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L'anno scolastico che verrà: "Gli insegnanti sviluppino i talenti dei nostri ragazzi" - BergamoNews
La lettera

L’anno scolastico che verrà: “Gli insegnanti sviluppino i talenti dei nostri ragazzi”

Vincenzo Cubelli, docente di latino e greco del Liceo Classico Paolo Sarpi, distaccato all’Ufficio Scolastico Regionale della Lombardia: "Le competenze sono un modo di strutturare le conoscenze. Se una volta la scuola lasciava questo compito allo studente, ora deve farsene carico"

L’anno scolastico che verrà, il 2018/2019, ormai agli inizi, sarà un anno di cambiamento, così come il nuovo governo promette? Non mancano i segnali, di questo cambiamento: prove Invalsi di quinta superiore quasi certamente rimandate al 2019/20, modifiche più o meno profonde all’alternanza scuola lavoro, cambiamenti in vista per un esame di stato già modificato ma non ancora entrato in vigore (un cambiamento del cambiamento!). Questo per limitarsi alla sola sfera di diretto interesse degli studenti, senza dunque addentrarsi, solo per citarne uno, nei problemi legati al reclutamento del personale docente (aspetto che, a ben pensarci, è di interesse ancora maggiore per gli studenti).

La scuola esce da una stagione di profonde riforme avviate con la Legge 107 del 2015 (la buona scuola, per intenderci): in verità quella stagione di riforme non è ancora né andata a regime, né assimilata: ulteriori cambiamenti sono davvero necessari? Quello che mi sembra lecito attendersi sono interventi correttivi che, senza rivoluzionare nuovamente il sistema, lo migliorino negli aspetti problematici (o lo correggano in quelli rivelatisi fallimentari, per esempio la chiamata diretta dei docenti).

Nel frattempo i nostri figli, alunne, alunni, studentesse, studenti entrano nelle classi, tutti, credo, con la medesima aspettativa: imparare. Le nostre scuole hanno il compito istituzionale di favorire questo processo di apprendimento: e lo devono fare mettendo al servizio degli uomini di domani tutte le risorse professionali disponibili, adeguatamente formate.

La maggior criticità del nostro sistema è quella di non garantire risultati di apprendimento soddisfacenti e, peggio, di non garantirli a tutti: si registrano grandi divari tra Nord e Sud, rilevanti differenze tra scuole e scuole della medesima area geografica e infine risultati molto variabili all’interno della stessa scuola. Detto in altre parole, la nostra scuola non sembra favorire livelli di apprendimento apprezzabili per tutti i nostri figli: per capire quanto ciò sia invece essenziale basta porre mente all’articolo 3 della nostra Costituzione: “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale… è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli…”. La scuola ha un ruolo determinante nella rimozione degli ostacoli e nel garantire a ciascuno la possibilità di formarsi al meglio esprimendo tutte le proprie qualità. Per questo le scuole nel loro complesso dovrebbe garantire risultati omogenei, naturalmente differenziati all’interno delle singole classi, ad espressione e nel rispetto dei singoli talenti dei singoli alunni e studenti.

Ma esiste una via che conduca a questo risultato? L’insegnamento non è un lavoro semplice: non è in grado di garantire risultati certi, può solo garantire i mezzi. Ed è la ricerca dei mezzi che deve impegnare il personale della scuola. Se è vero che la didattica personalizzata è il modo per permettere a ciascuno dei nostri alunni e studenti di intraprendere il cammino più spedito sulla via di un apprendimento significativo e continuo, i docenti devono essere formati e formarsi a costruire modelli didattici che permettano questa personalizzazione. Se l’apprendimento non è più un fatto individuale (lo studente che prima ascolta in religioso silenzio la lezione, poi nel chiuso della propria stanzetta riempie la propria testa dei preziosi insegnamenti), ma un fatto sociale, si studino e si costruiscano nuovi ambienti di apprendimento: non solo nuovi spazi fisici, ma nuovi ambienti di relazione alunni/insegnanti (direi a proposito che la predella ha fatto il suo tempo…). Se oggi quello che conta sono davvero le competenze, se ne chiarisca la natura e se ne favorisca lo sviluppo.

Vincenzo Cubelli

(foto: Vincenzo Cubelli)

Conoscenze e competenze sembrano essere oggi il più acceso motivo di dibattito all’interno del corpo insegnante: da una parte chi ritiene che la scuola debba fornire solide conoscenze disciplinari, paradigma per una formazione umana, dall’altro chi ritiene che la scuola debba fornire una formazione immediatamente spendibile nel mondo del lavoro.

Eppure una semplice, ma attenta lettura della legge chiarirebbe l’esatta direzione in cui affrontare il problema. Per legge (DLgs 13/2013) la competenza è “comprovata capacità di utilizzare, in situazioni di lavoro, di studio o nello sviluppo professionale e personale, un insieme strutturato di conoscenze e di abilità acquisite nei contesti di apprendimento formale, non formale o informale”.

Le competenze non sono che un modo di strutturare le conoscenze acquisite. E se una volta la scuola lasciava allo studente il compito di questa strutturazione, oggi invece è la scuola a doversene fare carico. Si chiama scaffolding, ovvero il sostegno al processo di apprendimento di un alunno o di uno studente offerto dal docente (ma anche da un compagno), così che colui che apprende possa comprendere e intraprendere in modo autonomo nuovi percorsi di conoscenza.

Si richiede pertanto che gli insegnanti operino una selezione dei saperi non solo essenziali, ma anche paradigmatici, tali cioè da consentire allo studente di costruire una conoscenza solida e funzionale, capace cioè di permettere a sua volta di costruirne, nel tempo, altra. Un esempio: mi colpì anni fa la definizione per cui la filosofia successiva non è altro che una nota a piè di pagina della filosofia di Platone. Ecco Platone è dunque un sapere essenziale che aiuta nella comprensione e costruzioni di altri saperi: ci aiuta anche a scoprire chi era Carneade, evitandoci i dubbi amletici di Don Abbondio, e a comprenderne il pensiero, tanto per fare un (sorridente) esempio.

Che i nostri figli si rechino dunque a scuola desiderosi di imparare; e che sotto la guida dei nostri insegnanti imparino ad imparare, ciascuno secondo i propri talenti: che sia questo il ripetitivo ma inesauribile e vitale cambiamento di questo nuovo anno scolastico.

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