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11 settembre 2001, quando il mondo diventò monopolare. Per colpa degli Stati Uniti

Le torri gemelle hanno tutte le caratteristiche per diventare un lembo del mito: per non passare attraverso il filtro della storia, unendo cronaca e mitologia direttamente

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Una delle caratteristiche del mondo contemporaneo è la velocità: dicevano bene i futuristi, quando la indicavano come nuovissima quarta dimensione. La velocità, però non è sempre amica della storia: la cronaca deve essere veloce, quasi istantanea, ma la storia, che distilla le cronache, lascia sedimentare le polemiche e le impressioni del momento, e induce alla riflessione, necessita di altri tempi e di altri modi.

È un po’ come il rapporto tra la mozzarella, che tanto più è pregiata quanto più è fresca, e il parmigiano, per cui vale l’esatto contrario. Quindi, nei confronti dell’attacco al WTC dell’11 settembre 2001, lo storico si trova in qualche difficoltà, dato che, forse, è trascorso troppo poco tempo da quell’evento perché si possa ascriverlo alla storia consolidata, e troppo perché se ne abbia ancora vivo lo straordinario impatto emotivo, cui si sovrappongono, purtroppo, altri attentati, altri impatti, altre emozioni, più drammaticamente recenti.

Una cosa possiamo certamente dire, evitando di immergerci nel mare magnum delle ipotesi complottistiche: l’11 settembre ha segnato l’inizio di alcuni cambiamenti epocali nella percezione che il mondo occidentale ha di se stesso. In quel momento, l’Occidente stava vivendo in una sorta di limbo politico e militare: tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, il complesso mondo comunista era crollato, lasciando spazio a nuove realtà statali e ad una nuova definizione delle politiche planetarie, dopo la paradossalmente normalizzante situazione della Guerra Fredda.

Gli storici di impostazione antiamericana suggeriscono che, proprio in quegli anni cruciali, gli USA abbiano elaborato una nuova visione geopolitica, basata sul concetto di gendarme planetario unico, cui corrispose un inasprimento dell’atteggiamento americano verso il mondo islamico mediorientale e nordafricano.

Va da sé che i legami originari, in chiave antisovietica, tra Bin Laden e la Cia abbiano, in qualche modo, accreditato davanti al grande pubblico questa interpretazione, che a me sembra un po’ forzata: certamente, gli Usa hanno responsabilità gravi nella destabilizzazione e nella delaicizzazione dei territori mediorientali, ma riconoscervi un meccanismo diretto causa-effetto, forse è un’esagerazione.

Fatto si è che l’attacco alle torri gemelle ha interrotto questa fase limbica, avvalorando l’ipotesi che ci fosse una nuova guerra in corso, questa volta tra mondo civile e forze oscure del terrorismo fondamentalista: lo scenario, in definitiva, in cui ci troviamo a vivere anche ora.

Diciamo che l’11 settembre, con la sua dimensione eclatante, anche dal punto di vista mediatico, è infinitamente più efficace, come icona storica, delle centinaia di migliaia di civili morti, più o meno per gli stessi motivi, tra il Golfo della Sirte e il Golfo Persico, negli ultimi vent’anni: ciò non toglie che la storia di domani, probabilmente, li accomunerà, all’interno di un vasto fenomeno che potremmo definire di post-decolonizzazione.

La decolonizzazione, com’è noto, si studia perfino a scuola ormai nelle sue correlazioni forti con la Guerra Fredda e i conflitti periferici ad essa collegati, come la Corea o il Vietnam: questa fase della storia mondiale, invece, si collega con il grande riflusso post-decolonizzazione.

Il fallimento politico e militare sovietico ha prodotto una sorta di crisi d’identità nei governi laici post-coloniali: la religione ha occupato questo vuoto identitario, creando nuove tensioni e nuove entità statali.

Una miope politica estera statunitense ha fatto il resto.

Con queste tensioni, l’Occidente, oggi, deve fare i conti: accusare l’immigrazione clandestina di essere una matrice del terrorismo è come dare la colpa alla zolla di terra del fallimento di un calcio di rigore.

Il problema è planetario: ed è un problema di cattiva politica internazionale.

La globalizzazione, vista da molti come la panacea assoluta, fino a qualche anno fa, si realizza impoverendo sempre di più i paesi poveri: a lungo andare, questa forbice diventerà insostenibile, e i flussi migratori ne sono l’aspetto più evidente, ma non il più preoccupante. Politica, radicalismo religioso, destabilizzazione dall’esterno, interessi economici, approvvigionamento energetico, sono i campi su cui si stende l’ombra lunga dell’11 settembre: e solo così si può comprendere la portata storica di quell’evento drammatico.

Certo, il fatto che per la prima volta, una guerra, sia pure del tutto asimmetrica, sia stata combattuta sul suolo americano, ha reso questo attentato il simbolo stesso degli attentati contro gli Stati Uniti, che, pure, avevano subito fior di attacchi fuori dai confini nazionali: penso a Beirut, alla Germania, a Nairobi, a Dar es Salaam.

Le torri gemelle, però, hanno tutte le caratteristiche per diventare un lembo del mito: per non passare attraverso il filtro della storia, unendo cronaca e mitologia direttamente. Questo, naturalmente, sarebbe pessimo, perché moltissimi aspetti di quella vicenda andrebbero analizzati pacatamente, scientificamente, per capire e, soprattutto, per prevedere cosa possa riservarci il futuro.

Ma cronaca e mito sono più comodi, più digeribili e, forse, meno compromettenti. Perciò, come storico temo che questo episodio, fondamentale per la comprensione del complesso passaggio da un mondo bipolare a un mondo monopolare, si trasformerà velocemente in puro archetipo retorico, emozionale. E che noi andremo avanti ciecamente, incontro ad altri attentati, ad altre guerre e ad altre crociate, senza capire bene chi sia il nemico e perché ci dia addosso.

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