giorno stava bene, aveva in programma di pranzare dalla nonna e nel pomeriggio di recarsi agli allenamenti di arrampicata) e il video trovato nella cronologia del suo cellulare fa pensare che ad ucciderlo possa essere stato, con ogni probabilità, un tutorial su YouTube (già oscurato dalle forze dell’ordine) che spiegava come praticare il “gioco dello svenimento”.

Venerdì 14 settembre, sulle colonne del Corriere della Sera, hanno parlato i genitori del 14enne milanese. Ramon (originario della Val di Scalve) e Marianna si sono voluti rivolgere ai papà e alle mamme di tutta Italia: “Con i ragazzi la fiducia e la complicità sono essenziali, abbiamo parlato loro di tutti i rischi che conosciamo – hanno raccontato -. Le droghe, il motorino, gli adescamenti dei pedofili in Rete, le sfide idiote come le corse per attraversare i binari mentre arriva il treno o i salti da un palazzo all’altro. Ma di questi giochi, che circolano e si aggiornano di continuo, noi adulti non sappiamo nulla e gli adolescenti, invece, tutto – si commuove il padre -. Sono insidie che passano sotto silenzio fino a quando non si trasformano in trappole mortali”.

L’ipotesi del suicidio non è mai parsa verosimile, a loro; i carabinieri della stazione Monforte, che indagano, sono stati molto vicini alla famiglia in questi giorni: “Ci sono appigli alti in casa se avesse voluto uccidersi – ha spiegato il padre -. Lì dove è stato trovato, invece, Igor toccava con i piedi”.

Dalla cronologia sul telefonino, dove c’era installato il parental control, si vede che verso le 11.30 era partito quel video, le “5 sfide”. È molto probabile che il ragazzo si sia fatto incuriosire troppo dal tutorial sul blackout game, e che abbia voluto provare a metterlo in pratica. Uccidendosi.

La morte di Igor ha riportato alla mente il Knockout game, la pratica di tirare pugni a caso alla gente con lo scopo di stenderli a terra, e il Blue Whale, ossia il non si sa quanto verificato percorso a tappe che porterebbe un giovane al suicidio.

In tutte e tre questi fenomeni non è mai stato possibile stimare con certezza il numero di “praticanti”, né tantomeno quello delle vittime, ma sono accomunati, almeno per gli studiosi, dalla voglia dei giovani di superare i limiti della quotidianità per cercare esperienze forti. Un limite che in questi ultimi decenni si è sempre più alzato e che, in alcuni casi, si alzato a tal punto da coincidere con la morte e che molte volte non viene percepito come tale.

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